Coronavirus: la tregua tra maggioranza e opposizione è finita? Chiedere a Bertolaso…

Lo scontro sull’ex capo della Protezione civile indica che la politica tornerà presto a litigare? L’arrivo a Milano di Guido Bertolaso (c’è da chiedersi se alla ricerca di qualche rivalsa personale, ho più semplicemente per dar lustro alle opacizzate scelte del Presidente della Regione e/o maggior eco alla donazione di 10 milioni fatta da Silvio Berlusconi?) come consulente speciale per l’emergenza sanitaria, nelle prossime ore, non sia  il segnale visibile della faglia che si è ri-aperta tra maggioranza e opposizione, probabilmente destinata ad allargarsi nell’immediato futuro. Il sostanziale disconoscimento da parte della Lombardia del Commissario Domenico Arcuri e del capo della protezione civile Angelo Borrelli, non sarebbe un  episodio da poco: mai si era vista una Regione entrare in conflitto così diretto col governo centrale durante una crisi di questa portata. Con minor clamore anche il Veneto di Luca Zaia ha annunciato la sua ribellione ai protocolli nazionali, programmando test random (su base volontaria) tra i cittadini in coda ai supermercati, allo scopo di individuare e isolare eventuali malati asintomatici di Covid: è il modello coreano, assai diverso da quello adottato ufficialmente dall’Italia che prevede test solo sui pazienti sintomatici entrati in contatto con realtà infette… su indicazione del OMS. A quarantacinque giorni dai primi casi di Coronavirus segnalati nel nostro Paese si rompe lo pseudo-clima di condivisione politica che, seppure non dichiarato, seppure tra alti e bassi, è stato il sottotesto della gestione dell’epidemia finora? Succede mentre il Paese, al contrario, esibisce un desiderio di solidarietà e unità nazionale che ha colpito tutti: saranno pure ingenue le schitarrate con Fratelli d’Italia dai balconi, o l’esibizione di bandiere tricolori dallo Zen di Palermo alla Barriera di Torino, ma segnalano un clima emotivo molto diverso dal passato, una richiesta di “fare comunità” molto precisa. Guido Bertolaso e Giuseppe Conte sarebbero stati forse una coppia perfetta in questa fase. L’innegabile ruolo di riferimento che la crisi ha assegnato al premier sarebbe stato forse rafforzato dalla reputazione d’efficienza del più noto problem solver italiano, e anche politicamente l’operazione avrebbe avuto un suo senso: aderendo a una proposta lanciata da Matteo Salvini e Matteo Renzi, l’esecutivo si sarebbe “forse” (è sempre meglio mettercelo) un’assicurazione contro nuove lacerazioni interne ed esterne. “Forse” è un peccato che non sia successo (e chissà che qualcuno, ora che Bertolaso è arrivato lo stesso, non lo rimpianga?). Tuttavia la finestra per dare al Paese quel che chiede – una gestione autorevole, unitaria, non conflittuale di questo enorme disastro sanitario, sociale ed economico – non è ancora chiusa completamente. Il virus ha cancellato ogni interesse degli elettori per i sondaggi, le performance personali dei leader, i loro indici di gradimento: non gliene frega più niente a nessuno, e così continuerà a lungo. Il rinvio del Referendum sulla riduzione del numero dei Parlamentari,  nonché quello delle elezioni Regionali e Amministrative ha fatto sparire il campo guerresco a cui i partiti si stavano preparando da mesi. Insomma, il consueto rubabandiera tra populismo di lotta e di governo è diventato un gioco senza senso. Nessuno se ne avvantaggia e tutti dovrebbero chiedersi se non sia, questa, una straordinaria occasione di riabilitazione per classi dirigenti comunque ammaccate, per una maggioranza traballante e per un’opposizione ormai disillusa sulla possibilità di una fatale spallata. Anche se la crisi Covid-19 vista da Salvini continua ad essere, in sintonia con Fontana e Zaia, la seguente: “ …lo Stato centrale ha vacillato, la Ue non esiste. Occorre dare più autonomia alle Regioni”… “il no alla zona rossa a Bergamo e Brescia è una scelta killer”. Insomma la Lega non rinuncia a tentare una qualsiasi rivalsa nei confronti del Governo centrale e del suo leader Giuseppe Conte. Il professor Massimo Cacciari, in un insolito racconto distopico per L’Espresso, ha descritto un’immaginaria Italia Felix del 2040, che celebra come festa nazionale la data del lockdown: in questo scenario da fantascienza il Coronavirus ha segnato un salto di qualità delle classi dirigenti mentre la sospensione dei vincoli di bilancio europei (seppur a debito) ha generato provvedimenti efficaci e condivisi, avviato una seria lotta all’evasione fiscale e alle diseguaglianze, implementato il servizio sanitario, ricucito il Nord e il Sud. E’ un sogno a occhi aperti, ovviamente, ma le condizioni politiche per provarci ci sarebbero tutte. Ci sono molti soldi (anche se tutti a debito che prima o poi andranno pagati) con l’agognata libertà di sforamento dai parametri di Maastricht. C’è un ampio consenso popolare. C’è la sostanziale condivisione per la sospensione delle scadenze elettorali. C’è il biasimo dell’opinione pubblica per ogni diatriba di Palazzo, che se pur stempera i toni dell’opposizione e la spinge a tentare un dialogo, non arresta il conflitto tra regioni e centro… Manca il coraggio del tentativo di lasciarsi dietro una politica divisiva – anche tra le forze di maggioranza, con un Renzi e la sua Italia viva che continuano ambiguamente a sparare sul Governo di cui fa parte – e sulla quale da tempo la Lega e l’opposizione di centrodestra puntano e che (solo nei sondaggi) fondavano le prospettive di un successo quando si fosse tornati al voto.  Gli ultimi sondaggi, sembrano ridimensionare questa possibilità che comunque resta. Come avanza la speranza che qualcuno trovi il coraggio di tentare una politica che punti alla ricostruzione sociale ed economica del nostro Paese, prima che anche questa emergenza esplosa sul coronavirus, diventi un altro teatrino delle vanità e della propaganda politica dei soliti noti…

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