Caos Pd: tutto quello che c’è da sapere: congresso, candidati e cene. Il principale partito di opposizione ancora alle prese con problemi di leadership…

Mai, prima d’ora un partito italiano aveva vissuto in un totale caos e una  totale confusione d’indirizzo politico come quello che attualmente vive il Partito Democratico…  La cosa più divertente – se non fosse che indica lo stato, a dir poco ‘comatoso’ in cui versa, attualmente, il primo partito dell’opposizione il Pd – riguarda la questione, esplosa proprio nelle ultime settimane delle “cene”. Tutto parte da un tweet dell’ex ministro Carlo Calenda, neo-iscritto dem, che prima ha lanciato l’idea di cambiare nome al Pd e di dar vita a un ‘Fronte democratico e repubblicano’, per poi lanciarsi, per l’appunto, nella ‘politica delle ‘cene’. Prendendo spunto da un tweet del …pensatore vicino a Renzi, Giuliano Da Empoli, che ammoniva come “la Storia non  sarà clemente con i quattro leader del Pd Renzi, Gentiloni, Calenda e Minniti, che pur condividendo la stessa linea politica, non riescono a sedersi intorno a un tavolo per impedire la deriva del Pd verso l’irrilevanza e la sottomissione del partito ai 5Stelle”. Calenda lancia l’idea, di una cena (formale e da tenersi a casa sua) tra i suddetti “quattro moschettieri”. L’invito: “il prossimo martedì da me a cena”  condito dall’avvertenza “l’invito è pubblico per renderlo più incisivo, ma una risposta privata va benissimo”. Le risposte: Renzi fa sapere che: “per sei giorni sarò in Cina” (partito lunedì 17 settembre), ma che “accetterò volentieri” (sottinteso, non appena torno), Gentiloni dice sì, ma poi qualche giorno dopo – alla Festa dell’Unità di Genova – spiega che l’unica cosa che inizia con la lettera ‘C’ che gli interessa “si chiama Congresso, non cena”. Minniti, dopo averci pensato un po’ su, accetta anche lui l’invito… ma la cena, a quel punto, già non si sa più quando si farà. Passano altri due giorni e, nonostante Calenda faccia sapere che “sì, l’invito a cena è stato accettato da tutti, ma la data è stata necessariamente spostata, per evitare l’ennesimo tormentone sul Pd, resta riservata – si legge nel post – ma sono molto contento è un gesto di responsabilità di tutti i partecipanti”. Nonostante ciò, alla fine la questione della ‘cena sì/cena no’ si trasforma nell’ennesimo, tormentone – un po’ ridicolo – di odi e rivalità interne ai democratici. Maurizio Martina, attuale Segretario del partito, rimasto escluso dalla cena, fa sapere che lui va a cena “con i volontari delle Feste dell’Unità” mentre altri big dem (Prodi, Veltroni, Enrico Letta), tacciono per quieto vivere. Ma il palmares, di una vera contro-programmazione di ‘cene’, la offre Nicola Zingaretti. Il governatore del Lazio, escluso dalla cena perché ritenuto, oggettivamente, l’avversario da battere (Renzi l’ha detto ieri sera chiaramente ha Otto e Mezzo… che Zingaretti non va bene come segretario, in quanto sui 5 stelle ha una posizione non chiara, anzi il termine usato è stato: “ambigua”). Zingaretti fa sapere che lui organizzerà una cena “sociale”, in trattoria, “con un imprenditore del Mezzogiorno di una piccola azienda, un operaio, un amministratore impegnato nella legalità, un membro di un’associazione in prima fila sulla solidarietà, un giovane professionista a capo di una azienda Start Up, una studentessa e un professore di Liceo”. Un modo come un altro per dire: voi fatevi le vostre cene elitarie e riservate, io preferisco stare in mezzo ‘al popolo’. Dopo qualche minuto, arriva la risposta di Calenda: tiene a precisare che non c’è alcuno scontro tra cene private e cene sociali; e giudica il banchetto organizzato da Zingaretti non una “contro-cena” di intento polemico rispetto alla sua: “Non credo. Anzi, lo escludo. Zingaretti è persona troppo intelligente per ‘rispondere’ così a un incontro tra quattro persone che peraltro non è fatto contro nessuno, ma solo per confrontarsi tra ex colleghi di governo. Evitiamo interpretazioni che non reggono”, scrive Calenda su Twitter. Poi, però, sempre sul social network l’ex ministro dello Sviluppo economico annuncia di aver cancellato l’incontro. Infatti, all’orizzonte c’è qualcosa di più importante e più urgente delle cene… Cosa? Il Congresso del Pd che si avvicina a grandi passi. Infatti, dopo altre 24h di polemiche interne e amenità varie, sulla disfida delle cene, Calenda comunica  che “ho cancellato l’incontro. Lo spirito era quello di riprendere un dialogo tra persone che hanno lavorato insieme per il paese e aiutare il @pdnetwork . Ma, in questo contesto è inutile e dannoso”. Se, si lascia depositare la polvere (e il ridicolo…) della questione del  ‘indovina chi viene a cena’, dove e perché, resta in piedi la notizia data, quasi sottotono, dal segretario del PD, Maurizio Martina, chiudendo la Festa dell’Unità di Genova: “Il congresso si farà a gennaio del 2019”. Facile a dirsi, meno facile a farsi. Infatti, il Pd ha uno Statuto complicato quanto arzigogolato. Pochi sanno, per esempio, che – sempre per Statuto – i congressi regionali delle 20 regioni italiane si tengono ‘prima’ e non ‘dopo’, il congresso nazionale. E, quelli, sono già iniziati. In Toscana, per dirne una, la candidata di Renzi, l’europarlamentare Simona Bonafé, è già davanti al suo sfidante, il capofila dell’area di Andrea Orlando in regione, Valerio Fabiani, con ben il 72% dei voti e grazie all’alleanza-tandem con un (ex) contestatore del renzismo, il pisano Federico Gelli. Ma, per convocare il congresso straordinario, la cui scadenza ordinaria sarebbe il 2020, serve un atto tutto politico: le dimissioni di Maurizio Martina dalla carica di segretario. Solo a quel punto si può aprire la trafila ‘straordinaria’ per la convocazione dell’Assemblea nazionale, massimo organo del Pd, che prende atto delle dimissioni del segretario e conferisce il mandato alla Direzione nazionale di scrivere le regole congressuali, accettare la presentazione dei candidati e indire i tempi del congresso, tutte scelte che dopo sempre un’altra Assemblea nazionale sarà tenuta a ratificare. Solo a quel punto si apre la campagna elettorale prima tra gli iscritti e poi tra gli elettori che si dichiarano ‘democratici’ e che votano, dunque, in una sorta di doppio turno con ballottaggio finale che, però, avviene tra i primi quattro classificati e non, come sarebbe normale, tra i primi due. Morale: un processo lungo e complesso che richiede tempo (due/tre mesi) e che solo le dimissioni di Martina possono far partire concretamente. Ma quando si dimetterà Martina? Il 30 settembre il segretario ha convocato, a Roma, in piazza del Popolo, una manifestazione nazionale contro le politiche del governo gialloverde. Quindi, non se ne parla. A fine ottobre, a Milano, sempre Martina ha deciso di tenere una Conferenza programmatica per ragionare sulla sconfitta elettorale subita alle Politiche del 4 marzo scorso (18%) e anche prima di quella non si dimetterà di certo. Dal 18 al 21 ottobre, poi, si terrà, a Firenze, la nona edizione della Leopolda, appuntamento del renzismo, che quest’anno s’intitola “La prova del nove” e nella quale lo stesso Matteo Renzi annuncia “sorprese”, a oggi non ancora conosciute. Impensabile che, anche per quella data, Martina si dimetta. Resta novembre come mese più plausibile, ma pure volendo correre sarà difficile che tutti gli adempimenti prima citati si tengano entro il mese di dicembre. Ecco perché la data di gennaio 2019, e la contestuale celebrazione delle primarie, appare irrealistica. Più probabile che il congresso del PD si apra, formalmente, tra la fine di gennaio e metà febbraio, magari con le primarie a marzo, quando farà meno freddo. In ogni caso, per una serie di equilibri interni già fragili, è difficile che il congresso possa scavallare oltre marzo. Non foss’altro perché a maggio ci saranno le elezioni europee e, a giugno, si terrà un’importante tornata di amministrative. Quindi, per marzo, si dovrebbe finalmente sapere il nome del prossimo segretario del Pd. Sempre che tutto fili liscio. Tra i (tanti, probabilmente troppi) candidati alla carica di nuovo segretario del Pd, si hanno poche certezze. Meglio partire, dunque, da quelli che sicuramente ‘non’ ci saranno. Matteo Renzi, l’ex premier ed ex segretario (in carica dal 2014 fino alla sconfitta elettorale del 4 marzo 2018) ha già detto, in tutte le salse, che non si ripresenterà. Certo la tentazione è forte: “Alle feste dell’Unità per me c’è stato un inaspettato e bellissimo successo, ho ricevuto tanto affetto, la cosa mi ha colpito e mi ha fatto pensare”, dice ai suoi. Ma Renzi sa che, se si ripresentasse, coalizzerebbe, ancora una volta, l’antipatia (se non l’odio…) di tanti contro di lui. Ma il carattere dell’uomo è tale che non è detto che alla fine non ci riprovi comunque. Quindi? Largo ai giovani! Il problema è che, nella sua area, sono tanti quelli che aspirano a diventare suoi successori. C’è l’ex governatore del Friuli, e oggi deputata semplice, Deborah Serracchiani, renziana critica. C’è Matteo Richetti, deputato di Modena, renziano atipico e ormai in dissapore con il suo ex dante causa. C’è Roberto Giachetti, romano, ex vicepresidente della Camera e oggi deputato semplice, che si è spostato dal ‘renzismo ultrà’ al ‘gentilonismo moderato’, ma che ha riscosso ottimi consensi alle Feste. C’è Elisabetta Gualmini, assessore nella giunta rossa dell’Emilia-Romagna guidata da Bonaccini e sociologa, oltre che moglie del professore Salvatore Vassallo (colui che l’ostico e complesso Statuto del Pd lo ha scritto). C’è Sandro Gozi, ex sottosegretario agli Affari europei e, ora, anche ex deputato, che sogna un Pd “alla Macron”. C’è Sergio Lo Giudice, responsabile della Consulta Diritti civili del Pd e gay dichiarato (ha anche adottato un figlio), bolognese e renziano ‘critico’ come pure è la Gualmini. E c’è Marco Bentivogli, oggi segretario della Fim-Cisl, amico personale di Calenda, ma anche  lui smentisce, ogni volta che viene tirato in ballo, la volontà di candidarsi, ma la tentazione permane. E, infine, c’è Maria Elena Boschi, ex ministro alle Riforme, che sarebbe tentata ma a cui tutti sconsigliano il passo. Insomma, solo nel mondo del renzismo (pre, ante e post) abbiamo già la bellezza di otto candidati, reali o potenziali. Ma, solo tra i renziani, si arriva a quota dieci se si conta anche l’ex ministro agli Interni, Marco Minniti, uomo con cui Renzi ha litigato molto, ma su cui sta facendo più di un pensiero, come possibile candidato della sua area, e il ‘vero’ candidato – se solo accettasse – dell’intera area. E, cioè, l’ex ministro alle Infrastrutture e, oggi, capogruppo del PD alla Camera, Graziano Delrio. Padre di dieci figli, Delrio continua a negare di volersi candidare per “profonde ragioni personali”, ma le pressioni dei renziani (e di Orfini) affinché accetti di compiere il Grande Passo ed eviti il Gran Rifiuto salgono di intensità di settimana in settimana. Anche perché il candidato da battere, il solo oggi in campo, si chiama Nicola Zingaretti, fa il governatore del Lazio, viene dal mondo del Pci-Pds-Ds e continua a ingrossare le sue truppe. Zingaretti lancerà, anche formalmente, la sua candidatura all’Acquario di Roma il 6 e il 7 ottobre. Una convention in cui tenderà i muscoli per far vedere a tutti la sua forza e la consistenza, anche numerica, del suo fronte. Un fronte che comprende quasi tutta la sinistra interna (le due aree che fanno riferimento all’ex ministro Orlando, Dems, e all’ex deputato dem Gianni Cuperlo, Sinistra dem), ma che si è già allargato ad aree e mondi di provenienza cattolica e dell’ex Margherita. Area dem, la corrente guidata dall’ex ministro Dario Franceschini, sta con lui (dopo aver militato, per anni, dalla parte di Renzi…), ma anche pezzi di ex Popolari (l’area di Fioroni, Merlo, etc.). Insomma, è lui, ‘Zinga’ Nicola, il fratello politico del più famoso Luca, alias il commissario Montalbano, l’uomo da battere. Non mancherà, infine, la candidatura – pur se di bandiera – di un frontman dell’area che fa capo a Michele Emiliano, Fronte democratico: molto probabilmente sarà indicato Francesco Boccia, pugliese ed esperto di temi economici. E così, solo a contare i candidati, siamo arrivati a dodici, ma sicuramente qualche outsider si presenterà all’ultima ora. Certezze, appunto, solo nel fronte delle ‘non’ candidature. Non si candiderà l’ex premier, Paolo Gentiloni, che però non ha ancora deciso ufficialmente chi appoggiare, tra i vari candidati (anche se la rottura con Renzi è ormai totale e il dialogo con Zingaretti si è intensificato), e non si candiderà, a meno di sorprese dell’ultima ora, l’attuale segretario Martina, che potrebbe appoggiare la candidatura di Zingaretti. Non si candideranno neppure i due leader della sinistra interna, Orlando e Cuperlo, che dovrebbero appoggiare Zingaretti, anche se – almeno per Cuperlo – l’ultima parola non è ancora detta e  potrebbe quindi esserci. Non saranno della partita neppure personalità ormai distanti dal Pd attuale per scelte personali lontane dalla Politica, come Walter Veltroni, o per dissenso dalle ultime scelte, come l’ex premier Enrico Letta, o che hanno “piantato la tenda” lontano, anche se non troppo dal campo del PD, come Romano Prodi. Infine, non si candiderà neppure Carlo Calenda: l’ex ministro, e neo iscritto al PD, vuole fare ‘altro’ (magari al Parlamento Europeo). E qui si entra, finalmente, nel campo dei programmi e delle scelte che il prossimo segretario del Pd, dirà e/o vorrà fare. La fisionomia del PD che sogna Zingaretti è assai facile e, anche, comprensibile: ricompattarsi – in una Federazione oppure facendoli ‘tornare a casa’, con la ex-Ditta, uscita dal PD in dissenso (profondo) con Renzi, e cioè l’attuale LeU. I vari D’Alema (ex segretario del Pds e dei Ds, ex premier), Bersani (ex segretario del Pd), Errani (ex presidente dell’Emilia-Romagna) e tutti i loro colonnelli e truppe vedono con favore – e, dunque, porteranno i loro a votare – l’ascesa di Zingaretti per ricostruire una ‘vera’ Sinistra. Certo, LeU a quel punto si spaccherebbe e l’ala minoritaria che viene dal Prc e da Sel e che fa capo a Nicola Fratoianni, resterebbe per conto suo, ma poco male: LeU, in fondo, è un partito mai nato. Zingaretti vuole anche stabilire una interlocuzione con i 5Stelle nel tentativo sia di recuperare i voti perduti dal Pd e finiti all’M5S sia, soprattutto, di provare a staccarli dalla Lega per un ‘ribaltone’ al governo che, in tale prospettiva, vedrebbe l’alleanza tra Pd e M5S. Poi, ovviamente, Zingaretti dice di volersi rimettere in “connessione sentimentale” (il termine viene da Gramsci) con il “popolo della sinistra” battendo il tasto su tematiche sociali, ambientaliste e di rinnovamento che farebbero del Pd quello che non è mai stato, dalla sua nascita ad oggi: un partito compiutamente ‘socialdemocratico’, anche se, da anni, la socialdemocrazia europea è ai suoi minimi storici… Per quanto riguarda l’area di Renzi (o meglio ciò che ne rimane o al congresso ne rimarrà), le prospettive e le possibili scelte si fanno assai più confuse. Sia perché, come spiegato prima, a Renzi manca un candidato ‘vero’, forte, e rischia di presentarsi alla corsa solo con tanti ‘nanetti’, sia perché la ‘tentazione’ di fondarsi un nuovo partito, di stampo liberal-democratico, una sorta di ‘partito alla Macron’, ma in ‘salsa italiana’, non è ancora uscita del tutto dai reconditi pensieri di Renzi, sia perché – tra i renziani – ognuno ha la sua ‘ricetta’, più o meno miracolosa. Di certo, un candidato renziano forte (Delrio, soprattutto) manterrebbe dritta la barra del PD su almeno tre punti: 1) opposizione ‘senza se e senza ma’ al governo gialloverde, con tanto di ostruzionismo parlamentare, quando e se serve, senza fare nessun sconto; 2) nessun tentativo di dialogo, e tantomeno di flirt, con i 5Stelle, in vista di possibili ‘ribaltoni’ o governi insieme, a costo di restare all’opposizione per i prossimi cinque anni; 3) rivendicazione delle cose fatte durante i governi Renzi (e Gentiloni) dagli 80 euro in poi; 4) rilancio del partito, ma più ‘leggero’ e meno ‘pesante’ di come è stato fino ad ora; 5) nessuna interlocuzione con i ‘fratelli-coltelli’ di LeU, ma possibilità concreta di far nascere un ‘Fronte democratico’ (di fatto la stessa proposta che avanza Carlo Calenda) con gli europeisti italiani (+Europa di Della Vedova e Bonino, Centro Popolare di Lorenzin e Casini, centristi vari, etc.), soprattutto in vista delle elezioni europee. Magari con, alla fine del percorso, anche un possibile cambio di nome al PD e alla sua ragione sociale, ma lasciandolo sullo sfondo. Del resto, uno come Matteo Orfini, che di mestiere fa il presidente del partito, cioè ne rappresenta i massimi vertici, ha detto, pochi giorni fa, che il PD va “sciolto e rifondato, a partire dallo Statuto” cambiandone forse il nome e di sicuro la “ragione sociale”. Un dibattito, almeno questo, un po’ più alto di quello dell’’Indovina chi viene a cena’. Ma solo i prossimi mesi diranno che tipo di congresso farà il PD, quando si terrà e, soprattutto, quali saranno i candidati alla carica di segretario. Con le primarie, ovviamente. Perché, almeno quelle e almeno a oggi, nessuno intende toccarle…

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*Già pubblicato su Quotidiano net. – di ETTORE MARIA COLOMBO

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