economia mondiale: quali sono le incognite del 2016?

(parte seconda)

Il 2015 doveva quindi essere l’anno della ripresa dell’economia globale, uscita con le ginocchia molto più che sbucciate dal crollo della Lehman Brothers del 2007 e dalle recessioni che l’hanno seguita. Ma in realtà nel corso dell’anno abbiamo visto che molti fattori hanno frenato la tanto desiderata ripresa ponendo sotto i riflettori del mondo criticità vecchie e nuove dell’economia globale.

Siamo entrati da poco nel nuovo anno e ormai abbiamo archiviato un 2015 a luci e ombre (espressione un po’ “polverosa” …che però riassume al meglio il concetto) la vera domanda è: quali sono le incognite in questo ‘bisesto’  2016? Molti dei protagonisti del 2015 sono destinati a rimanere sul palcoscenico mondiale anche quest’anno influenzando nel bene e nel male l’andamento dell’economia globale…

Protagonista indiscussa del 2015 è stata la Cina che ha pesato come un macigno sull’andamento dell’economia mondiale.
La crisi cinese è stata un grave freno per il commercio e l’economia del globo, in modo particolare per i Paesi produttori di energia e materie prime.

Il governo cinese di fronte alla frenata dell’economia ha messo in campo diverse misure tra cui la svalutazione monetaria.
La prima incognita del 2016 è sicuramente l’andamento della Cina, il perdurare della crisi, nonostante le misure di stimolo, oppure la ripresa del Dragone. Sul punto è difficile fare previsioni, perché i segnali provenienti dall’Oriente indicano versioni contrastanti.
Da una parte, infatti, si registra una ripresa degli investimenti, spinti dalle maggiori risorse messe a disposizione dai governi locali per le infrastrutture. Segnali positivi anche dall’export che insieme agli investimenti è sempre stato il fattore di traino del Paese.
Le previsioni però restano buie. Bank of China ha rivisto al ribasso le stime di crescita per il 2016 che passano dal 6,9% al 6,8% allontanandosi ulteriormente dal target del 7% annuo.
Ed ecco anche la “doccia fredda” da parte dell’istituto di ricerca economico della Commissione per lo Sviluppo e Riforma Nazionale della Cina (NDRC) che prevede un ulteriore rallentamento dell’economia cinese nel corso del 2016.
La crescita della spesa delle famiglie e dei consumi potrebbe essere limitata a una sola cifra nel 2016, mentre le esportazioni, sostenute dalla svalutazione dello yuan, potrebbero andare in positivo.
Qualunque sia la strada che imboccherà la Cina nel 2016, l’unica certezza è che l’andamento dell’economia cinese peserà sull’andamento dell’intera economia mondiale.

Stesso discorso vale per gli altri Paesi emergenti sui quali anche l’OCSE, nel mese di novembre scorso, ha lanciato l’allarme. Il rallentamento dell’economie emergenti e di conseguenza la frenata del commercio globale hanno pesantemente inciso sulla crescita mondiale del 2015 e faranno lo stesso il prossimo anno.
Questa situazione ha spinto l’OCSE ha parlare di nuova “recessione mondiale” e tagliare le stime di crescita: per il 2016 al 3,3% dal precedente 3,6%.
Insomma, nel corso del 2015 abbiamo imparato quanto pesi l’andamento dei Paesi emergenti sull’interno economia mondiale. Ed è ormai chiaro che un ulteriore rallentamento di questi Paesi e del commercio globale sarebbe il principale rischio per il 2016.

Il 2015 è stato anche l’anno del crollo dei prezzi delle materie prime scese ai minimi degli ultimi 20 anni perdendo oltre il 25% del loro valore.
Il prezzo del petrolio e delle altre materie prime rappresenta un’altra incognita centrale per il 2016.
Nel corso dell’anno hanno inciso sul crollo del prezzo delle materie prime l’eccesso di offerta, l’apprezzamento del dollaro e la frenata dei Paesi importatori primo tra tutti la Cina che è la seconda consumatrice di energia al mondo.
Occhi puntati soprattutto sul petrolio, grande protagonista del 2015, anno che sarà ricordato per la spinta ribassista che ha portato l’oro nero ai minimi storici.
I maggiori Paesi fornitori di petrolio continuano a scontrarsi per accaparrarsi le quote maggiori di mercato. E intanto l’offerta sale e il prezzo continua a scendere. E probabilmente continuerà a scendere anche nel corso de 2016 mantenendo i prezzi schiacciati al ribasso.
Basta vedere l’ultima decisione dell’organizzazione dei paesi esportatori di petrolio (OPEC) che il 4 dicembre scorso ha deciso di non tagliare l’offerta di petrolio, e anzi ha deciso di aumentarla leggermente da 30 a 31,5 milioni di barili al giorno.
Nel 2016, infatti, dovrebbero tornare sul mercato anche le scorte di petrolio iraniano (a breve dovrebbero terminare la sanzioni per il Paese) e dell’Indonesia che dovrebbe rientrane nell’OPEC.
Alla luce di questa situazione è gli esperti prevedono un ulteriore aumento della fornitura e dell’offerta di petrolio sul mercato mondiale, cosa che potrebbe portare ad un ulteriore abbassamento dei prezzi con tutte le conseguenze negative sui Paesi produttori.

Fattore di possibile rischio più che incognita è la FED.
Il rialzo dei tassi è iniziato e anche se la FED ha detto che i tassi resteranno comunque bassi per un po’ di tempo, nel 2016 potrebbero arrivare parecchi scossoni.
La nota positiva è che questa decisione riflette le migliori condizioni economiche negli Stati Uniti, che è una notizia positiva per l’economia globale.
Nell’aria da mesi, il rialzo dei tassi di interesse negli Stati Uniti era già stato ampiamente discusso e già scontato dai prezzi, ma potrebbe comunque far sentire i suoi effetti ulteriori sull’economia globale.
Nel dicembre dello scorso anno, la FED ha iniziato la sua stretta monetaria che continuerà, incrementandosi nel corso di quest’anno.

E’ facile prevedere un certo nervosismo sui mercati e le principali ricadute sui mercati finanziari.
Secondo Christine Lagarde del FMI “Anche prima dell’aumento dei tassi a dicembre da parte della FED, la prospettiva di una politica monetaria statunitense più restrittiva aveva già contribuito a un aumento dei costi di finanziamento per chi prende il denaro in prestito, comprese le economie emergenti e in via di sviluppo”.
I Paesi, soprattutto quelli più avanzati, si sono abbastanza preparati nei mesi scorsi in vista del rialzo dei tassi da parte della FED, ormai noto.

Il timore è legato al modo con cui Paesi emergenti ed avanzati saranno in grado di attutire gli eventuali contraccolpi.

Anche la Banca Centrale Europea ha molte sfide da affrontare nel nuovo anno.
Mario Draghi ha recentemente annunciato il prolungamento di 6 mesi del Quantitative Easing ed ha ribadito per la centesima volta che la BCE è pronta ad agire se sarà ritenuto necessario.
Nel 2016 quindi proseguirà l’acquisto di 60 miliardi di titoli di Stato mensili da parte della Banca al fine di far ripartire il credito a famiglie e imprese e chiudere il capitolo credit crunch in Europa, ma anche di portare l’inflazione intorno, ma sotto il 2%.
Al momento l’obiettivo sembra più che mai distanze, visto che a novembre l’Eurostat ha registrano un aumento dello 0,2% su base annua.
Nel corso del 2016, quindi, Mario Draghi potrebbe prendere ulteriori provvedimenti di politica monetaria allargando per esempio il bacino o la quantità di titoli di Stato da acquistare.

Anche le tensioni in Medio Oriente e in Europa rappresentano una delle principali incognite del 2016.
L’attentato a Parigi del 13 novembre scorso ha innalzato il livello di guardia in Europa e acuito le tensioni con la comunità islamica.
La principale incognita del 2016 dal punto di vista politico è la guerra in Siria e l’avanzamento dello Stato Islamico.
Molte nubi restano anche sul rapporto tra Russia e Turchia dopo l’abbattimento del caccia russo che ha aumentato l’attrito tra Mosca e Ankara.

Anche l’Europa ha di fronte a sé un anno complesso. Intanto per quanto riguarda la Grecia che, anche se è scomparsa dai giornali internazionali, sta ancora lottando per il suo salvataggio. Il premier Tsipras deve ancora portare a termine la lista delle riforme negoziate con la Troika e poi aprire il capitolo della negoziazione del debito, fortemente voluto da Syriza, ma osteggiato dalle istituzioni europee.
Nel 2016 le criticità della Grecia potrebbero tornare sotto i riflettori internazionali. Infine, l’Europa dovrà contrastare tutte le forze euroscettiche che premono all’interno dell’Unione. Nel 2016, infatti, il Regno Unito potrebbe davvero andare al referendum per l’uscita dall’Unione, mentre altri Paesi come la Finlandia e la Danimarca registrano l’avanzata di forze euroscettiche.
Stessa situazione in Portogallo, Spagna, Francia, Germania e Italia dove a passi più o meno lunghi i Paesi anti-Unione e anti-euro si stanno facendo spazio nel panorama politico proponendo uscite e monete nazionali.
Basterebbe l’uscita, per esempio, del Regno Unito per innescare uno tsunami euroscettico che potrebbe colpire l’intera Europa con gravi conseguenze anche dal punto di vista economico.

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