
Dopo avere fatto davvero di tutto per piazzare il suo consigliere alla Consulta prima del 12 novembre, quando la corte comincerà a discutere di Autonomia regionale, la premier ha dimostrato tutta la sua spregiudicatezza, ma anche tutta la sua debolezza. Quella del voto sulla Corte costituzionale, è stata la prima autentica vittoria del centrosinistra, nonché si potrebbe dire la sua prima manifestazione di esistenza in vita. Coincidenza forse non casuale. Di sicuro è stata una vittoria che lascerà un segno
sul governo e di cui va dato pieno merito a Elly Schlein. La scelta di non partecipare al voto non era scontata, per qualche momento il Pd ha rischiato di rimanere isolato e spernacchiato da tutti (cioè esattamente quello che era appena accaduto sul cda Rai) ma alla fine invece è riuscito a spingere le altre forze di opposizione sulla stessa linea, compreso quel Movimento 5 stelle che guarda caso ha aspettato fino all’ultimo prima di accodarsi. Giorgia Meloni ha tentato una duplice forzatura: nel merito, per la scelta del candidato,
il suo attuale consigliere giuridico, Francesco Saverio Marini, l’uomo che ha contribuito a scrivere la riforma del premierato su cui in futuro dovrà pronunciarsi la stessa Corte costituzionale, e nel metodo, con un colpo a sorpresa che solo la fuga di notizie delle celebri chat dei gruppi parlamentari ha fatto fallire. E così, dopo averci provato fino all’ultimo, alle dodici di ieri la maggioranza si è rassegnata a votare scheda bianca, per non bruciare Marini, accusando l’opposizione di fare «propaganda» sulla Corte costituzionale: una via di mezzo tra la favola del lupo e dell’agnello e quella della volpe e l’uva. Come tutti ormai hanno capito, la manovra poggiava su due gambe, l’inconsapevolezza degli avversari, cui si era lasciato credere che si sarebbe proceduto ad assegnare il seggio vacante a dicembre, quando ne sarebbero venuti a scadenza altri tre, rendendo possibile un accordo più largo, e un aiutino contrattato sottobanco con una parte dell’opposizione, fatto fallire dalla scelta del Pd di non partecipare al voto, che ha messo sotto pressione anche le altre forze della minoranza. Il risultato, per la Presidente del Consiglio, è una sconfitta secca. Dopo avere fatto davvero di tutto per piazzare il suo consigliere alla Consulta prima del 12 novembre, quando la corte comincerà a discutere di Autonomia regionale,
La presidente del Consiglio Meloni ha tentato un blitz per far eleggere il suo consigliere giuridico come giudice della Consulta. La strategia dell’Aventino del Pd, per una volta, ha funzionato. È stata una brutta botta che lascerà il segno sulla fronte della maggioranza. Il Parlamento in seduta comune avrebbe dovuto sostituire l’ex presidente della Consulta, Silvana Sciarra, che ha concluso il mandato l’11 novembre del 2023. Sarebbero stati necessari trecento sessantatré voti, che il centrodestra non aveva. Per raggiungere quel numero sarebbe stato indispensabile il sostegno di una parte dell’opposizione che invece è rimasta unita, rifugiandosi sull’Aventino, impedendo ai Cinquestelle e a Carlo Calenda di andare in soccorso a Palazzo Chigi. Così, prendendone atto, i capigruppo della maggioranza hanno dato indicazione di infilare nella “insalatiera” la scheda bianca. Adesso è ancora più chiaro perché la presidente del Consiglio si era imbufalita, quando ha visto spiattellata sulle agenzie e sui giornali l’ordine di scuderia ai parlamentari di essere tutti presenti alle votazioni come un sol uomo. Arrivando ad agitare, ancora una volta, complotti, talpe, spie che mettono i bastoni fra le ruote del governo. Addirittura, Meloni se l’è presa con qualche peone spifferante alle iene giornalistiche che venderebbe la madre per una citazione sui giornali. E su questo ha ragione da vendere, per esperienza personale. Ma gli errori commessi dalla presidente del Consiglio sono tanti. Intanto ha pensato che fosse il momento giusto per disarticolare il camposanto dell’opposizione.
Sono settimane che Giuseppe Conte prende a schiaffi Elly Schlein, e allora Meloni & Co. hanno pensato di affondare il serramanico nel burro, contando che da quella parte sarebbe arrivato quel margine di voti per arrivare a quota trecento sessantatré. La manovra non è riuscita, e non perché il centrosinistra sia improvvisamente diventato una falange macedone. Più semplicemente, perché chiunque si fosse sganciato sarebbe passato per stampella del governo sulla composizione di un organo di garanzia che dovrà pronunciarsi (molto presto) sull’autonomia differenziata e sulla separazione delle carriere. Oltre che sul referendum promosso da Riccardo Maggi di +Europa sullo ius soli. Chi si fosse dissociato, sarebbe stato accusato di trumpismo: la Consulta amica del potere come la Corte Suprema americana a maggioranza Trump. Giusto o sbagliato che sia l’Aventino, questa volta la logica di Elly Schlein ha funzionato, a differenza di quanto è successo un paio di settimane fa nel voto per eleggere i componenti del Consiglio di amministrazione della Rai: i
l Partito democratico si era chiamato fuori, insieme con Azione e Italia viva; i Cinquestelle e i Verdi-Sinistra avevano invece votato, ed eletto, i propri rappresentanti. Ora Schlein può tuonare che solo uniti il centrosinistra ce la può fare. Ma sa tanto di un fuoco di paglia, una vittoria di Pirro, che però ha il merito far sentire più rumoroso il tonfo dei Meloniani, che hanno attaccato a testa bassa, subendo il gol in contropiede. L’errore di fondo è stato quello di non considerare che certe scelte di garanzia, così delicate, si fanno alzando il telefono e mettendosi d’accordo con chi sta dall’altra parte della barricata. Senza impuntarsi nel fare, prematuramente, prove tecniche di premierato, soprattutto in presenza di una situazione politica ed economica del paese, che già vede gravi “crepe” tra le forze che compongono
la maggioranza e quindi con un Governo che va logorandosi e perdendo consenso. Le prove muscolari come si vede servano a poco…
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