
Oggi, 28 ottobre 2024 dalle ore 07,00 alle 15,00 seconda giornata di voto in Liguria per l’elezione del Presidente della Regione (evitiamo di chiamarli Governatori scimmiottando l’America). Naturalmente anche questa volta l’affluenza alle urne è in calo.
Testimoniando che più del 50% degli elettori che hanno diritto al voto, nella politica, non credono più, la pensano inutile a risolvere i problemi del Paese e soprattutto migliorare le loro condizioni materiali di vita, Perchè? Stamattina, la parola dossieraggio appare in prima pagina su ogni quotidiano italiano. Dossieraggio è la parola che costella la storia della Prima Repubblica e tutt’ora sappiamo poco su come e quanto ne abbia determinato le vicende. Ma quelli erano dossier costruiti e gestiti da uomini dello Stato con la giustificazione (o l’alibi) della Guerra Fredda. Il dossieraggio dei tempi nuovi, il dossieraggio della Equalize, dei bancari in apparenza innocui, degli hacker capaci di bucare il Ministero della Giustizia o la Tim, non può nemmeno ammantarsi di quel sottile velo di ipocrisia. Sono traffici di informazioni gestiti da privati per soddisfare interessi di cui abbiamo appena percepito le dimensioni e l’appetito: l’ultima inchiesta ruota intorno a ottocentomila rapporti tratti dalle banche dati delle forze dell’ordine, compresi documenti di interesse per la sicurezza nazionale, compresi leak sulle massime cariche dello Stato. Dobbiamo per forza immaginare che questa enorme massa di accessi illegali abbia avuto committenti o sia stata comunque giudicata commerciabile perché utilizzabile a fini di ricatto. Dobbiamo per forza presumere che a questi traffici silenti fossero legati i ripetuti allarmi di Giorgia Meloni e Guido Crosetto su attività di intelligence illegali. Dobbiamo per forza rivedere la versione che attribuiva questi allarmi a un’ossessione complottista. E dobbiamo per forza chiederci: come è possibile fare politica, governare ma anche fare opposizione, nell’era dei dossieraggi 2.0? È una domanda che è stata a lungo elusa.
Mentre il mercato delle spiate si sviluppava, cresceva, arruolava ex-poliziotti di prestigio, manovalanza con accesso agli schedari di ogni istituzione della sicurezza, l’attenzione della politica è rimasta fissa (stavolta sì, in modo ossessivo) sulle intercettazioni giudiziarie, la branca più sorvegliata e di sicuro più attentamente regolata delle «intromissioni» nelle nostre esistenze. Lì agisce un potere dello Stato. Lì ci sono regole, autorizzazioni da dare e avere, persone che ne rispondono, e tuttavia almeno da un paio di decenni è solo di questo che si parla, solo su questo si legifera e si agisce. Il resto, la vasta attività di intelligence privata e senza controllo, o è sfuggita ai radar oppure, ed è l’ipotesi più grave, è stata protetta perché giudicata una risorsa in casi di necessità. I nomi coinvolti nell’affaire milanese e la loro vasta cerchia di relazioni ci dicono che questa seconda possibilità è concreta. Fornivano un servizio aberrante ma di qualità e interessante per molti. Non solo informazioni vere e segrete ma anche dossier falsi, false chat screditanti, false disavventure giudiziarie all’estero, secondo lo stile più classico di «quelli di prima» che con gli stessi sistemi depistarono gli eventi più tragici della notte della Repubblica. Ma è proprio il paragone con i vecchi tempi, e la consapevolezza del costo che ha avuto per la nostra vita democratica, a obbligare le classi dirigenti e i partiti a una riflessione. Mezzo secolo dopo gli archivi illegali del Sifar di Francesco De Lorenzo o dell’Ufficio I di Umberto D’Amato, vent’anni dopo i veleni di Pio Pompa, un anno dopo il caso di Pasquale Striano e a pochi giorni da questo nuovo ed enorme affaire Equalize, denunciare genericamente i dossieraggi (magari pensando che prima o poi torneranno utili) non basta più. Bisogna configurare ogni raccolta dati illegale e ogni costruzione privata di dossier, a qualsiasi titolo eseguita, come un reato di prima classe, un atto potenzialmente eversivo, un modus operandi in conflitto con l’essenza stessa della democrazia oltreché dannoso per singoli che ne sono colpiti, ben oltre le blande e confuse norme dell’attuale Codice penale. Serve, insomma, un collettivo sussulto civico oltre le parti, che troppo spesso hanno agito a corrente alternata sul tema, scandalizzandosi quando colpiva gli amici e minimizzando quando colpiva «gli altri». Forse, a ragione Caselli: “Quei dati rubati valgono un tesoro. Impossibile non parlare di mafia”. L’ex magistrato: «Le organizzazioni criminali agiscono su livelli più sofisticati rispetto al passato. Oggi si fanno affari multilivello, le varie associazioni collaborano e non combattono tra di loro». Infatti, l’ufficiale della finanza Pasquale Striano, insieme ad altri, ha scaricato migliaia di dati sensibili. Politici, vip, sportivi, togati. Così a Napoli un hacker ventenne. E a Bari un insospettabile bancario di una filiale di Intesa Sanpaolo. Ora Milano, con Carmine Gallo, il superpoliziotto a coordinare un’agenzia di spionaggio e dossieraggio. Altre migliaia di dati scaricati illegalmente da ogni tipo di banche dati, comprese quelle delle forze dell’ordine.
Non si può non domandarci: «quali i mandanti di questo “nuovo mondo delle spie” ». Caselli, alle spalle una lunga carriera da magistrato e inchieste delicate, offre una riflessione a 360 gradi. «Non parlo ovviamente di singole persone», specifica. «E corro il rischio di essere considerato un mafio-centrico irriducibile. Cioè uno che avendo lavorato per anni alla procura di Palermo, quando la mafia stragista era molto forte e pericolosa, ancor oggi vede mafia dovunque ed è portato a leggere ogni vicenda in chiave appunto di mafia». E la criminalità organizzata, da questi affari, sembra non voler stare fuori. Dalle inchieste sta emergendo una vera e propria Babele informatica. Oltre 108 mila atti giudiziari o classificati Aisi, quindi coperti da segreto, scaricati e venduti. Cosa ci raccontano questi numeri? Come non pensare dice ancora Caselli che: «questi numeri siano riconducibili a personaggi che fanno dei dati personali illecitamente sottratti un fiorentissimo e innovativo modo di accumulazione di ingentissimi profitti, come non pensare per l’appunto alla mafia in tutte le sue varie articolazioni»? «Poiché questa accumulazione è da sempre nel Dna di tutte le mafie operanti nel mondo. Ecco appunto che di mafie non si può non parlare». Conseguentemente a queste considerazioni dell’ex magistrato Caselli, come non rendersi conto che la politica è finita “prigioniera” di sé stessa e delle sue tante insufficienze? A partire dalla mancanza di tempestiva implementazione degli aggiornamenti di sicurezza con le falle che ne conseguono. In sintesi, è l’eterna lotta tra il bene e il male, tra guardie e ladri, fra l’interesse generale e una marea di interessi particolari o di questa o quella cordata. In questo caso la lotta vede da una parte coloro che hanno interesse ad hackerare e dall’altra quelli che per resistere arrivano ad impiegare l’intelligenza artificiale; quindi, una lotta che si sviluppa a livelli esasperatamente innovativi che rendono tutto molto più difficile. C’è chi minimizza e chi parla invece di “rischio per la tenuta democratica”. Chi ha ragione? La posta è sicuramente così alta da far temere sì, i rischi per la tenuta democratica, versante sul quale nel nostro Paese si stanno affastellando altri rischi inquietanti.
In questa pericolosa situazione c’è chi vende e chi compra. Sicuramente investigatori privati, imprenditori che vogliono informarsi sul proprio concorrente… e altrettanto sicuramente la criminalità organizzata, sarebbe ingenuo non pensarlo, visto altresì la diminuita attenzione istituzionale dell’azione antimafia. Qualcuno arriva ad ipotizzare anche i servizi segreti. Quanto mai opportuno interrogarsi su qual è questo nuovo mondo delle spie. Chi c’è dietro? Probabilmente con la mafia non si può escludere la presenza di servizi, specie quelli “deviati” che nel nostro Paese si sono manifestati con declinazioni diverse ma sempre pericolose per il carattere decisamente eversivo che le animava. Oggi, fare politica liberamente, decidere, nominare, criticare o difendere una scelta, sotto la potenziale spada di Damocle dei dossier 2.0 è sempre più impossibile per tutti quanti. Tutti dovremmo prenderne atto e agire finalmente di conseguenza, per difendere le nostre istituzioni democratiche tipiche di uno Stato liberale…
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