PD: riaperta da Gori la discussione sulla leadership del partito. E ancora una volta è all’insegna del facciamoci tanto male da soli…

E’ proprio l’attacco di Gori a Zingaretti che svela che il problema non è Zingaretti, ma la linea politica del partito democratico. Ma intanto il danno è fatto. Zingaretti è ormai un leader “bruciato”. E senza un gran futuro politico. Inutile discuterne, che piaccia o no, funziona così. Il sindaco di Bergamo ha messo in discussione le scelte del segretario e lo ha pugnalato mortamente al cuore. Gori non otterrà un congresso, perché visti i tempi l’ipotesi è inverosimile, ma pone un problema politico non da poco: la strategia di alleanza strutturale con il Movimento 5 stelle non è mai piaciuta molto e non piace a molti, ma soprattutto non è avanzata per nulla tra queste due forze di governo in più di un anno che stanno insieme al governo del Paese e i malumori, cominciano a essere espressi ad alta voce e questo non accade solo nel Pd. E’ il solito girotondo tra i dem che non vogliono morire grillini e i grillini che non vogliono morire dem. Apriti cielo!!! Al Nazareno: Giorgio Gori ha chiesto una discussione politica e facendolo ha messo il piede su una pietra d’inciampo che non perdona, quella della messa in discussione del segretario. Infatti, lui stesso per non scivolare ulteriormente nell’incomprensione e nell’isolamento totale, ha chiarito che il problema non è il Congresso – effettivamente con questi chiari di luna sarebbe arduo fissare un appuntamento di questo tipo – il problema vero è la linea politica. Ovvero: la questione della leadership non viene prima, caso mai viene dopo. Ma ormai non sfugge a nessuno che per la prima volta dalla sua elezione (marzo 2019 praticamente sono solo 12 mesi, al netto di quelli dell’emergenza Covid-19) Nicola Zingaretti vede già messa in discussione la sua poltrona. E se francamente non si capisce l’urgenza di farlo in questo preciso momento: perché ora?! L’opinione che il segretario non abbia fornito e non stia fornendo una prova smagliante di leadership se pur probabilmente ancora minoritaria nel partito, fuori circola da tempo. E poi oggi, si è palesato, un leader alternativo. L’alternativa a Zingaretti ha un nome secco, quello di Stefano Bonaccini. Infatti, i giornali considerano il presidente dell’Emilia Romagna il candidato di fatto alla guida del Pd, proprio sulla linea Gori, grazie al successo alle scorse regionali contro la destra, ma soprattutto grazie alle capacità di saper conciliare le ragioni delle attività produttive con quelle della tutela sociale dei lavoratori. Sempre di queste ore è la notizia della candidatura di Ivan Scalfarotto a presidente della Puglia. Scalfarotto è stato uno dei più preparati uomini di governo nelle precedenti esperienze a guida Pd, e forse per questo non valorizzato affatto da Giuseppe Conte e Luigi Di Maio nell’attuale esecutivo, ma la cosa più interessante della sua candidatura è che nasce con il sostegno di Italia Viva di Matteo Renzi (che ha deciso di partecipare a tutte le prossime elezioni regionali con propri candidati presidenti), di PiùEuropa di Emma Bonino e di Azione di Carlo Calenda,  con l’obiettivo di convincere il Partito democratico ad abbandonare la strada senza ritorno dell’attuale governatore Michele Emiliano ormai diventato il simbolo di che cosa potrebbe diventare il Pd se continuasse a perseguire il progetto di allearsi con i Cinquestelle.  Bonacini prudentemente non sale subito sul ring e lancia però una proposta che ha una sua forza: «Serve che si irrobustisca il gruppo dirigente, serve un Partito democratico con un gruppo dirigente attorno a Nicola Zingaretti più robusto, fatto di una più forte rappresentanza dei territori». Una proposta che vuole essere una rassicurazione al Segretario Zingaretti, che non rischia la leadership. A patto che apra le porte del Nazareno, per esempio agli amministratori come Bonaccini stesso, Gori, Nardella, De Caro, De Luca: tutta gente che però con la vita e gli equilibri del Nazzareno non hanno esperienza e con lo zingarettismo c’entrano ben poco. E’ sicuramente una mossa nuova, mai prima d’ora rappresentatesi nel confronto e nella discussione del Pd… che necessariamente impone una domanda, ma c’è ancora un Pd unico o ce ne sono più d’uno articolati per territori? Da qui la durezza della reazione del gruppo dirigente (il segretario non risponde, barricato al Nazareno o alla Pisana, sede della Regione Lazio), ma ha mosso le sue pedine chiedendo, e ottenendola, la sua blindatura ai grossi calibri come Dario Franceschini, Goffredo Bettini, Andrea Orlando, tutti pronti a dare “mazzate” al sindaco di Bergamo, e lo ha chiesto anche a Roberto Gualtieri, che in verità è in tutt’altre faccende occupato. Evidentemente il sindaco di Bergamo ha toccato un nervo scoperto se la chiusura un po’ da anni Cinquanta di Bettini: “Il segretario ci ha uniti. Chi lo attacca è un ingenuo o fa il gioco dei sovranisti” e le pesanti ironie del vicesegretario Orlando e del capodelegazione al governo Franceschini sono molto vicine all’accusa di sabotaggio dell’azione del partito, reazioni rese più indispettite dal sospetto di un incrocio non casuale fra l’esternazione di Gori, l’uscita di Marco Bentivogli dalla Fim-Cisl e la conseguente sua possibile discesa in campo in politica e persino la scelta di Ivan Scalfarotto di provare a rompere le uova nel paniere di Michele Emiliano in Puglia sostenuto da Renzi, dalla Bonino e da Calenda che su Twitter si becca insulti dagli ex renziani Andrea Romano e Alessia Morani. Un fantasmagorico quadro che ha del parossistico, come se la mai sopita attitudine della sinistra di litigare con se stessa fosse riesplosa appena cessata l’emergenza del Covid-19 e dunque fosse saltato il tappo sulle contraddizioni interne. Perché tutti sanno che i dubbi e le critiche di Gori sono “antiche” e riguardano altresì, ambiti diversi, risalgono alla visita della tomba di Craxi da lui fatta a Hammamnet. Mentre diciamo che queste più recenti datano comunque almeno dal momento in cui il Partito democratico scelse l’alleanza con i grillini, alleanza che col passare dei mesi è diventata addirittura strategica ( le spinte di Franceschini e Bettini) senza che il leader Pd abbia chiarito più di tanto la sua opinione in merito… puntando e fidando in Conte di fatto, al momento, il vero capo politico  dei 5stelle, sostenuto da Grillo. Ma sottovalutando (Zingaretti) la rottura tra Grillo e il Giovane Casaleggio con i suoi rigidi due mandati e i suoi commercialisti che fanno i viceministri in questo o quel Ministero… cui si sommano  i livori delle schegge impazzite dalle due ex Ministre Lezzi e Grillo, alla voglia di ritorno di Di Battista che urla: “adesso tocca a me lo avevate promesso a suo tempo?!” Ora vedremo cosa succederà. Certo la situazione complicata va ulteriormente complicandosi. In questo contesto è certo che molte cose dette dal sindaco di Bergamo sono condivise anche all’interno della maggioranza che regge Zingaretti, in particolare proprio la critica alla subalternità o come minimo della timidezza nei confronti dei grillini tocca la sensibilità non solo nell’ala “riformista” ma anche di quella di Matteo Orfini e persino – risulta – di esponenti di governo. Il sottosegretario alle Infrastrutture Salvatore Margiotta, uno dei più “liberi” nell’affrontare le questioni, dice: «La discussione seria deve essere su come rendere il governo più forte e all’altezza della sfida dei prossimi mesi. Se ciò implica – e probabilmente è così – anche una riflessione sul rapporto con i 5stelle e sulla linea del Partito democratico, ben venga. Altrimenti è dannosa». E quindi? «Per parte mia, concentrerei ogni sforzo sulla necessità immediata di dire sì al Mes – i soldi servono – e di offrire all’Europa e agli italiani idee concrete e immediate per la ripresa. Finiti gli Stati generali, bisogna correre, e sciogliere tutti i nodi. Tutto il resto lo misureremo necessariamente su questo. Altrimenti, tutto il resto è noia…». Infatti c’è tutta un’area preoccupata del modo troppo poco incisivo di stare al governo. Spiega Lia Quartapelle: «Io l’ho detto anche a Giorgio Gori, è chiaro che non è possibile aprire una crisi di governo. Però anche io penso che si debba essere più chiari, più esigenti, più efficaci su tanti temi: dalla politica estera a quella sul lavoro e la scuola, dove ci sono due ministre del Movimento 5 stelle sulle quali forse bisognerebbe aprire una discussione». Un atteggiamento, questo, molto pragmatico e per nulla ideologico. Come quello di Gori, in fondo. Anche Gianni Cuperlo sostiene che il problema dell’autonomia del Partito democratico si pone: «Temo che senza una più marcata autonomia politica nella sua delegazione di governo, le contraddizioni dentro la maggioranza possano esaltarsi». Ma Cuperlo precisa: “nessuno tocchi Zingaretti”. Il crinale è dunque stretto. E Giovedì prossimo, è utile ricordarlo, c’è un’altra riunione della Direzione Pd. Come si usa dire: la battaglia è appena cominciata…

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