Coronavirus: Lega qualche attrito interno, il default lombardo angoscia Salvini…

Nei giorni scorsi più di qualcuno avevano notato la scomparsa dalla scena politica di Giancarlo Giorgetti numero due della lega. Dov’è finito? Ed ecco che appare su qualche notiziario stampa il titolo: “Lite tra Salvini e Giorgetti sui soldi dall’Europa. Nella Lega si scava il fossato”. Per il vicesegretario del Carroccio la battaglia sovranista adesso non è la cosa più intelligente da portare avanti. E tutte le risorse che si possono ricevere dalla Ue in questo momento sono necessarie, soprattutto se è la Bce a fornire la garanzia. Le ultime bordate del suo leader sul Mes e sull’Europa matrigna “che vuole strozzare l’Italia” non lo hanno convinto per nulla. Un colloquio franco seppur a distanza con Matteo Salvini è stato quindi sufficiente a scavare il fossato tra i due. Poi, almeno da una settimana, Giancarlo Giorgetti ha salutato tutti ed è sparito dai radar. Via, si è ritirato sulle rive del Lago di Varese dove vive, tra le sue montagne, e si è ritagliato una personalissima quarantena politica. Per Salvini non c’è Giorgetti e mediazione che tenga. A Bruxelles ha dichiarato guerra, convinto che se il governo Conte accetterà il Mes, “il M5s si spaccherà e si aprirà la crisi”. Discorso chiuso, si va allo scontro. Giorgia Meloni sta con lui e addio al vecchio centrodestra, dato che Silvio Berlusconi si è schierato a favore dell’utilizzo dei 37 miliardi del Fondo. Ma non è solo il futuro in Europa e l’utilizzo del Mes ad aver contrapposto il numero uno e il numero due della Lega. Anche le giravolte del segretario sull’intera gestione del lockdown, aperture e chiusure, scuole e chiese, hanno lasciato perplesso Giorgetti. Salvini continua per la sua strada e ad esaltare il “modello lombardo” di Attilio Fontana nella gestione della crisi (ieri era al suo fianco in Regione), trascurando guarda un po’ i successi di Luca Zaia in Veneto. Chissà perché? Non c’è dubbio alcuno la gestione disastrosa dell’emergenza da parte di Fontana è un colpo alla leadership di Salvini. I due sono legati: “Se gratti Salvini trovi Fontana, e viceversa”. Il default lombardo angoscia entrambi. Il malumore è più che una sensazione. Perché il default Lombardia sembra preconizzare l’inizio della crisi della leadership di Matteo Salvini. Così all’interno della Lega, quella che è una sensazione, finisce per diventare un sentimento fra i pesi massimi di via Bellerio e dintorni. Serpeggia infatti un malessere diffuso che da Roma giunge fino all’ultimo paese della provincia di Bergamo, epicentro dei focolaio del Coronavirus. Le chat dei dirigenti non solo ribollono ma al suo interno rimbalzano alcune riflessioni il cui senso è di questo tenore: “Zaia ha avuto poco dal governo, e ha saputo fare da sé, mentre Fontana, dispiace dirlo, non ne ha azzeccata una”. Il ragionamento fila, e se queste è solo la premessa, poi c’è lo svolgimento. “Fontana – mormorano ancora – cerca sempre di dare le colpe al governo, o al più ai sindaci. Ma qui l’unico dato vero è che la Lombardia ne esce ridimensionata dall’emergenza”. E se ne esce ridimensionato il vertice del Pirellone ne uscirà ridimensionato il segretario della Lega. I due sono la stessa cosa”. Ecco perché nell’apparente consenso del Capitano il vero tallone d’Achille che rischia di annientarlo è proprio la Lombardia. La regione che fu modello di governo, modello sanitario, che è stata ed è il motore di una certa narrazione leghista, e ora non sembra esserlo più. Anche perché si scontra con una realtà impietosa ai tempi del Coronovirus. Tra perquisizioni alla residenza per anziani Pio Albergo Trivulzio, inchieste che prendono di mira i rapporti tra Rsa e Regione – con tanto di indagine per epidemia colposa e omicidio colposo plurimo per il direttore del Pat Giuseppe Calicchio – fughe in avanti del presidente Attilio Fontana sulla riapertura in barba alle disposizioni nazionali, per non parlare degli scontri con l’esecutivo di Giuseppe Conte e dei duelli con il sindaco di Milano Giuseppe Sala, il Capitano leghista sembra essere entrato ulteriormente nel pallone. Salvini e Fontana. Fontana e Salvini, due facce della stessa medaglia. Con il presidentissimo del Pirellone che per coprire una sfilza di responsabilità duella continuamente con l’esecutivo giallorosso e si dimentica di essere il pezzo di Paese più devastato dal virus. E con l’ex ministro dell’Interno che tra un attacco all’odiata Europa e una diretta facebook incoraggia le scelte del suo governatore preferito. Ecco la cronistoria di un capolavoro di errori. Il 24 febbraio Fontana derubrica il virus “a poco più di un’influenza”. Tre giorno dopo si fa immortalare con la mascherina, una foto che ha fatto il giro del mondo, e annuncia l’isolamento. All’inizio di marzo nel pieno caos lombardo il numero uno della Regione non inserisce all’interno zona rossa i due comuni della provincia di Bergamo, Alzano Lombardo e Nembro. Entrambi feudo di un leghismo d’antan, rappresentano la fotografia plastica degli infortuni commessi. Pochi giorni dopo, è l’8 marzo, in occasione della festa della donna sempre Fontana verga una delibera che sancisce il trasferimento dei pazienti Covid a bassa intensità dagli ospedali alle Rsa, trasformando le case di riposo in veri e propri lazzaretti. Seguono poi le delibere del 23 marzo e del 30 marzo, dove in quest’ultima la Regione dà indicazioni alle Rsa su come gestire i pazienti Covid. E’ la cronaca di una strage: nelle tre sedi del Trivulzio decedono 191 pazienti tra marzo e aprile. E la Baggina diventa così l’oggetto di una inchiesta giudiziaria della Procura di Milano che parte dal Pio Trivulzio e arriva ai rapporti tra il Pirellone e il sistema privato della Sanità. Il che non esclude che la magistratura non coinvolga il livello politico.  Sia come sia in questo contesto Salvini asseconda ogni uscita di Fontana e se ne serve per innescare un attacco al governo. “Regione e Salvini stanno facendo questo gioco”, osserva l’europarlamentare del Pd, nonché milanese doc, Pierfrancesco Majorino, “che è un gioco legato al livello di consenso. Per la prima volta sono in difficoltà non solo a Milano città ma anche in provincia. Non vogliono che si parli del Pat, delle Rsa, e allora alzano il livello dello scontro con il governo”. Ed è un gioco che appunto passa da uno zigzagare continuo da parte di Salvini. Il quale segue pedissequamente il verbo di Fontana. Il 21 febbraio c’è il primo caso a Codogno, e Salvini lancia l’allarme su Facebook: “Chiudere! Blindare! Proteggere! Controllare! Bloccare!”. Il 27 febbraio il Capitano cambia versione dei fatti. “Riaprire, riaprire tutto quello che si può riaprire”. Ma quale chiusura, quale blindatura, ora c’è in campo un altro Salvini. “Riaprire per rilanciare fabbriche, negozi, musei, palestre, gallerie, ristoranti, centri commerciali!”. Altro giorno, altra giravolta. Siamo al 3 marzo i contagiati sono più di due mila e il leader di via Bellerio scolpisce: “Tutta Italia diventa rossa”. E ancora il 10 marzo: “Fermare tutto”. Il 26 marzo, intervistato da Corrado Formigli a Piazza Pulita, ammette di aver sottovalutato: “Riaprire tutto? Era evidentemente una valutazione scientificamente sbagliata”. Infine, il capolavoro. A pochi giorni dalla Pasqua si lancia in una proposta choc per strizzare l’occhio al mondo cattolico: “Aprire le chiese ai fedeli, magari con ingressi contingentati. Il mio è un appello a poter permettere a chi crede di andare a messa. Si può andare dal tabaccaio, allora perché non si può curare l’anima. Si può entrare contingentati al supermercato e allora perché non in chiesa?”. Salvini, insomma, si ritrova nella parte di un pugile suonato e confuso conscio che la sua leadership è strettamente connessa alla stato di salute della “gran malata del Nord”. Dove ad oggi, dati delle protezione civile alla mano, si registra il numero più alto di deceduti ogni mille abitanti (1,107). Un numero che è circa due volte quello dell’Emilia Romagna, tre volte il Piemonte e oltre cinque volte la media nazionale. Ecco, non è dato sapere se, come mormorano, qualcuno sarà “simul stabunt, simul cadunt”. Insomma, se il default della Lombardia faccia implodere la macchina di consenso del leader dell’opposizione. Vero è, per dirla sempre con Majorino, “che nelle prime settimane del Covid si aveva l’impressione di un grande consenso nei loro confronti, mentre oggi c’è un sacco di gente infuriata per la cattiva gestione e per gli errori commessi”. Eppoi, c’è un contesto che non gli è congeniale: non è all’ordine del giorno la campagna elettorale delle regionali e chissà quando lo sarà, il dibattito sul Mes ha innescato come primo effetto la spaccatura del centrodestra. Ecco perché l’unica arma di Salvini resta la Lombardia. Che il Capitano utilizza per fare il controcanto al governo, e non a caso nelle ultime ore si è visto spesso proprio al Palazzo della Regione. E se solo qualche giorno fa Fontana si diceva contrario alla riapertura delle librerie e delle cartolerie e anche l’assessore al Welfare Giulio Gallera definiva la situazione lombarda “problematica”, da qualche giorno il vertice lombardo non solo ha cambiato paradigma ma è ripartito all’attacco evocando la riapertura della Regione: “Fateci aprire il 4 maggio”. Una mossa utile non solo a coprire le note vicende giudiziarie sulle Rsa, ma congeniale al leader del fu Carroccio a pungolare Palazzo Chigi. Non a caso Salvini cavalca la proposta Fontana e un attimo dopo gli fa eco in questi termini: “Noi siamo stati i primi a chiudere e abbiamo fatto bene e qui ricordo chi scherzava Fontana e Zaia. Non vorrei fossimo gli ultimi a riaprire, sarebbe un disastro senza precedenti. Se la scuola riaprisse l’11 maggio, io i miei figli li manderei purché siano garantiti sanificazione, distanze e dispositivi di protezione”. Non è forse un caso che, messe da parte tra le polemiche le conferenze Facebook allarmistiche del forzista Gallera, la nuova musica cantata dal “suo” Fontana era tutta un “ripartiamo”. Con una nuova centralità comunicativa affidata agli assessori leghisti: secondo qualche osservatore ben informato, al di là dei sorrisi di apparenza, tra Forza Italia e la Lega si sta già consumando il derby per chi deciderà il prossimo candidato sindaco per il centrodestra di Milano. Bruciato(si) Gallera, difficilmente Salvini cederà il diritto di prelazione. E così arriviamo a quando l’ex inquilino del Viminale si presenta al Senato per una conferenza stampa su agricoltura e turismo. Salvini indossa per la prima volta gli occhiali e apre i lavori ringraziando la Lombardia: “Ringrazio la Regione Lombardia che ha dato a tutti i cittadini italiani un segnale di speranza, di ripartenza, visione e pianificazione del futuro”. Ma non finisce qui. Perché al minuto successivo sempre Salvini ri-ringrazia Fontana e company. Ed è un ringraziamento, questa volta, che sa di stoccata al governo nazionale: “A proposito, ancora grazie alla Regione Lombardia perché anticiperà la cassa integrazione che qualcuno aveva promesso per il 15 aprile. Ma ad oggi dallo Stato zero euro”. E invece di lodare il Veneto di Luca Zaia, che forse teme come avversario interno, e che non a caso diverse voci del Pd tendono a elogiare per la buona gestione della crisi, Salvini parla sempre e solo della sua Regione. “Il governo e i ministri del Pd e dei cinquestelle – si sgola in queste ore – dovrebbero fornire tutte le mascherine che servono e medici, lavoratori e cittadini lombardi, che ne hanno diritto e aspettano invano da settimane”. Ed è un attacco che sa di difesa. Anche perché la regione leghista per antonomasia è il nervo scoperto di un leader che ha iniziato una lunga traversata nel deserto. Allora si ritorna al punto di partenza, a quei malumori che risuonano alle orecchie del segretario di via Bellerio: “Zaia ha avuto poco dal governo, e ha saputo fare da sé, mentre Fontana, dispiace dirlo, non ne ha azzeccata una”. Fontana e Salvini. Salvini e Fontana. Simul stabunt, simul cadent…

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