Italia: come salvarsi da stagnazione e virus…

Il coronavirus piomba su un’economia che aveva già dato segnali preoccupanti. L’unico modo di farla ripartire sarebbero gli investimenti pubblici. Ma bisognerebbe smetterla di favoleggiare su progetti finanziati solo sulla carta (vedi Renzi) o continuare a “cannoneggiare” come fa Salvini il governo Conte & C. con ‘spropositi’ come quelli da 50 miliardi d’investimenti finanziati tutti a debito, come se alla fine fossero gratis, con il solo scopo di perpetrare lo scontro con l’Europa.  Bene quindi lo sforzo in corso in questi giorni di far decidere al Parlamento e concordare poi con L’Europa spese straordinarie per 3,6 miliardi di euro, per affrontare la recessione ormai conclamata per effetto del coronavirus… forse non basteranno ma anziché sparare “folli” richieste e/o  richieste “fasulle”, per far apparire il governo Conte insufficiente e incompetente, così come nemmeno  troppo “sottotraccia” fanno i nostri due Mattei pur d’esistere almeno medianicamente. Bisognerebbe riesaminare velocemente il funzionamento delle norme e il funzionamento di quegli organismi creati per superare le difficoltà che bloccano quelli davvero realizzabili. Gli ultimi dati sull’economia italiana già suonavano come un bollettino di guerra. Già a dicembre gli occupati erano diminuiti dello 0,3% rispetto a novembre e la produzione industriale aveva subito un calo del 2,7% sul mese e del 4,3% in termini annui. Nel quarto trimestre 2019 il Pil è diminuito dello 0,3% rispetto al trimestre precedente, rimanendo invariato in termini tendenziali. Nell’intero 2019 il Pil è aumentato appena dello 0,2%, mentre la produzione industriale ha subito un calo dell’1,3% (è la prima contrazione dal 2014). Il ministro Gualtieri due settimane fa parlava di un possibile “rimbalzo” nel primo trimestre di quest’anno, e era ottimista sulla  prospettiva di questo 2020. Ecco che con l’apparire del Coronavirus  questa prospettiva rosea viene cancellata di colpo. La settimana scorsa la Borsa Italiana ha segnato un meno 11% e questa settimana non andrà molto meglio (mi chiedo perché non la chiudano per qualche settimana per “massimo ribasso” generale?). Risale lo spread. Anche il ciclo internazionale non è ripartito subendo gravi perdite in tutte le Borse affari del Mondo. E l’epidemia del coronavirus non farà che rimandarne la ripartenza. L’intera Europa, Germania e Francia in testa, è alle prese con una crisi industriale profonda, che forse non ha ancora toccato il fondo. E anche da loro cresce esponenzialmente il contagio del virus in un clima di totale emergenza. Che fare dunque? Il governo italiano sta discutendo di una riforma fiscale piuttosto complessa, che implicherebbe lo spostamento di una parte della tassazione dall’Irpef all’Iva nonché la revisione della delicata materia delle detrazioni e delle spese fiscali. E’ sicuramente un piano ambizioso per pensare che una coalizione debole e messa costantemente sotto stress dall’opposizione e dalla emergenza contagio coronavirus. com’è l’attuale, lo possa realizzare in tempi brevi. In realtà, come già accennato, la leva direttamente alla portata del governo per far ripartire l’economia sono gli investimenti pubblici. E’ su questa leva che si dovrebbero concentrare i principali sforzi dell’esecutivo. Ma c’è purtroppo tanta confusione sia sull’ammontare delle risorse effettivamente a disposizione sia sui fattori che bloccano l’operatività dello strumento. Per quanto riguarda le risorse, abbiamo sentito più volte Matteo Renzi parlare di un piano choc per sbloccare 120 miliardi di investimenti pubblici in tre anni. Non solo. La ministra per le Infrastrutture Paola De Micheli nella trasmissione televisiva Cartabianca ha detto: “Abbiamo 200 miliardi per le infrastrutture nei prossimi 15 anni: spendiamoli!” Tutti questi soldi in realtà ci sono solo sulla carta, nel senso che sono stati stanziati attraverso le leggi di bilancio in un determinato arco temporale. Poi però, quando si tratta di finanziare concretamente un’opera, occorre andarli a trovare nel bilancio di cassa di quell’anno. E qui, come sappiamo, i nodi vengono al pettine. Perché immancabilmente le risorse vere e proprie per le spese in conto capitale degli enti pubblici sono sempre poche, essendo soggette a tagli, dati i vincoli di bilancio e la incomprimibilità della spesa corrente. Meglio sarebbe se i politici, anziché fare mirabolanti promesse che difficilmente saranno mantenute, si concentrassero sulle risorse effettivamente disponibili per le infrastrutture di anno in anno e si impegnassero a trasformarle in nuovi cantieri, monitorandone attentamente l’attuazione. Sotto questo punto di vista sarebbe opportuno procedere, come propone Assonime (l’associazione fra le società italiane per azioni. Si occupa dello studio e della trattazione dei problemi che riguardano gli interessi e lo sviluppo dell’economia italiana) al coordinamento delle banche dati sul patrimonio infrastrutturale e sullo stato di avanzamento delle opere, che giacciono presso i vari ministeri. Bisogna accelerare l’attuazione del Piano nazionale per l’informatica nella pubblica amministrazione, rendendo le varie banche dati interconnesse e accessibili. Per quanto riguarda i fattori di blocco, si sa che sono numerosi e comprendono: le difficoltà di programmazione e di progettazione degli enti pubblici, l’eccesso di burocrazia, la corruzione, il sovrapporsi delle modifiche al Codice dei contratti pubblici, il grande contenzioso esistente. Si tratta di problemi annosi, con i quali dovremo convivere a lungo. Qualche passo in avanti però può essere fatto. Il precedente governo ha istituito due organismi di supporto alle amministrazioni al fine di migliorare la qualità dei progetti: InvestItalia e Centrale per la progettazione di beni ed edifici pubblici. Tali organismi dovrebbero coordinarsi con Strategia Italia, la cabina di regia presso la presidenza del Consiglio nata con il compito di superare gli ostacoli relativi ai procedimenti deliberativi. Stanno funzionando a dovere queste strutture? E’ lecito saperne qualcosa di più. Anche per non continuare nell’antico vizio italico di affrontare un problema creando nuovi organismi, anziché far funzionare meglio quelli esistenti. Occorrerebbe inoltre mettere la parola fine alle continue modifiche del Codice degli appalti, evitando gli eccessi di regolamentazione. Anche il ruolo dell’Anac, ridisegnato dal governo Renzi e messo in discussione dal primo governo Conte, andrebbe definito, separando i compiti di prevenzione della corruzione da quelli di regolazione dei contratti pubblici. Infine, il governo deve decidere cosa vuol fare con le concessioni autostradali, a cominciare da Autostrade per l’Italia. Da un lato, è necessario esigere da parte dei concessionari l’effettivo rispetto degli obblighi di manutenzione e di investimento. Dall’altro, al fine di separare l’intreccio spesso perverso tra concessionari e burocrazia ministeriale, è opportuno trasferire all’Autorità dei Trasporti i compiti di controllo finora affidati al Ministero delle Infrastrutture. Qui serve una grande dose di trasparenza: i contratti trattati come segreti di Stato, le clausole per impedire la revoca delle concessioni e permettere ai concessionari di caricare sulle tariffe il costo degli investimenti, le proroghe continue senza fare le gare sono tutti elementi che vanno disciplinati in maniera diversa e molto più chiara rispetto al passato. Con meno di tutto questo il Paese non si salva e moriremo più che di coronavirus della solita italica insipienza che ci fa vivere costantemente in   stato di emergenza… senza mai decidere alcunché di risolutivo…

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