PD: In Direzione qualcosa è cambiato. A questo punto per Zingaretti è “ridicolo” discutere dell’alleanza strategica con i grillini…

“Ho proposto un Sì per cambiare, per lottare contro l’anti-politica bisogna fare le riforme”, dice Zingaretti. Il responso del voto è quasi unanime a favore della relazione del segretario, mentre la posizione a favore del Sì al referendum conta 13 contrari, 8 astentuti e 11 assenti. “Un trionfo, il Pd si unisce intorno al suo leader Zingaretti”, fanno filtrare fonti della segreteria dem. La sensazione, in realtà, è che ancora una volta si sia messa la polvere sotto il tappeto. In attesa probabilmente di una nuova deflagrazione il giorno dopo il voto per il referendum e per le regionali. E conseguentemente di un’ennesima “decisiva” direzione del Pd. Il Partito democratico ha così ratificato l’indicazione del Si al referendum del 20-21 settembre in un tripudio di formalismi da studio notarile. Sfoderando un vero e proprio ‘manuale di conversazione’. Cercando tutte le acrobazie retoriche per giustificare il regalo a Di Maio sul referendum. Il Sì dinamico, il Sì lungimirante, il Sì stimolante, persino il Sì così diverso dal Sì dei grillini da essere quasi un No. Infatti è tutt’altro che facile spiegare per quale ragione, dopo avere votato contro in Parlamento per tre volte consecutive e dopo avere votato una quarta volta a favore in cambio di «correttivi» che non sono mai arrivati, il Partito democratico si appresti ora a votare Sì anche al referendum, approvando definitivamente una riforma costituzionale – chiamiamola così – che fino all’anno scorso condannava come un inaccettabile sfregio alle istituzioni democratiche. Un compito talmente difficile che gli stessi dirigenti del Pd hanno tentato di risparmiarselo il più a lungo possibile, disertando le tribune elettorali dove avrebbero dovuto comparire a difendere le ragioni del Sì, negandosi agli intervistatori, simulando improvvise interferenze nel bel mezzo delle telefonate e convocando la direzione che avrebbe dovuto decidere ufficialmente la posizione del partito solo due settimane prima del voto. Non stupisce quindi che tanto nel dibattito – chiamiamolo così – svoltosi in direzione, quanto nelle rare dichiarazioni dei giorni precedenti, i democratici abbiano dovuto fare ricorso al meglio della loro capacità oratoria per spiegare a militanti e avversari, stampa e opinione pubblica, che qui non c’è nessun voltafaccia, nessun cedimento, nessun tradimento dei propri principi e delle proprie posizioni. Al contrario. C’è ad esempio il Sì «lungimirante» di Nicola Zingaretti, che invita saggiamente a guardare lontano. C’è il Sì «parte di un processo più ampio» di Roberta Pinotti, che sulla stessa linea esorta ad allargare il discorso e ad alzare lo sguardo. C’è il Sì alla riforma costituzionale come «stimolo» per cambiare la legge elettorale, illustrato domenica dal ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri, alla festa del Fatto quotidiano. E c’è soprattutto il Sì «dinamico» del sottosegretario all’Ambiente Roberto Morassut, secondo il quale il Sì del Pd «non è lo stesso Sì di Di Maio o di altri», perché «intende essere un propellente per fare una buona riforma elettorale che non riduca la rappresentanza dei territori e delle province e che riapra la partita di una riforma costituzionale che superi il bicameralismo perfetto». In altre parole, un Sì talmente dinamico da essere praticamente un No. Queste sono le sofferte circonlocuzioni sentite e che evidenziano le contraddizioni di un partito che si mostra sempre più senza spina dorsale. Era il 1973 quando Achille Campanile dedicava all’arte di parlare in pubblico uno dei suoi più riusciti racconti umoristici (ma forse oggi si direbbe iper-realistici, se non proprio profetici) raccolti nel «Manuale di conversazione», descrivendo un corso in cui l’insegnante spiegava agli allievi che per intrattenere e convincere qualunque platea, in qualsiasi circostanza, bastava dire semplicemente due cose: a) «che il fatto di cui parlate è tale da permettervi di guardare con giustificata fiducia l’avvenire» b) «che il fatto di cui parlate si deve considerare non un punto d’arrivo, ma un punto di partenza». Quindi Conte andrà alla festa dell’Unità di Modena per rincuorare i compagni dem che è tutto a posto, ma i vertici Pd sono parecchio nervosi. E qualcosa nonostante tutto è cambiato. Fra Partito democratico e Movimento Cinque Stelle non è più come prima, ai bei tempi della decantata “alleanza strategica” che sotto il peso delle dure repliche della storia, si sarebbe detto un tempo, sta diventando un accordo ispirato alla cultura del dispetto più che del rispetto. Tanto che alla Direzione del Pd, che ha ratificato una malinconica indicazione per il Si referendario l’ha fatto con un tripudio di formalismi quasi da studio notarile, Nicola Zingaretti ha detto chiaramente che la discussione sulla alleanza strategica è ormai “ridicola” una sorta di contrordine compagni, riconoscendo che di strategico non c’è più niente. L’impressione dunque è di una maggioranza se non sfilacciata comunque senza un collante che non sia l’emergenza Covid con tutto ciò che ne consegue ma dove ognuno marcia per conto suo. Addirittura, come ha detto Gianni Cuperlo: «Dopo il 21 bisognerà affrancare il Pd da vincoli che per prime le altre forze politiche non hanno rispettato». Liberi tutti. Ecco perché Giuseppe Conte, l’uomo che cammina sui due trampoli – Pd e M5S appunto – andrà alla festa dell’Unità di Modena, per rincuorare i compagni dem che è tutto a posto, l’alleanza (a questo punto tattica) regge e non c’è dunque nessun motivo per essere nervosi. Ma saranno tutte chiacchiere. Perché il Pd è… sull’orlo di una crisi di nervi nei confronti del M5S (e manco a dirlo con Italia viva) sia per il tradimento sulle alleanze alle Regionali sia per il mancato sostegno ai tentativi del Nazareno di arrivare al referendum con qualche cosa in mano: legge elettorale o correttivi di altro tipo. Di qui il sospetto del Pd che Luigi Di Maio in realtà stia ostacolando la performance generale del governo con l’obiettivo di non rafforzare Conte. Non è chiaro cosa abbia in mente il Ministro degli Esteri ma quello che si vede a occhio nudo è un suo contrappunto pressoché continuo alle parole del presidente del Consiglio e così se quest’ultimo liquida Mario Draghi («è stanco») ecco che Giggino ne parla come di una risorsa perché «abbiamo bisogno di tutti»: una lite fra di loro insomma che però mette in difficoltà il partito di Zingaretti, esposto al rischio di perdere alle Regionali 4 a 2 e nel contempo di trovarsi in rotta di collisione con la gran parte del mondo della sinistra storica (a parte Bersani e D’Alema per ragioni legate alla stabilità del governo), del centrosinistra e della sua stessa base sulla questione del referendum. Da quest’ultimo punto di vista c’è da dire che il segretario le ha tentate tutte. Ha usato toni molto morbidi e comprensivi verso chi sostiene il No, ha recepito la proposta, un po’ démodé, di Luciano Violante di avviare una raccolta di firme per una legge per il superamento del bicameralismo perfetto, ha spiegato e rispiegato che le riforme “vere” presto seguiranno e daranno un senso al taglio del numero dei parlamentari. Tutte cose che non hanno, com’era presumibile, addolcito le posizioni dei sostenitori del No, che comunque nella Direzione sono molto sottostimati rispetto alla realtà dei gruppi parlamentari e presumibilmente degli iscritti. Il bizantinismo di stralciare la questione del referendum ha consentito al segretario una larghissima maggioranza sulla sua relazione. Sul referendum nessuno ha convinto nessuno, in una discussione obiettivamente tardiva… E tra i tanti imbarazzati silenzi, giustificazioni non richieste e sofferte circonlocuzioni, spicca in controtendenza il Sì liberatorio di Maurizio Martina, che ricordando i tre No consecutivi votati in Parlamento dal Pd prorompeva qualche giorno fa in una sorta di gioioso coming out. «Se c’era un tratto di incoerenza – dichiarava – era più in quei No che nel Sì finale, ma erano dettati dal quadro politico». E ancora: «È su quei No che abbiamo sofferto, ma sono stati dovuti a una fase che per noi era impraticabile». E poi c’è Dario Franceschini, secondo il quale il Sì al referendum «non è un punto di arrivo», ma «deve essere il punto di partenza per riforme più larghe». Da uomo politico navigato, il ministro della Cultura sa che nelle occasioni solenni bisogna sempre puntare sul classico. E più classico di così si muore.  Ma un simile spettacolo, onestamente, somiglia assai più a un punto d’arrivo che a un punto di partenza in cui un “Sì triste” è già acquisito…

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