Governo: lo scontro tra Conte e Bonomi è stato l’unico vero momento politico di Villa Pamphilj…

Degli Stati generali e di ciò che ne è scaturito (al momento nulla) non ne parla già più nessuno!!! All’indomani di 10 giorni di “ascolto” in 80 e più incontri del Premier, con le rappresentanze economiche categoriali e quelle sociali… lo scontro politico tra governo e opposizione resta sul Mes (dove la divisione attraversa anche la maggioranza) e sull’attesa della messa a disposizione delle risorse europee con il Recovery fund. A questo punto, vale la domanda: l’Italia è ancora una Repubblica «fondata sul lavoro»? C’è da chiederselo visto lo scontro tra Conte e Bonomi andato in onda a villa Panphilj… Mentre si moltiplicavano i piani, gli auspici, le promesse, le commissioni e le riunioni — in sostanza, le parole — sulla ripresa economica, è forse il caso di ripartire da quel che sosteneva (e sostiene) l’articolo 1 della nostra Costituzione. Dal punto di vista giuridico, quell’affermazione ha sempre avuto un incerto significato: tuttavia, al di là del suo significato costituzionale, che resta alquanto indeterminato, quel richiamo al lavoro implicava cose concretissime per milioni di italiane e italiani da poco usciti dalla guerra. Significava la disponibilità a rimboccarsi le maniche, dapprima per ricostruire tutto ciò che era stato distrutto e poi per rendere possibile quell’esplosione collettiva di energie — dall’umile lavoro dell’operaio meridionale trasferitosi al Nord alla creatività di chi progettò e costruì con tempi oggi impensabili un’opera come l’Autostrada del sole — che fu all’origine del miracolo economico e del primo diffondersi in Italia della cosiddetta società del benessere. Ma da allora qualcosa sembra essersi inceppato perché la centralità del lavoro, se è rimasta inalterata nel primo articolo della nostra Carta, si è appannata nella concreta realtà del Paese. Una recente rilevazione di Eurostat ha confermato il dato — già noto da tempo ma mai oggetto di una qualche apprezzabile discussione pubblica — che vede l’Italia all’ultimo posto nella Ue per durata della vita lavorativa: 32 anni contro una media europea di quasi 36. Contemporaneamente i primi dati sugli effetti economici del lockdown indicano un aumento non soltanto dei disoccupati, largamente prevedibile, ma anche del numero degli inattivi, cioè di quanti (soprattutto donne e giovani) un lavoro hanno perfino rinunciato a cercarlo. La marginalizzazione del lavoro ha ovviamente ragioni economiche e politiche, che rinviano ai tanti nostri problemi mai affrontati benché noti da anni: la riforma della pubblica amministrazione, la lotta contro l’evasione fiscale, una seria manutenzione di infrastrutture e territori di un Paese fragile, la piaga di una giustizia lentissima ecc. Ma forse ha pure — si potrebbe azzardare, soprattutto — ragioni culturali, riposa cioè su un cambiamento di mentalità che ci ha reso molto differenti dai nostri connazionali degli anni 50 o 60. Sempre più, infatti, siamo andati mettendo al centro delle nostre aspirazioni e dei nostri valori il reddito separato dal lavoro; forse già a partire dalle lotte sindacali dell’autunno caldo, che proclamarono la separazione tra la produttività e i salari, che andavano considerati, si disse, una “variabile indipendente”. Soprattutto, negli stessi anni ci avrebbero pensato le tante assunzioni a posti pubblici per fini clientelari ed elettoralistici, nonché le mille storture del welfare all’italiana, ad alimentare l’idea che si potessero distribuire benefici (anzitutto pensionistici) senza farsi vincolare da troppe preoccupazioni riguardo alle risorse disponibili, quasi avessimo scoperto la via per raggiungere il mitico Paese di Cuccagna. Da tempo — quanto meno da quel giorno del 1992 in cui il governo Amato si trovò costretto a prelevare nottetempo del denaro dai conti correnti degli italiani — la realtà si è presa la sua rivincita, senza che sia svanita però quella diffusa aspirazione a un reddito non frutto di lavoro ma di assistenza. Un’aspirazione che ha trovato poi una realizzazione con i Cinquestelle, dapprima grazie all’appoggio della Lega e poi, cambiato il governo, a quello del Pd che ha evidentemente sottovalutato anch’esso l’effetto devastante di una misura del genere per quegli italiani che ancora credono nella cultura del lavoro. Ma che in questa materia la mentalità del Paese sia mutata stanno a dimostrarlo anche i consensi che vengono da tempo accreditati alla Lega di Salvini, cioè a un partito che ha rinunciato a essere – com’era per la Lega Nord – il rappresentante di un’etica proiettata fin troppo darwinianamente verso la produzione e il lavoro per assumere invece il carattere, con «quota 100», dell’ennesima forza assistenzialista italiana. L’invecchiamento della popolazione, e dunque la centralità (anche elettorale) dei pensionati, spiegano almeno in parte questo appannarsi dell’etica del lavoro. Ma se non si affronta questo problema, c’è il rischio che anche tante misure per il rilancio economico, sulla carta ottime, restino allo stadio delle buone intenzioni. Il presidente del Consiglio ha risposto alle critiche rivolte in questi mesi dal leader di Confindustria, dal «sentimento anti-industriale» alla eccessiva presenza dello Stato nell’economia. E così, alla fine, il vero incontro “politico” degli Stati Generali dell’Economia c’è stato. Non con l’opposizione di Salvini, Meloni e colleghi, che hanno disertato l’appuntamento. Ma con la nuova opposizione del presidente di Confindustria Carlo Bonomi, che si è presentato a Villa Pamphilj con tanto di mascherina con il logo degli industriali. E, come lasciavano intendere le critiche della vigilia, non è stato certo un incontro di cortesia. Le richieste avanzate al tavolo del governo dagli industriali le sintetizza subito Bonomi su Twitter appena concluso il vertice. «L’impegno contro una nuova dolorosa recessione può avere successo solo se non nascondiamo colpe ed errori commessi da tutti negli ultimi 25 anni. Ora si onorino i contratti/debiti verso le imprese», scrive. E poi l’accusa alle politiche messe in atto finora dal governo: «La cassa integrazione è stata anticipata in vasta misura dalle imprese e così sarà per le ulteriori 4 settimane. Gravi ritardi anche per le procedure annunciate a sostegno della liquidità. Le misure economiche italiane si sono rivelate più problematiche di quelle europee». Critiche sul fisco: «Non possiamo operare restando in attesa per oltre 60 mesi in media della regolazione da parte dello Stato dei crediti Iva alle imprese, quando nei Paesi concorrenti europei avviene in meno di 6 mesi». E poi l’affondo finale: «Confindustria non crede in uno Stato cattivo contrapposto al privato buono. Ciò che chiediamo è una democrazia moderna con istituzioni efficienti e funzionanti, cioè con una Pa “buona”, come già indicato e chiesto dal Governatore di Bankitalia». Con in più una richiesta diretta al governo: «Chiedo immediato rispetto per la sentenza della magistratura che impone restituzione di 3,4 miliardi di euro di accise energia, impropriamente pagate dalle imprese e trattenute dallo Stato nonostante la sentenza della Corte di Cassazione che ne impone la restituzione». Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte in conferenza stampa ha risposto alla richiesta in modo piccato: «Qui voliamo più alto, oggi il tema è il rilancio del Paese. Questa è una questione di dare e avere che i nostri uffici risolveranno». Ma il discorso tenuto dal premier a porte chiuse non è stato da meno. Le dieci pagine del documento “Progettiamo il rilancio” erano rivolte a tutti i rappresentanti dell’industria presenti in sala, ma molti passaggi sono apparsi un chiaro messaggio a Bonomi. Una a una, il premier ha risposto alle critiche sferzanti partite all’indirizzo del governo ancora prima che la nomina dell’ex capo di Assolombarda alla guida di Confindustria venisse ufficializzata, continuate poi in ogni fase della pandemia. Conte ha elencato quanto fatto in questi mesi, ben conoscendo il giudizio contrapposto di Bonomi. «Era impensabile», si è difeso Conte, che «tutte queste misure da adottare nel ciclo di qualche settimana o addirittura dei giorni, potessero dispiegarsi a terra di punto in bianco. Quasi che potessimo confezionarle per mesi avendo pure la possibilità di sistemare preventivamente il quadro burocratico del Paese». Quindi, ha continuato il premier, «è chiaro che delle criticità si sono rivelate e, come sapete bene, anche sulla prospettiva della liquidità non è sufficiente disegnare un modello normativo pensando che possa conformarsi all’unisono in maniera perfetta. Facciamo ammenda per eventuali carenze che si stanno dimostrando e abbiamo l’umiltà di ammettere ritardi ed errori. Fermo restando che certo non possiamo essere chiamati a rispondere di carenze strutturali che il sistema Italia si porta dietro da circa 20 anni». Al tavolo del presidente del Consiglio, Bonomi ha portato quello che ha definito il suo piano per il rilancio, contenuto nel libro “Italia 2030. Proposte per lo sviluppo”, curato dall’economista Marcello Messori ed edito da La Nave di Teseo, che è stato presentato il 18 giugno. Scritto prima della pandemia e poi aggiornato alla luce della crisi Covid, è una raccolta di analisi firmate da dieci autorevoli professori, con la prefazione scritta dallo stesso Bonomi. Dove si trovano, condensate, tutte le critiche del capo degli industriali verso il governo conclusesi poi con la dichiarazione tagliente della «politica che rischia di fare più danni del virus». Nella prefazione al libro, Bonomi mette in fila gli errori dell’esecutivo. Rinfaccia a Palazzo Chigi di non aver ascoltato le esigenze delle imprese nella decisione sulle misure anti-Covid. Definisce «impensabile» l’accumulazione di «nuove forme di cassa integrazione». E critica duramente la fase tre: «È mancata finora una qualunque visione sulla Fase 3, da far seguire a chiusure e riaperture». Parole che alla vigilia dell’incontro avevano irritato (e non poco) Conte, che in un’intervista a FanPage aveva commentato: «Mi dicono che quando c’è un nuovo insediamento c’è una certa ansia da prestazione politica. Io dal dottor Bonomi e da tutti gli associati mi aspetto un’ansia da prestazione imprenditoriale, è questo il loro scopo». E a Villa Pamphilj il premier s’è voluto togliere più di un sassolino dalla scarpa. «Sembra che qualcuno pensi che questo governo abbia un pregiudizio nei confronti della libera iniziativa economica», ha detto Conte, riferendosi al «sentimento anti-industriale» più volte evocato da Bonomi. «Non c’è alcun pregiudizio», risponde il premier. «Per noi l’impresa è un pilastro della nostra società. Possiamo avere diversità di opinioni, ci mancherebbe che intorno a un tavolo del genere con tante sensibilità dovessimo pensarla tutti allo stesso modo, ma qui non c’è nessuna remora culturale, nessun pregiudizio ideologico». Quanto alle accuse rivolte da Bonomi sulla presenza dello Stato nell’economia, anche qui Conte risponde: «Non abbiamo una concezione collettivista della produzione o statalista dell’economia. Non ci appartiene, non è nella filosofia della linea politica economica di questo governo e non accarezziamo neppure un modello cripto-dirigista in campo economico. Il nostro modello rimane quello classico, di uno Stato regolatore che però non è disattento rispetto ai meccanismi del mercato». Per poi sfidare Bonomi sui contenuti del piano di rilancio: «Si può discutere sulle misure e non c’è dubbio che ci sia una costante attenzione del governo per il sostegno alle imprese. E in questo progetto che avete davanti voi troverete anche una misura che il dottor Bonomi ci voleva “rubare”: qui c’è il piano di transizione 4.0 ma c’è anche il nuovo piano di transizione impresa 4.0 plus, dedicato a chi vorrà volgere le sue attenzioni e innovare in modo ancora più spiccato». Ma oltre alle stoccate c’è anche l’invito al dialogo: «Vogliamo avere un confronto ampio e costruttivo, vi chiediamo suggerimenti su queste proposte, valutazioni e critiche. Nei prossimi giorni vi preghiamo di farci pervenire delle osservazioni specifiche. Se volete, al di là degli appunti che ci farete pervenire, possiamo anche ritrovarci in presenza. Detto ciò, finito questo ciclo di incontri, inizieremo subito a lavorare con celerità: già dalla prossima settimana inizieremo a ricavare la versione finale». Che si tratti dell’avvio di quel metodo della «democrazia negoziale» evocato da Bonomi nel suo libro non si sa. Mentre da Confindustria si correggono con la penna rossa e blu i 187 punti del piano del premier, lo scontro con gli industriali però resta aperto. Tanto da spingere Andrea Orlando, vicesegretario del Pd, a scrivere un tweet durissimo: «Se si facessero i campionati mondiali di luoghi comuni il presidente di Confindustria vincerebbe a mani basse». In attesa di mettere mano al piano Conte, Bonomi, intanto, ha lasciato sul tavolo di Villa Pamphilj la sua “lista della spesa” per i fondi che arriveranno da Bruxelles. Meno tasse, con una riduzione del cuneo fiscale e una riforma del fisco «barocco e distorsivo»; più investimenti e riforme di lungo respiro, che non si esauriscano il giorno dopo. Con un utilizzo «rapido e massivo» delle risorse europee, da affiancare a un piano di riduzione del debito che, fa notare Bonomi, non viene neanche citato nel Def. Ma se all’avvio degli Stati Generali a villa Panphilj il capo degli industriali si era detto deluso perché si sarebbe aspettato che «il governo presentasse un piano ben dettagliato, un cronoprogramma con gli effetti attesi, una tempistica, gli effetti sul Pil», neanche nel volume di Bonomi sembra esserci ancora traccia di date e scadenze. A quanto pare, così come Conte, anche Confindustria presenterà a settembre il suo piano di riforme. Fino ad allora, ci sarà tempo per mettere in piedi quella «grande alleanza pubblico-privato» auspicata da Bonomi nella prefazione a “Italia 2030”. C’è da dire che le premesse, almeno fino ad ora, non sono confortanti…

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