1. PD: Martina eletto Segretario con la data di scadenza. Adesso che succede?

L’assemblea elegge Martina che dovrà traghettare il gruppo nella fase congressuale, la cui conclusione slitta a febbraio 2019. Domina la scena ancora l’ex premier dimissionario, ma saldamente al comando. Sul palco dell’hotel Ergife intervengono solo gli esponenti della minoranza. Il silenzio dei Big.

Per quel che serve facciano un po’ il punto dalla discussione che c’è stata in Assemblea. Si, perché una discussione alla fine c’è stata… anche se ancora priva di una analisi compiuta sui perché delle sconfitte. Ma siete sicuri che poi serva ancora fare quest’analisi? Sul palco dell’hotel Ergife sono intervenuti gli esponenti della minoranza mentre i Big sono stati in silenzio? Praticamente un partito immobile che non decide e rimane in balia di Matteo Renzi. Il leader che ha perso tutto e che un giorno sì e un altro pure fa sapere che potrebbe anche andarsene. Intanto è impegnato in un World Tour tra i Kennedy e Mandela. Ha partecipato alle celebrazioni dei 50 anni dall’assassinio (6 giugno 1968) di Bob Kennedy tenendo uno dei discorsi della manifestazione. Lo scorso 18 luglio, era invece in Sudafrica, con l’amico Obama, per ricordare i 100 anni della nascita di Nelson Mandela, al quale nel 2012 consegnò il Fiorino d’oro, massima onorificenza fiorentina, poco prima che il leader Africano morisse. Le cronache italiane parlano di un suo prossimo impegno televisivo su una delle reti Mediaset con un programma culturale e divulgativo sulle bellezze artistiche fiorentine. Dell’acquisto di una nuova casa milionaria nel centro di Firenze. Dell’appuntamento annuale della Leopolda già fissato per ottobre. Sullo sfondo continua ad esserci un rumor, o meglio una sorta di lotteria sulla possibilità che Renzi alla fine decida di fare un partito simile a “En Marche” di Macron, coi “resti” del PD e di Forza Italia. Il Partito democratico esce dall’assemblea nazionale del 7 luglio, come ne era entrato, ancora in preda alla confusione.  A onor di cronaca un nuovo segretario è stato eletto e si chiama Maurizio Martina. Ovvero lo stesso che era in carica fino all’assemblea, come “reggente” per gestire le consultazioni al Quirinale per la formazione di un governo e che aveva accettato l’idea di andar a vedere le carte dei 5 stelle per un’eventuale maggioranza M5s con il PD. Ipotesi, clamorosamente sconfessata in diretta TV da Renzi in persona. Tocca ancora a Martina,  il compito di dover tenere in vita ciò che resta del gruppo dei Democratici nel prossimo periodo, cercando di arrivare alle primarie e al Congresso a febbraio del prossimo anno (sempre che la data sia confermata). Con un progetto consistente e una struttura in grado di affrontare i vari livelli del Congresso da quelli di base e via via a salire. A quel punto le elezioni Europee saranno distanti solo due mesi e il rischio di arrivarci male, acciaccati e ancora divisi è più che probabile. Sul palco dell’hotel Ergife a Roma si sono alternati Orlando, Cuperlo, Boccia, ma anche molti semplici militanti che chiedono di essere finalmente ascoltati. Chi non parla, e si nota più di tutti, sono i Big. Quelli più o meno renziani che annusano l’aria cercando di capire se e come riposizionarsi. Tacciono infatti Ettore Rosato, Andrea Marcucci, Graziano Delrio. Ma pure Paolo Gentiloni, Dario Franceschini, Marco Minniti e tutti gli altri Ministri dell’ultimo governo. Interviene invece Debora Serracchiani ormai non più renziana, ma ancora non schierata. Tace anche Matteo Richetti, sempre più “outsider” e forse ormai anche lui se non ex, un po’ meno renziano Doc. Tace la Boschi. Non pervenuta neppure Teresa Bellanova, una renziana di ferro che interviene sempre in assemblea, e che addirittura entrerà la prossima settimana nella segreteria di Martina. Quel che sembra sicuro al termine della lunga giornata di interventi è la candidatura di Nicola Zingaretti alla segreteria. E intorno a lui, pur di non perdere il carro, potrebbero raggrupparsi in tanti. Se dall’ex segretario ci si aspettava un mea culpa generale, ci si è dovuti ricredere in fretta. Intanto la prima sorpresa è stata quella di vederlo salire sul palco dell’Ergife e aprire lui i lavori di un’assemblea che doveva andare oltre di lui. Superare la fase Renzi partendo da Renzi un obiettivo alquanto contraddittorio. L’ex premier, come sempre si è preso la scena. Ha iniziato elencando le 10 ragioni della sconfitta secondo lui. Facendo un inaspettato attacco a Gentiloni e al suo governo di: non aver votato i tagli dei vitalizi, non aver messo la fiducia sullo Ius soli, ma anche il non essere stati abbastanza smart sui social e concludendo con uno sprezzante giudizio su Gentiloni: “non basta un’algida sobrietà per scaldare il popolo”. Quindi ha assicurato che non se ne va: “Noi l’egemonia l’abbiamo avuta per tre o quattro anni. L’abbiamo persa e l’atto delle dimissioni ha questo significato”. Ma a chi applaude come a sottolineare le sue responsabilità, ha ribattuto: “Abbassiamo tutti i toni delle tifoserie. So che non sono l’unico responsabile ma in politica si fa così: paga uno per tutti”. Si è poi rivolto alla minoranza che lo ha contestato durante il suo mandato: “Chi in questi ultimi 4 anni anziché dare una mano al progetto ha cercato di demolire il Pd ha distrutto non il Pd ma l’alternativa al populismo. Hanno: “picchiato contro l’argine del sistema, sul web e con divisioni assurde che hanno fatto il male del Pd”. Auto interrogandosi sul perché: “…non hai fatto una cosa tua dopo le primarie del 2014 o dopo il voto? Perché io credo e contino a credere che sia il Pd l’argine al populismo, non sono andato via quando conveniva e non vado via adesso”. Infine ha chiuso con pesanti catene ogni possibilità di accordo con i 5 stelle: ribadendo la posizione espressa già su Rai1 andando da Fazio a “che tempo che fa”… a scanso di equivoci la confermata in assemblea a imperitura memoria: “Che tutti si levino dalla testa di andare a riparlare con quelli del M5s… che non sono la nuova Sinistra, ma solo la vecchia Destra”. Almeno finché lui è nel partito e al di l’ha del voto, ne ha ancora la maggioranza. Incredibile! Veramente incredibile un vero: “doppio salto mortale carpiato”, e pensare che solo oggi di fatto è diventato a tutti gli effetti ex Segretario. Poco dopo, gli ha risposto direttamente dal palco Gianni Cuperlo: “L’uomo che mi ha insegnato la politica e che a 92 anni l’anno scorso ci ha lasciato, mi ha sempre detto per trent’anni, che si può anche sbagliare, ma che in politica non bisogna mai sbagliare l’analisi… Se il primo decreto del governo (in molte parti sbagliato) annuncia un contrasto alla precarietà, se quel decreto riceve l’attenzione del Sindacato e il biasimo di Confindustria… tu puoi cavartela dicendo le stesse cose che dice la Confindustria. Ma io temo che su quella linea – al netto che alcune cose non le condivido nel merito – noi non saremo in grado di recuperare consenso nel mondo del lavoro o tra chi un lavoro lo cerca… Io non vivo nel segno della nostalgia. Io non penso che possiamo ripartire da dove siamo partiti. Sarebbe una sconfitta drammatica. Lo capisco perfettamente. Matteo hai citato un capolavoro di Roberto Vecchioni come “Luci a San Siro”. Lo capisco che non è più tempo di intonare “Bandiera Rossa” ma neppure puoi sostituire “Bandiera Rossa” con “Uno su mille ce la fa”, perché non è un inno che porta un popolo a riconoscersi in quella identità…  Matteo, io posso aver detto un sacco di cose sbagliate, aver fatto errori e detto anche tante cazzate! Ma la mia piccola e modesta storia tu quella non la calpestare. Io ho detto quello che pensavo, l’ho fatto nel mio partito a un microfono come questo …ho fatto le mie battaglie, quasi sempre le ho perse, non mi sono candidato per il modo con cui sono state compilate le liste elettorali, ma poi ho fatto la campagna elettorale con la pancia a terra. Come ho sempre fatto e so fare. Matteo, sono andato nel tuo Collegio a sostenere le ragioni del PD. Ora sono in cassa integrazione a zero ore, come tutti i dipendenti del PD, e sto cercando com’è giusto un lavoro”. Praticamente interdetto Martina. Intimidito. Come timide sono  le sue critiche nelle conclusioni: “I tweet non bastano. Neanche Obama basta più”. Martina, assicurano i retroscena, ci aveva provato a mettere alle strette tutti i suoi, dicendo che bisognava andare a congresso subito. Ma ha poi ceduto alla necessità di mediare tra le varie correnti. E’ così che oggi è stato eletto segretario e si è offerto come guida per “rilanciare il partito”. “Propongo”, ha detto dal palco, “che si avvii un percorso congressuale straordinario da qui a prima delle Europee che ci porti a elaborare idee, persone, strumenti nuovi. Dobbiamo riorganizzare tutto. In autunno terremo i congressi territoriali, perché nei territori il partito è collassato”. E poi a ottobre un grande appuntamento che si rivolga al Paese (forse il tentativo di far concorrenza con la Leopolda?). Chiedo di poter fare un lavoro ricostruttivo e rifondativo: in ballo ci sono le ragioni fondative del Pd”. Infine Martina, in controtendenza con le parole di Renzi, ha anche invocato maggiore profondità e apertura verso l’esterno: “Nel lavoro di ricostruzione del Pd dobbiamo metterci profondità… Sono disponibile a fare il segretario di un partito che ricostruisca una fase straordinaria di riprogettazione. Si può fare, nella nostra pluralità. Si può fare se tutti teniamo un crinale di responsabilità”. E, lui che nei giorni scorsi ha mostrato disponibilità al dialogo con Bersani, ha aggiunto: “Se ci sono democratici che non sono nel Pd cosa facciamo? Li teniamo fuori? Io sono pronto ad aprirgli porte e finestre. Quello che posso fare è rendermi disponibile, da questa assemblea, se lo vorrà, a fare il Segretario di un partito che costruisce una fase straordinaria di riprogettazione, una pagina nuova sul progetto e poi sulle persone. Non ho paura della nostra pluralità se tutti teniamo a un principio fondamentale di unità e responsabilità. Penso che si possa fare, questo partito deve scuotersi e mettersi alla ricerca fuori di qui”. E ha concluso: “Nessuna nostalgia del passato – aggiunge – una pagina bianca, nuova, con lo sguardo sul futuro, con umiltà e determinazione, con umiltà e coraggio”. Non è intervenuto dal palco, ma ha convocato i giornalisti fuori dall’hotel Ergife. Il presidente del Lazio Nicola Zingaretti e ha confermato di essere pronto a candidarsi segretario. E ha aperto lo scontro a distanza con l’ex premier: “A me quello che più mi ha colpito dell’intervento di Matteo e un po’ anche mi è dispiaciuto è che alla fine non si predispone mai all’ascolto degli altri, delle ragioni degli altri. Per un leader è un grandissimo limite!”.  E replicando alla frase di Renzi sulla “nostalgia dei Ds”, ha detto: “Sono caricature di chi non ha più argomenti. Non si può andare avanti così, non si può tornare indietro con ricette del passato, siamo chiamati tutti a costruire una nuova strada per salvare e dare un futuro all’Italia sono ottimista che vinceremo questa sfida, sarà dura ma vinceremo. Mettere in campo un nuovo partito aperto alla società è esattamente quello che la stragrande maggioranza degli italiani si aspetta. Bando ai conservatorismi di chi fa finta di non capire che abbiamo perso perché abbiamo commesso degli errori, al bando l’illusione che si possa tornare indietro al bando però anche la furbizia di chi dice non è successo niente”. Alla fine, si riposiziona anche Giachetti, attaccando tutto il gruppo dirigente: “Noi dirigenti fragili e senza coraggio”. Critica duramente la scelta di rimandare le primarie e il Congresso: “…è un errore fatale! L’unico obiettivo è evitare di tenere il Congresso quando si doveva, nell’autunno prossimo. Non avete il termometro qui, di qual è lo stato del partito. Non stiamo avviando niente e non dobbiamo prenderci in giro: stiamo prendendo tempo perché siamo una classe dirigente fragile, impaurita che non trova il coraggio di consegnarsi al suo popolo, come dovrebbe”. E ancora su Calenda: “Dovremmo baciare per terra dove passa Calenda perché porta nel partito qualcosa di diverso”. Infine ha concluso citando le parole di Renzi, che il 5 marzo invocava il congresso subito e di evitare i caminetti: “Io sono ancora lì. E sapete che vi voglio bene lo stesso, ma aspettare a svolgere un congresso finché non sappiamo con certezza chi lo vince è il contrario di quello che dovrebbe essere e fare il Pd”. Infine, Orlando ci prova a smontare le 10 cause della sconfitta di Renzi. Ma lui Renzi, non è più da tempo in sala, se ne è andato subito dopo il suo intervento, ancora una volta dimostrando che qualunque cosa possano dire gli altri a lui non interessa affatto.  L’ex ministro della Giustizia ha fatto uno degli interventi più duri, cercando di replicare punto su punto a Matteo Renzi. “Chi vince guida, ma chi perde ha diritto alla dignità delle proprie idee, che come dimostrano i fatti non erano poi così balzane – dice di se stesso e rispetto alle cose sostenute dalla minoranza, allo scorso Congresso. “La risposta non è la nostalgia degli anni ’90 del Centrosinistra, oppure la nostalgia di Blair, il cui  sostegno e la  partecipazione inglese alla guerra in Iraq non derubricherei a un semplice incidente di percorso”. Per Orlando è sbagliato anche demolire le politiche dei 5 stelle a prescindere: “Non possiamo prendere in giro chi fa la fila per il reddito di cittadinanza o dire che vuole stare sul divano in molte zone del Paese i giovani non hanno opportunità di lavoro”. E ancora, replicando al riferimento di Renzi ai rider: “Il lavoro del rider non è una fase di passaggio, rischia di essere l’unico lavoro della vita”. Quindi Orlando ha attaccato Carlo Calenda e la sua proposta di fare “il fronte repubblicano”: “Il Fronte Repubblicano va bene ai Parioli”. Come si vede Renzi ancora una volta è riuscito a spezzare in due, anzi tre pezzi almeno la platea. Prendendo come il solito a schiaffi la minoranza e alla stessa stregua pure Paolo Gentiloni. Profetizzando battagliero: “Ci rivedremo al congresso e lo perderete di nuovo”. Eccolo, Matteo Renzi. Ritornare sulla scena quattro mesi dopo il suo risultato più disastroso. Si toglie dei ‘macigni’ dai mocassini, lancia piani d’attacco per continuare ad avere il controllo del partito. Contro tutti quanti, indebolendo volutamente Martina e il suo lavoro con l’obiettivo in prospettiva di contrastare Nicola Zingaretti.  Renzi, infatti, continua a cercare nel frattempo tra i suoi qualcuno da contrapporre a Zingaretti al Congresso. Solo tattica per prendere tempo e una volta visto come potrà finire, decidere con calma, qual è per lui la cosa migliore sul piano personale?  E allora: “caro Renzi, ma anche cari Martina, Orlando, Cuperlo… cari compagni di Leu, vi ascolto e vi dico, nutrendo grande affetto verso il popolo della sinistra, che siete insopportabilmente inascoltabili, persi in tic, di paranoica difesa di un status e di un ruolo che il paese vi ha tolto, incastrati nella dinamica patologica di due coniugi che litigano ancora per come è stata ristrutturata la casa prima che un terremoto la facesse crollare”. Così scriveva qualche giorno fa Alessandro De Angelis Vicedirettore, L’Huffpost nel loro Blog.  Continuando: “Ma c’è almeno qualcuno tra di voi che si pone la domanda sul perché, dopo aver evocato il pericolo dei Cinque Stelle, la gente non solo non si è spaventata, ma li ha percepiti come il più grande vettore di cambiamento del paese?  Renzi e il renzismo, che è stato la più grande opera di dissipazione politica di una grande speranza, che ha commesso il fatale errore di offrire, a un paese bisognoso di una rivoluzione democratica, solo un disegno di potere personale”. Si potrebbe dire, la brutta copia del Berlusconismo, certo senza quella corte di nani e ballerine, questo  gli va riconosciuto a Renzi. Ma con le stesse politiche neo-liberiste e una visione di governo centrista… Alla fine non è politicamente corretto – anche se Renzi & Amici, non sanno nemmeno cosa significa questa locuzione – scaricare su Renzi tutte le colpe. Con Renzi ha fallito un’intera classe dirigente del PD: i tanti protagonisti del servo encomio dell’inizio dell’avventura, come il codardo e oltraggioso silenzio di molti altri. C’è chi non ha taciuto, la cosiddetta minoranza, tuttavia è stata incapace di offrire uno straccio di alternativa, ci sono poi gli scissionisti di LeU che hanno visto: “la mucca nel corridoio, ma non l’hanno saputa scansare finendone schiacciati”. Come ha dimostrato il voto del Paese a partire  dal referendum in poi fino al 4 marzo e anche dopo… non era questo che gli italiani chiedevano… E ora che succederà ancora a quel che resta del PD? “

(continua)

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