Italia: attenzione a continuare con un’economia da ‘bottegai’ ai tempi del coronavirus…

Viviamo in pieno un’epidemia da coronavirus dagl’esiti imprevedibili per la salute pubblica italiana o per meglio dire mondiale. Ma, qui da noi, con molte contraddizioni, da qualche giorno, tiene banco l’interrogativo sulla salute presente e futura della nostra economia. Bene, credo occorra dire con chiarezza: che nel migliore dei casi l’economia italiana crescerà anche quest’anno dello zero virgola qualcosa, se non addirittura finirà sotto zero in piena recessione e che le prospettive future possano realisticamente vedere peggiorare ancora l’azienda Italia. Colpa del panico da contagio… che svuota strade e locali, no, o meglio non solo. Il coronavirus frenerà sicuramente l’export e la maggioranza degli economisti prevede altresì un’altra imminente crisi finanziaria e commerciale a livello globale. Una nuova crisi mondiale precipiterebbe immediatamente nel baratro la nostra fragile economia. La politica politicante, anche la migliore, non basterà al Governo per fronteggiare una situazione economica che in Italia era già grave, ma che potrebbe diventare disastrosa. I cittadini sono esasperati e reclamano da troppo tempo più reddito e più lavoro. L’elettorato è polarizzato, destra contro sinistra (anche se la sinistra spesso latita), ma tutti reclamano da tempo una svolta decisa dell’economia e la fine dell’austerità (anche se da noi non c’è mai stata veramente). C’è fretta d’agire con una terapia d’urto. E l’emergenza economica ai tempi del coronavirus sembrerebbe sorpassare ahinoi… quella della salute pubblica. Con il blocco e/o il rinvio di fiere e manifestazioni. L’export finora ha trainato l’economia italiana riuscendo a farla galleggiare. Ma l’export non basta più: occorre rilanciare la domanda interna. Qualsiasi governo avrà qui da noi successo, solo se, nonostante il peso del debito pubblico, e la bassa produttività del sistema Italia, riuscirà a creare risorse monetarie per parecchi miliardi in modo da rilanciare investimenti e consumi interni. E senza preoccuparsi di aumentare più di tanto il deficit pubblico. Il problema è che i cittadini sono stremati e incazzati, e voteranno solo chi darà loro delle speranze di forte miglioramento economico. Su questo si gioca – oltre che sulla propaganda xenofoba anti-immigrati – un populismo che promette meno tasse e “più soldi nelle tasche degli italiani”. Diciamocelo chiaramente: se non aumenteranno occupazione e reddito rischia di morire anche la nostra democrazia. Gli italiani (una buona parte di loro) tirano la cinghia da troppo tempo e si sono rivoltati contro un ceto politico che finora ha tradito i loro interessi. Ogni anno da 25 anni i cittadini pagano (quelli che le pagano) più tasse di quanto lo stato spende per loro: questo è l’avanzo primario di bilancio. Ogni anno da 25 anni lo stato italiano chiede soldi alle grandi banche per pagare circa 70 miliardi di interessi sul debito pubblico senza però riuscire a diminuire il debito, che anzi continua ad aumentare. L’Italia è caduta già da tempo in una spirale infernale. E’ sicuramente difficile uscirne. I governi passati hanno seguito ricette ultraliberiste ideologiche e fallimentari, come quelle suggerite dall’Università Bocconi ispirate dalla Scuola di Chicago, così hanno bastonato il lavoro e i lavoratori, i risparmiatori, i giovani e i pensionati, hanno favorito la deindustrializzazione del Paese e premiato solo la grande finanza, subordinandoci alle regole dettate dall’Unione Europea, che a sua volta era non essendo unita subordinata dalla speculazione dei mercati finanziari globali. E oggi, tutti chiedono di non essere più soffocati da una politica europea che, nonostante la retorica sui futuri investimenti verdi, impone ancora regole ai cittadini (come il pareggio di bilancio, il controllo del deficit e del debito pubblico) ma che alla fine sembra garantire la continua deregulation economica e miliardi di profitti solo alla finanza speculativa mondiale. Le borse fino a qualche giorno fa sono salite ma l’economia reale sono anni che  frena, E lo farà ancora ulteriormente. Il rischio è che il ‘populismo fascistoide’ vincerà se questo governo giallo-rosa non troverà urgentemente i soldi per fermare il coronavirus mettendo in sicurezza la nostra sanità e quindi la nostra salute… e se non riuscirà a evitare il crollo dell’economia quotidiana delle imprese e delle famiglie e a far ripartire gli investimenti per un rilancio del sistema Paese. La crescita economica nei paesi OCSE negli ultimi vent’anni è stata in media del 70 per cento, in Italia solo del 10. Per spiegare questo divario non possiamo tirare in ballo considerazioni legate alla “domanda”, quella delle famiglie che consumano, degli imprenditori che investono, degli stranieri che comprano da noi. Non perché la domanda sia ininfluente, ma perché essa non ci aiuta a capire un fenomeno che dura da così tanto tempo. Quindi è sulla “offerta” che va concentrata la nostra analisi, cioè sulla produzione, sulle condizioni in cui essa si svolge, sulle imprese che ne sono autrici. Le imprese naturalmente non vivono in un vuoto pneumatico, sono immerse in un ambiente umano e istituzionale fatto di lavoro, politica, leggi, regolamenti e tanto altro. Le loro capacità e le loro scelte ne sono influenzate e addirittura plasmate. Quell’ambiente è il terreno elettivo della politica. Ora, il ristagno della produzione ha una causa prevalente: da molto tempo l’efficienza, cioè la produttività, delle imprese e dei loro lavoratori, cresce da noi, quando cresce, molto più lentamente che negli altri paesi.  Se scomponiamo la produttività nei suoi tre addendi principali – la quantità dei due fattori classici della produzione, lavoro e capitale e la capacità delle imprese di combinarli efficientemente – scopriamo che il divario fra l’Italia e la media dei paesi OCSE nello sviluppo economico in questi vent’anni si spiega quasi per due terzi con le differenti dinamiche del terzo addendo, ovvero cioè della cosiddetta produttività totale dei fattori, la quale dipende dalle scelte tecnologiche e organizzative delle imprese. La produttività totale dei fattori, che nel dopoguerra era stata il principale motore dello sviluppo italiano, nella seconda metà del decennio Novanta, lungi dal continuare ad aumentare, si è ridotta, proprio quando esplodeva nel mondo il nuovo paradigma tecnologico centrato su informazioni e comunicazioni incomparabilmente più abbondanti e veloci che in passato, che potevano far fare un vero e proprio salto all’efficienza di qualunque azienda. Nello stesso periodo, i sistemi produttivi degli altri paesi avanzati cavalcavano l’onda delle nuove tecnologie, ponendo la propria PTF (produttività totale dei fattori) su ripide traiettorie di crescita. Mentre secondo analisi ormai quasi unanimi la causa principale del fenomeno italiano della crescita lentissima: “sta nella dimensione medio piccola delle imprese italiane e nel loro essere più “familiari” che in altri paesi”. Per essere più precisi, il problema consiste nel fatto che poche imprese italiane hanno deciso nel corso del tempo di fare un salto dimensionale e/o di assetto proprietario, economico e organizzativo. L’inadeguatezza odierna della nostra economia è il risultato di un quarto di secolo di sviluppo insoddisfacente del sistema Paese. Sul quale, aggiunge oggi, il suo carico ‘nefasto’ il Coronavirus. Le dimensioni prevalente delle imprese italiane che sono per l’appunto medio piccole, risale almeno agli anni Settanta, un decennio politicamente e socialmente difficile, in cui alcune grandi imprese sono uscite definitivamente di scena e molte imprese di dimensione grande o media si sono chiuse in difesa, rimpicciolendosi e accentuando il loro carattere familiare. Questo è successo proprio mentre cambiavano  in tutto il mondo le tecnologie di uso generale, con l’avvento delle ICTs e del mondo digitale, con la massiccia diffusione delle nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione che hanno radicalmente modificando il profilo della società contemporenea. L’emergere di strumenti come le reti-telematiche ha rafforzando quel processo di informatizzazione della società che, sin dagli anni ‘70, insieme al processo di globalizzazione dell’economia, ha caratterizzato l’intero assetto politico, sociale e culturale del vivere associato. Si è così affermata una nuova ondata di globalizzazione dei commerci e dei costumi, mentre: “le imprese italiane piccole e a carattere familiare non potevano saltare su quel treno che viaggiava verso la modernità, senza cambiare la loro dimensione e/o  il loro assetto proprietario,  economico e organizzativo”. E infatti, non lo hanno fatto. O lo hanno fatto in poche, lentamente e con ritardo. Come si sa, se si è piccoli, è difficile investire in nuove tecnologie, in innovazione di processo e di prodotto, accrescere la propria competitività sui mercati internazionali anche guadagnando l’accesso a economie emergenti più dinamiche, entrare quindi da attori principali nelle nuove catene globali del valore che le ICTs contribuiscono a sviluppare. Mettiamola così: la nostra economia reale si regge su una dimensione economica da ‘bottega’. E permettetemi di dire chiaramente e senza alcun rispetto, che la classe imprenditoriale italiana nella sua stragrande maggioranza ha una mentalità da ‘bottegaio’ ed è incline allo sfruttamento dei lavoratori, all’evasione fiscale e contributiva. Tutta la nostra politica e annessi politicanti, purtroppo negli anni scorsi si sono preoccupati principalmente di avere il loro consenso elettorale, scordandosi di altri pezzi della società italiana che compongono il nostro mondo economico (vedi, un esempio per tutti, quello del lavoro dipendente finito all’angolo attraverso il progressivo processo di deindustrializzazione). La cosa oggi appare ancora più drammatica. L’epidemia di coronavirus che ci ha colpito così fortemente, vede la nostra economia già fragile sul piano della sua tenuta e con l’allarme sanitario forse potrà salvare il “popolo sovrano” dalla infezione, ma vedrà sopperire il Paese sul piano economico. D’altronde un’economia da bottegai che guarda all’incasso giornaliero, già faticava prima a faticherà ancor più a sopravvivere di fronte ad una  drastica restrizione della socialità giornaliera, dalla libera circolazione e frequentazione delle persone, costrette in un regime di “auto-quarantena”, che risulta essere pressoché l’unica “cura” della propria salute personale e di quella pubblica. Rischiamo così, di “perire” economicamente più che per aver contratto l’infezione dal virus. La politica e la nostra società civile, sono chiamate a una grande prova di compostezza, solidarietà e sobrietà, superando i toni affatto civili e i limiti di una ormai abituale insipienza. Teniamo conto di quanto ha detto ieri il Capo dello Stato nel suo breve ma intenso messaggio al Paese: “Calma, disciplina, unità, sull’emergenza coronavirus”. Così Mattarella chiede ai cittadini pazienza e rispetto delle regole. Alle istituzioni serietà nella gestione dell’emergenza. Alla politica unità di intenti e la fine della guerra civile permanente. La politica nei prossimi giorni dovrà scegliere che fare oltre l’emergenza sanitaria, e contemporaneamente varare precisi indirizzi economici che possano dare al Paese un profilo civile diverso dall’attuale (meno divisivo)  che dopo la sconfitta del virus e del crollo della nostra economia, possa permettere al Paese  di ricominciare a crescere economicamente per riallinearsi per produttività ai paesi dell’OCSE. E dobbiamo chiarirci una volta per tutte che non sarà continuando a regalare “garanzie” a qualche ‘bottegaio’, che salveremo la nostra economia e meno che meno il nostro senso civico. Se veramente questo restasse l’azimut degli interventi straordinari che governo e politica in generale si apprestano a varare, a tutela solo di alcune parti della società italiana, continuando a scordarsene altre, dovremmo prendere definitivamente atto, che le cause delle nostre fragilità politiche, sociali e economiche non sono dovute al coronavirus e alla sua alta infettività epidemiologica. Non sono dovute  nemmeno all’economia globalizzata, ma sono il frutto principale della sola ‘genìa’ italiana. Quando tutto questo sarà finito, perché prima o poi finirà, ci saranno delle lezioni da ricordare. Le più importanti, riguardano lo stesso significato della vita, l’idea che abbiamo di noi stessi, la pretesa di invulnerabilità e di onnipotenza che ci hanno dato la scienza e la tecnologia e che un minuscolo virus è bastato a scuotere. E sono lezioni di ordine esistenziale, culturale e anche religioso. Poi ci sono lezioni per la comunità in cui viviamo, che richiedono risposte politiche, legislative, sociali. Vale e la pena, anche se ancora nel pieno dell’emergenza, prendere appunti, e stendere un promemoria per il domani di tutti gl’italiani…

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