Italia: perché l’Italia non cresce da anni? Troppe riforme confuse e mancanza di una visione…

Ultimi in Europa. Anche nel 2020 l’Italia continuerà a crescere meno di tutti i Paesi dell’Unione europea. Nel 2019 il prodotto interno lordo è salito solo dello 0,1% quest’anno aumenterà dello 0,6% se diamo retta all’Istat, o dello 0,4% se crediamo alla stima fatta dalla Commissione europea. In ogni caso, briciole. E così per un altro anno continuerà l’andamento lento di crescita bassa o non così alta come gli altri Paesi che ci accompagna da quasi trent’anni. Ognuno ha il suo capro espiatorio: la globalizzazione, la Cina, i migranti. Ma ancora nessuno è riuscito a capire come ha fatto il Paese d’Europa con la più elevata crescita media a diventare quello con la crescita peggiore. Dalla metà degli anni Novanta alla crisi finanziaria del 2007 si è consolidato il declino che paghiamo ancora oggi. Marco Simoni, un’economista politico e presidente dello Human Technopole, scrive in un recente saggio: “Senza alibi: Perché il capitalismo italiano non cresce più” che il nostro declino è iniziato nella metà degli anni Novanta fino al 2007. Eppure per quindici anni i governi di centrosinistra e di centrodestra hanno riformato le banche, le leggi sul lavoro, la disciplina del diritto societario. Ma il problema è stato proprio questo. L’ansia di rimanere immobili e la mancanza di una visione coerente dei vari governi hanno fatto importare leggi di diversi modelli esteri senza capire che impatto avrebbero avuto sul tessuto economico. L’Italia è diventata così un esperimento di capitalismo “ibrido” tra norme inconciliabili pescate da Francia, Germania e Stati Uniti. Ma abbiamo preso solo i difetti. Tradotto: il nostro Paese ha aumentato la disuguaglianza tra le classi sociali reso più rigido il mercato del lavoro perdendo dinamismo e produttività. Senza guadagnare nulla. Non esistono quindi lavoratori fannulloni, capitalisti predatori o politici corrotti. Il problema non è il quadro ma la cornice, e le regole che la politica ha scelto per accompagnare lo sviluppo. Questa è la tesi di Marco Simoni economista politico e presidente dello Human Technopole che ha esaminato le principali riforme del mercato del lavoro e nei settori del governo societario e finanziario in un saggio pubblicato dalla Rivista Italiana di Scienza Politica e la Cambridge University Press. «Il più grande equivoco sul motivo del declino italiano è che non ci siano state riforme. Il problema è l’opposto: ce ne sono state troppe. E ogni volta la politica non riesce a riflettere sugli effetti delle misure che prendere. Siccome poi le cose continuano ad andare male si cercano degli alibi», spiega Simoni. Le riforme degli anni Novanta de gli anni Duemila hanno cercato in maniera goffa di promuovere dei cambiamenti, alcuni dei quali ci portavano magari più vicini alla Germania e altri agli Stati Uniti. Due economie che funzionano molto bene, ma con pregi e difetti diversi. Gli Stati Uniti sono molto diseguali rispetto alla Germania ma più dinamici. Viceversa, la Germania è più rigida ma la produttività è molto più alta rispetto agli Stati Uniti. Noi invece abbiamo copiato un pezzo da una parte e un pezzo dall’altra in maniera non coerente. Negli anni Novanta è stata introdotta in Italia una forte flessibilità del mercato del lavoro che però valeva solo per i nuovi assunti, mentre gli altri godevano ancora di un sistema rigido. Quindi da un lato la flessibilità dei nuovi occupati era persino peggiore di quella nei Paesi anglosassoni. Non serviva nemmeno licenziare con facilità i precari bastava non rinnovare il contratto. Si è creata una distorsione perché i lavoratori del vecchio modello non hanno visto alcun cambiamento del loro contesto, ma anzi si sono rafforzati. Perché? Perché all’inizio degli anni Novanta si è voluto rinforzare il sistema di contrattazione collettiva che ci ha reso ancora più simili alla Germania. La presenza contemporanea di queste due spinte: rigidità tedesca e flessibilità americana ha determinato delle strategie incoerenti delle imprese che si trovavano con due tipologie differenti di lavoratori. Il risultato finale di questa ibridizzazione è stato il crollo dell’innovazione. Dal 1990 al 2007 si sono alternati governi tecnici, di centrosinistra e centrodestra. Il capitalismo ibrido deriva da visioni diverse sul futuro del Paese? No, perché destra e sinistra in quegli anni hanno seguito la stessa politica economica. Non c’è nessuna questione economica rilevante che il governo successivo abbia cambiato. Forse solo il secondo governo Prodi del 2006-2008 che introdusse lo scalone per le pensioni. Il problema non è cosa ma come e quali norme si sono scelte per riformare. Nella Seconda Repubblica non solo è mancata una strategia coerente nel lungo periodo, ma c’è stata anche una continua e logorante discussione con i vari gruppi di interesse che ha portato riforme parziali su ambiti specifici, senza una visione d’insieme. Come è successo per le banche. Cioè? Negli Stati Uniti le banche non possono avere azioni di compagnie private. Perché nel capitalismo liberale il controllo del comportamento dei manager della Coca Cola si basa sugli indici di Borsa. Se l’azienda va bene le persone comprano le azioni, se va male, le azioni si vendono e i manager si cambiano. Invece in Germania le banche sono i principali azionisti delle grandi aziende tedesche, siedono nei cda della Bmw e della Mercedes. Perché la forza di queste aziende dipende dalla capacità di investimento nel lungo periodo che le banche concedono. Sono due logiche completamente diverse, ma efficienti nel loro contesto. Invece in Italia i governi hanno favorito la privatizzazione e liberalizzazione degli istituti di credito per avere un grande consolidamento bancario ed essere così più simili agli Stati Uniti. Ma allo stesso tempo hanno permesso alle banche di comprare le azioni delle aziende, come in Germania. Ancora una volta, capitalismo ibrido. Quale sono state le conseguenze? Le regole copiate senza coerenza da due sistemi diversi hanno permesso di poter comprare la Telecom indebitandosi con le banche, mettendo poi i vertici degli istituti di credito nei cda. Con questo gioco di scatole indebitate un’azienda così importante ha cambiato proprietà quattro volte in pochi anni. Risultato? Quando era controllata dallo Stato Telecom era la più efficiente azienda telefonica europea con solo 6,1 miliardi i passivo e 4,6 di investimenti. Dopo la privatizzazione nel 2007 aveva accumulato circa 40 miliardi di euro di debiti. Il problema non è la privatizzazione ma le regole disegnate male che hanno portato così tanti cambi di proprietà. Alcuni potrebbero dire che è il problema del capitalismo. Alcune aziende vanno bene, altre vanno male. Ma non è che il capitalismo non funziona perché è cattivo in sé. I capitalisti italiani non sono più fannulloni o cattivi degli altri colleghi del mondo. Questi sono alibi di chi non vuole vedere la realtà: regole disegnate male dalla politica producono questi disastri. La politica deve stabilire dei paletti che condizionano le scelte degli attori economici. Il problema non è comprare la Telecom a debito. È razionale farlo. Ma queste regole non fanno il bene del Paese. Con principi chiari che impediscono scorrettezze del mercato i capitalisti trovano altri modi di fare i soldi: magari producendo motore elettrico all’avanguardia in Germania o creando Facebook negli Stati Uniti. La sua ricerca ha studiato le riforme fino al 2007. Negli ultimi tredici anni i governi sono riusciti a rimediare agli errori del capitalismo ibrido? Le riforme recenti del sistema bancario e del mercato del lavoro hanno attenuato il problema di avere regole diverse per materie simili. Le hanno rese più coerenti. Però il miglioramento della produttività non si può realizzare solo con le condizioni favorevoli. Quelle sono il requisito fondamentale, ma servono altri fattori. Per esempio dopo la crisi del 2007 abbiamo sotto finanziato il sistema dell’università e della Ricerca. Magari abbiamo migliorato la governance ma se si continua a spendere poco non si possono assumere le persone. E senza il capitale umano di alta qualità è difficile migliorare la produttività e la crescita. Se non ci sono i ricercatori che trovano un nuovo modo di produrre beni e servizi chi lo farà al posto loro? I politici? Dio ci scampi!!!

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