Coronavirus: travolte politica e democrazia…

Dal lockdown per l’emergenza da Coronavirus siamo… stiamo uscendo, avvolti in una grande nebbia che opacizza la nostra realtà e noi che in essa viviamo. La politica e la democrazia, che già non godevano di uno ottimo stato di salute prima, sono state investite poi dall’onda d’urto della pandemia che ne ha esaltato i fattori di crisi, fino a travolgerle senza colpo ferire… Per la verità già da qualche tempo, discutevamo dell’incompatibilità tra il capitalismo finanziario globale e la democrazia misurando come e quanto la governabilità e la ricerca continua della stabilità, mettessero in crisi e compromettessero la stessa democrazia rappresentativa. Guardando sgomenti come la crisi della grande politica e delle sue istituzioni concorressero, insieme alla gigantesca trasformazione tecnico-scientifica, a destrutturare il mondo della produzione e del lavoro e l’intera società producendo diseguaglianze economiche e sociali, assieme a solitudini e individualismi. Il popolo si è così sentito abbandonato. Era già un po’ di tempo che Studiosi che indagavano le nuove frontiere e le nuove forme di controllo sulle persone e sulle diverse realtà sociali avvertivano del rischio che, dalla grande crisi, economica e sociale, che aveva attraversato il Globo nell’ultimo decennio, uscissero nuove e inedite forme di società autoritarie. Nel campo aperto di una post-pandemia è possibile una post-democrazia, ovvero possono crescere forme di governo tra loro assai diverse, ma con un comune tratto caratteristico: la demonizzazione del conflitto sociale e del dissenso politico e culturale. Conseguentemente il governo diventa progressivamente e inesorabilmente totalitario, da sempre esistenti gli esempi, tra Est e Ovest ai quali si sono aggiunti nuove situazioni anche tra Nord e Sud del Mondo. Oggi, assistiamo a una manifesta crisi sociale che vede rinascere il conflitto. Dove l’intenzione si fa effettivamente regime, con una macchina che tutto macina, facendo perdere identità ai protagonisti e impoverendo il panorama sociale. Le strade e le piazze della città, svuotate, diventano il panorama di una nuova quotidianità. Col Coronavirus lo stesso Stato è diventato populista e progredisce la democrazia illiberale… E’ una questione che riguarda tutti nell’oggi, e riguarda altresì ogni singola persona nel domani. Le persone organizzate in società, di fronte a questa che è una minaccia, si rivolgono necessariamente alla politica. Ma quale politica sta nascendo di fronte a questa situazione? L’interrogativo principale riguarda il destino della politica stessa nei nostri Paesi. Perché proprio qui sta la leva del nuovo autoritarismo. Cosa sta accadendo, da chi e come sono prese le decisioni? Queste sono le domande necessarie. «Chi comanda qui?» – Sono sempre più fuorigioco la democrazia partecipata (che lo è già da gran tempo) e la democrazia rappresentativa. La democrazia partecipata domanda un rapporto tra scienza ed esperienza che richiederebbe la presenza di protagonisti sociali forti (partiti, associazionismo, ecc.). La democrazia rappresentativa richiederebbe, tra le altre cose, la centralità delle assemblee elettive e del Parlamento. Ma l’Esecutivo è tutto e il Parlamento è niente. Convocato un solo giorno alla settimana nel tempo delle grandi scelte, adesso subisce pure l’onta di un dimezzamento. Per decisione unanime, per un verso incredibile, per altro “necessitata”, in aula invece dei 630 eletti dal popolo andranno solo, e per scelta politica, 350 deputati. Fin qui, parliamo di chi cade sotto la scure dello Stato di necessità. Ma ci è stato spiegato che proprio chi dichiara lo Stato di necessità diventa il sovrano del nuovo regime. La tesi che qui si vuole sostenere è che in Italia, nella assai impegnativa vicenda della lotta contro il coronavirus, esso si stia costituendo al riparo dal concreto diffondersi del virus e dal modo con il quale vengono prese le decisioni, e da chi (vedasi i Dpcm). Il processo in atto, quasi inavvertitamente ma sistematicamente, modifica la fonte della decisione che non è più la volontà politica di interpretare la volontà popolare, bensì le relazioni che intervengono in uno spazio tecno-politico, uno spazio di relazioni tra esperti e governanti reciprocamente legittimatesi. Se non basta il governo centrale, valga il concorso con i governi locali (Regioni e Comuni), ma sempre governi, e, per gli esperti, valga il ricorso alle organizzazioni della comunità scientifica internazionale e nazionale. L’intero sistema delle comunicazioni di massa è stato reclutato per comunicare le decisioni del governo centrale e/o di quelli locali. Le scelte sono diventate così politicamente inattaccabili nella sfera istituzionale e le forze politiche sia di maggioranza che di opposizione vengono sospinte a radunarsi nello stesso spazio attorno al “già deciso” e a quel che si può decidere secondo compatibilità. Esse vengono indirizzate verso il governo più consono al nuovo assetto politico in formazione, quello in cui vengano banditi conflitti e critiche. I contrasti tra governo e opposizione, quindi rispondono più a persistenti ragioni di schieramento che a ragioni propriamente politiche, stanno comunque dentro questa cornice. Quando il conflitto scoppia, indicando un gigantesco problema di società, drammaticamente irrisolto (ambiente, lavoro, immigrazione ecc.) esso viene relegato nella patologia, fuori dalla norma, quando invece il conflitto è proprio una spia che rivela la patologia della norma. È la spia che in questa società, la società della crisi, della diseguaglianza e della impossibilità permanente di accedere a una vita degna, non reggerà a lungo neppure l’assetto neo-autoritario della società d’eccezione imposta dal Coronavirus. Occorre quindi cominciare fin da ora, dentro questo “regime”, a dire che il re è nudo e che bisogna organizzare pensiero e azione per un radicale cambiamento del modello generale di società. Giusto il contrario della volontà politica di tornare al pre-virus, quello della conservazione dell’esistente. Con questo pensiero di alternativa all’esistente, occorrerà saper rompere radicalmente nella politica con i modelli obsoleti di uno sviluppo senza limiti, ora che la natura sembra ribellarsi a questo modello di società e ora che le conseguenze delle politiche di austerity hanno minato la capacità delle nostre società di reagire alla malattia, indebolendo il servizio pubblico dalla sanità alla scuola, malgrado le sue alte capacità ancora esistenti all’interno di resistenza e di azione sociale. E occorre farlo, prima che sia troppo tardi…

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