La nuova strada dell’equità…

NON per cassa ma per equità!

 

La sentenza con cui una decina di giorni fa… la Consulta ha promosso il contributo di solidarietà sulle pensioni oltre 91 mila euro, introdotto da Enrico Letta per i tre anni dal 2014 al 2018, potrebbe riassumersi così, con lo stesso titolo che il presidente dell’Inps Tito Boeri riservò alla sua proposta del novembre scorso, diventata subito una specie di pietra dello scandalo.
La sentenza giustifica in sostanza sacrifici a carico di pensionati agiati ma pone una condizione fondamentale. CHE I SACRIFICI siano destinati a raddrizzare squilibri e disparità di trattamento all’interno del settore.
È il caso del prelievo Letta, finalizzato all’emergenza esodati, rimasti senza lavoro e senza pensione. Ma in futuro potrebbe essere il caso della proposta targata Inps, alla quale la decisione dei giudici sembra offrire nuove chance, almeno sul piano costituzionale.

pensioni-ultinpsNel documento di Boeri si chiede uno sforzo finanziario a quei pensionati che ricevono tuttora assegni molto più ricchi di quelli versati come contributi durante la loro vita lavorativa. Lo sforzo per riallineare le prestazioni ai contributi consisterebbe in un blocco degli aumenti per le pensioni da 3.500 a 5 mila euro, in tagli oltre i 5 mila e in sforbiciate ancora più forti ai vitalizi dei parlamentari.
Con questi risparmi si potrebbero aiutare lavoratori over 55 in povertà e giovani privi di un dignitoso futuro pensionistico. Non si tratta di un obolo fiscale imposto alla cieca tra i pensionati sopra un certo reddito, come fu quello introdotto da Berlusconi, rafforzato poi da Monti e infine puntualmente bocciato dalla Corte Costituzionale perché come tributo avrebbe dovuto gravare su tutti i cittadini e non solo sui pensionati.
Il contributo proposto da Boeri, ancor di più di quello di Letta, non si prefigge di far cassa ma di ridurre sperequazioni che si sono accumulate in decenni di non interventi. Vuole chiedere di più a chi ha avuto e continua ad avere oltre il dovuto. Il problema è che l’estrema lentezza con cui si è deciso di passare in Italia dal sistema retributivo (pensioni calcolate in base alle ultime retribuzioni) a quello contributivo (pensioni in base ai contributi) ha creato negli ultimi decenni lampanti disuguaglianze tra i pensionati, attuali e futuri.boeri
Chi è rimasto con il vecchio sistema ha potuto andarsene in pensione di anzianità con trattamenti che per circa un terzo non sono giustificati dai versamenti fatti. E così negli anni 2000, hanno scritto tempo fa in un articolo Tito Boeri, Stefano e Fabrizio Patriarca, si è permesso a tre milioni di persone di uscire dal lavoro in media a 58 anni di età e con assegni superiori ai 2 mila euro mensili. Certo, non siamo di fronte a pensioni d’oro, tutt’altro.

Ma l’importo è comunque più del doppio degli assegni di vecchiaia liquidati negli stessi anni. Ad acuire le disparità intervengono poi i regimi speciali dei più disparati fondi e gestioni, i cui privilegi sono stati eliminati troppo tardi e in misura troppo parziale, cosicché i loro pensionati continuano a goderne tuttora i frutti.

Alla fine, questo accumularsi di squilibri, sostengono gli stessi autori, ha prodotto una grande redistribuzione del reddito dal basso verso l’alto. Questo non significa che tra le pensioni di anzianità liquidate negli ultimi anni non vi siano anche quelle di ex operai, che magari hanno cominciato a lavorare molto presto. Ma sul milione di persone uscite dal lavoro prima della vecchiaia tra il 2008 e il 2012, solo il 18% è costituito da ex dipendenti privati con meno di 1.500 euro al mese. II 31% sta sopra quella soglia e sale al 55% se si includono anche dipendenti pubblici e autonomi.
Dunque, è su questa platea relativamente agiata che l’Inps propone di intervenire per ripristinare un minimo di equità Ma non appena qualcuno osa accennare a contributi di solidarietà, si leva il coro indignato dei difensori dei “diritti acquisiti”. banner-pensioni
Il governo – dicono – non può tradire il contratto stipulato con i pensionandi: è sulla base di quell’importo previsto che quei lavoratori hanno programmato il loro futuro pensionistico.

Chi dà alla politica il diritto di stracciare quel contratto ricalcolando l’importo in base a semplici ipotesi contributive? Ma si potrebbe rispondere con un’altra domanda chi ha dato il diritto ai legislatori in tutti questi anni di ridurre i benefici futuri dei più giovani tanto da costringerli ad andare in pensione anche a 75 anni con la metà degli assegni dei paadri? E ancora: chi e perché ha consentito che milioni di persone lasciassero il lavoro con trattamenti solo in parte giustificati dai loro contributi?
Con l’ultima sentenza la Consulta, pone in evidenza il tema dell’equità pensionistica.

Ignorato per anni, torna alla ribalta e può aspirare anche a ricevere una sua legittimità costituzionale. futuro.scale-to-max-width.825x

Ma è sul terreno politico, come sa bene lo stesso Boeri, che sono disseminati gli ostacoli maggiori, creati da chi, anche all’interno della stessa maggioranza e del governo, preferisce dare una interpretazione dei diritti acquisiti che salva i pensionati più fortunati e ignora gli altri.

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