Governo: Conte firma il nuovo Dpcm sulle restrizioni per l’emergenza coronavirus precisando portata e temporalità. Le Regioni rivendicano un’autonomia, che nella realtà, si chiama anarchia. Confindustria e Sindacati ai ferri corti…

Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha firmato il Dpcm che dispone nuove misure restrittive per l’emergenza coronavirus. L’annuncio della nuova stretta era arrivato nella tarda serata del 21 marzo – ancora una volta con modalità comunicative che lasciano perplessi – tramite una diretta Facebook. La firma è giunta solo dopo che, ha fatto sapere Palazzo Chigi, «al ministero dello Sviluppo economico sono stati severamente impegnati a vagliare tutte le richieste delle aziende che sostenevano la necessità di proseguire nelle proprie attività e invocavano comunque il carattere essenziale delle stesse, la rilevanza strategica ai fini dell’economia nazionale, lo scopo comunque connesso e accessorio rispetto alle attività consentite in via principale, la funzione strumentale alla risposta sanitaria in corso». La validità dei Dpcm e delle ordinanze finora emanate, come quella che vieta a tutti di «trasferirsi o spostarsi con mezzi di trasporto pubblici o privati in Comune diverso da quello in cui si trovano», viene uniformata al 3 aprile. «Grande è la confusione sotto il cielo. La situazione è eccellente…». La celebre frase pronunciata da Mao durante la Rivoluzione culturale degli anni Sessanta si adatterebbe perfettamente all’Italia d’oggi… Ne d’altronde la Conferenza stampa di Conte, non più via Facebook, fatta ieri pomeriggio sui canali ufficiali del governo, dopo aver recuperato uno pseudo rinnovato rapporto con le opposizioni e le Regioni e con lo sforzo in corso per evitare lo sciopero generale, sembra aiutare comunque molto. Conte cambia certamente il tanto criticato approccio comunicativo  ma, permane nella stesura del Dpcm (il terzo) l’immagine di un grande disordine istituzionale. E’ noto che ancora una volta alcune Regioni, (Lombardia, Veneto e Emilia Romagna) pressate dal fatto che alcune loro province sono i principali focolai del virus; in nome quindi di uno stato di necessità, (non senza mostrare alcuni tratti di isteria) pretendono di far da sole e accusano il Governo di inutili titubanze e conseguenti perdite di tempo oltre ai limiti comunicativi già accennati. Il caso Lombardia. Il Presidente Attilio Fontana rispolvera nell’occasione il controverso dossier sull’autonomia regionale rafforzata. Lui, non l’ha certo scordato in un cassetto. E l’ha tirato fuori perfino nell’ora più complicata: avanzando il dubbio se un decreto del premier sulla serrata delle attività produttive non essenziali sia o meno prevalente rispetto a un suo analogo provvedimento regionale. Disputa alquanto illogica in un Paese che voglia dirsi unito, per di più quando tutto servirebbe tranne le diatribe sui rispettivi poteri. Anche perché nelle situazioni di emergenza nazionale, è palese che in una nazione comanda lo Stato. E’ Ovvio. Ma segnali rivendicativi Fontana (comunemente a Zaia, Governatore del Veneto) ne aveva già distribuiti al governo Conte bis già da lunedì 2 marzo: «Chiediamo da anni di poter assumere medici e infermieri. Però finora ci è stato impedito per via di alcune leggi statali. Se avessimo la nostra autonomia potremmo agire diversamente…». Il fatto è che insieme all’emergenza sanitaria il coronavirus ha fatto esplodere tutte le contraddizioni istituzionali del nostro Paese. Con il risultato che perfino in una situazione che richiederebbe il massimo dell’unità decisionale e del coordinamento: Stato, Regioni ed enti locali si pestano continuamente i piedi tra loro. Così il decreto del Presidente del Consiglio, annunciato venerdì scorso… scatena in Lombardia critiche in completa sintonia con le opposizioni (Lega, FdI e FI al quale si aggiunge come al solito Renzi con la sua Italia viva) e si riaccende così lo scontro politico. Dal governo invece si rimprovera ufficiosamente ad Attilio Fontana di non aver avuto il coraggio di sfidare Assolombarda discutendo su quali fossero le fabbriche e le attività da chiudere. Mentre dai vertici della Regione si fa notare come le restrizioni imposte da Milano siano più rigide di quelle del governo. L’assessore Davide Caparini risponde con durezza al ministro Boccia: «Dice che avremmo dovuto aspettare? Qui si muore! In Lombardia gli alberghi saranno chiusi, gli ordini professionali fermati, l’assembramento sarà punito con 5.000 euro di ammenda». Rimembrando così: un bossiano «celodurismo». Nel decreto di Conte e Speranza, a differenza di quello lombardo invece, avvocati, contabili, architetti, ingegneri, giornalisti potranno continuare a lavorare. Alle undici di sera, per spazzar via «lo stato di incertezza» generato dal decreto regionale, Fontana si rivolge ai lombardi e dice: «Vale la mia ordinanza!». Salvo poi chiedere un parere legale. Palazzo Chigi e il ministro Boccia per amor di patria non smentiscono… ma spronano il presidente della Lombardia ad assumersi le sue responsabilità nei confronti di queste categorie produttive. Insorge Confindustria. E, in questo clima di forte tensione, prima Franceschini e poi l’ammalato Zingaretti si fanno sentire per fermare l’ennesimo tentativo del centrodestra di delegittimare il premier. «Se le opposizioni soffiano sul fuoco per far perdere ai cittadini la fiducia nel governo rischiamo di precipitare nella tensione sociale. La Lombardia, sostiene la rigidità delle sue decisioni, in nome dei numeri dei morti, dell’autonomia differenziata, del fatto che essendo retta da una maggioranza di opposizione alla compagine di Governo dissente comunque dalla decretazione centrale. Altro che Autonomia differenziata, questa è Anarchia istituzionale! Un esempio per tutti in Lombardia si indica che: al supermarket si deve accedere con mascherine e guanti (ancora irreperibili) e farsi misurare la febbre (non ci sono i termometri appositi), Ma allora, che casino è? Il decreto governativo lascia tempo fino al 25 marzo alle imprese che devono fermarsi per completare le attività necessarie alla sospensione, «compresa la spedizione della merce in giacenza». Le occupazioni che con il provvedimento vengono sospese «possono comunque proseguire se organizzate in modalità a distanza o lavoro agile». È di 80 voci l’elenco delle attività che possono rimanere aperte. L’allegato al Dpcm precisa che continueranno a essere consentita anche i lavori legati alle famiglie, dalle colf e badanti conviventi ai portieri nei condomini. Resteranno in funzione l’intera filiera alimentare per bevande e cibo, quella dei dispositivi medico-sanitari e della farmaceutica e, tra i servizi, quelli dei call center. La lista potrà essere aggiornata in un secondo momento con decreto del ministero dello Sviluppo economico (sentito il Mef) e anche i prefetti avranno potere di bloccare eventuali aperture ‘fuori schema’. Come annunciato ieri sera, a partire da domani resterà chiusa sull’intero territorio nazionale ogni attività produttiva che non sia strettamente necessaria e indispensabile a garantirci beni e servizi essenziali. Nel decreto viene permessa «sempre l’attività di produzione, trasporto, commercializzazione consentita e consegna di farmaci, tecnologia sanitaria e dispositivi medico-chirurgici nonché di prodotti agricoli e alimentari. Resta altresì consentita ogni attività comunque funzionale a fronteggiare l’emergenza». Resterà aperta anche l’industria dell’aerospazio e della difesa, nonché le altre attività di rilevanza strategica per l’economia nazionale, previa autorizzazione del Prefetto. Le attività sospese, si legge nel testo, possono continuare con lavoro agile. Molte industrie, soprattutto le più grandi, in realtà hanno già deciso in autonomia di chiudere i battenti o di ridurre al minimo le attività. Nel centinaio di voci iniziali erano spuntate anche i codici 24 e 25, cioè “metallurgia e fabbricazione di prodotti in metallo” che avevano messo in agitazione i sindacati perché, includerle, di fatto, avrebbe significato lasciare aperto «il 70% delle imprese metalmeccaniche». Nonostante le due voci siano sparite dall’elenco definitivo, le Confederazioni insorgono e mandato un messaggio forte e unitario a Conte: se si dovessero allargare troppo le maglie della lista i sindacati sono pronti anche allo sciopero generale. E inducono per oggi mercoledì lo sciopero dell’intera categoria dei Metalmeccanici. Molte industrie, soprattutto le più grandi, in realtà hanno già deciso in autonomia di chiudere i battenti o di ridurre al minimo le attività: da Fca, che ha fermato quasi tutti gli stabilimenti, all’ex Ilva gestita da Arcelor-Mittal che ha ridotto a 3.800 le presenze degli operai (ma essendo a ciclo continuo non si può permettere la chiusura e, proprio per questo motivo, risultano tra quelle esentate), fino a Luxottica che ha deciso di fermarsi già a partire da domani ovvero da ieri. Tra i nodi ancora da risolvere, osserva però la Cna, quella delle imprese che stanno avviando la riconversione per produrre mascherine e gli altri dispositivi di protezione che al momento scarseggiano sul mercato e che, al momento, non hanno quindi un codice Ateco. Le attività professionali (a differenza della Lombardia) non saranno sospese per le prossime due settimane. Nell’elenco compaiono, tra l’altro, le attività legali e contabili oltre a quelle finanziarie e assicurative, ma anche gli studi di architetti e ingegneri. Attiva anche l’intera filiera della stampa, dalla carta al commercio all’ingrosso di libri, riviste e giornali fino ai servizi di informazione e comunicazione. Oltre alle edicole, continueranno a operare anche i tabaccai, nonostante lo stop a Lotto e scommesse. Mentre le famiglie potranno continuare ad avere colf e badanti conviventi e pure a servirsi del portiere in condominio. Scorrendo la lista compare una serie di servizi, a partire dai call center, che potranno continuare a operare rispettando ovviamente le regole sulle distanze e i protocolli siglati la scorsa settimana sull’uso di guanti e mascherine per ridurre il più possibile il rischio contagio (regola che vale per tutte le attività aperte – peccato che di mascherine fino adesso non se ne trova una). Netta la riduzione delle attività della Pubblica amministrazione: restano di fatto aperte gli esercizi legati a sanità, difesa e istruzione, rigorosamente a distanza. Nell’ambito delle aziende restano attive tutte le filiere ritenute essenziali e quindi legate al settore alimentare, a quello farmaceutico e biomedicale, compresa la fabbricazione di forniture mediche e dentistiche. Inclusa anche la filiera del legno e la fabbricazione delle bare. In ‘vita’ anche i servizi dell’Inps, e l’assistenza sociale residenziale e non residenziale. Sul fronte agroalimentare restano attive l’industria delle bevande, le industrie del cibo, la zootecnia. Anche l’industria tessile potrà continuare a operare escluso, però, l’abbigliamento. Le produzioni gomma, materie plastiche e prodotti chimici non saranno interrotte, così come non saranno fermate le raffinerie petrolifere. “Salve” anche le attività legate all’idraulica, all’installazione di impianti elettrici, di riscaldamento o di condizionatori, oltre alle diverse forniture, dall’energia elettrica all’acqua al gas. Previste anche la manutenzione sia di pc e telefoni sia di elettrodomestici E, come attività legate ai servizi essenziali, restano attive anche le riparazioni della strumentistica utilizzata nella filiera alimentare, farmaceutica o dei trasporti (comprese le riparazioni di auto e moto). Il Dpcm lascia libero il trasporto terrestre, marittimo e aereo, oltre al trasporto merci. Attive anche la gestione fognaria e quella della raccolta dei rifiuti, oltre alle attività bancarie, postali, assicurative e finanziarie. Non sono intaccati nemmeno i servizi di vigilanza privata oltre alle attività di pulizia e disinfezione. Troppe o troppo poche? Rispetto a tutto ciò c’è una Regione che chiude le frontiere, un’altra che sbarra le porte di un Comune senza avvertire la prefettura mentre un sindaco stabilisce che si può portare a spasso il cane solo nel raggio di 200 metri dalla porta di casa e un municipio (!) decide controlli a tappeto sulle auto private in circolazione. Per non parlare del grido di dolore dei prefetti, che secondo il codice della Protezione civile dovrebbero gestire l’emergenza insieme ai Presidenti regionali, e sono sottoposti ora a una pressione enorme fra contagi, carenza di personale, incarichi scaduti e sedi vacanti… Insomma, la solita Italia. Ma forse che tutti questi nodi vengano al pettine è davvero un bene… il rapporto appunto con le regioni, che lascia prefigurare una sorta di rottura dell’unità nazionale, con ogni governatore auto-trasformatosi in una autorità di pubblica sicurezza: non c’è dubbio alcuno che quantomeno necessiti di una riflessione mancata in passato… Infine, il conflitto sociale, con l’ipotesi – davvero senza precedenti – di uno sciopero generale a serrata in corso, che produrrebbe una seria lacerazione del tessuto sociale nel momento più delicato… è il prodotto del rifiuto, pur nell’emergenza dettata dal coronavirus con i risvolti economici pesantemente gravi che si annunciano già durante e ancor di più dopo la epidemia o meglio pandemia, di qualsiasi concertazione tra Stato, Datori di Lavoro e Sindacati dei lavoratori… nella situazione data, pare proprio un’ulteriore gran ‘cazzata’!!!

 

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