Politica: Cosa è la mediocrità? Una realtà complicata ci spinge alla mediocrità. Inettitudine, mancanza di aspirazioni, di una visione, di una prospettiva a lungo termine per se stessi e per la Società…

Oggi. La vera lotta è contro la mediocrazia. “Mediocrazia” di Alain Deneault. Le voci dell’Italia ostaggio del potere dei mediocri. «Combatto perché lasciar passare il messaggio di mediocrità significa arrendersi a un sistema, a un sonno non ristoratore, un sonno apatico. Credo che ciascuno di noi nell’interlocuzione quotidiana, negli uffici pubblici, al bar, per la strada, debba riprendere a pretendere di più, immergendo la sua proposta nella concretezza della vita di tutti i giorni». Se in questo periodo storico c’è una categoria che ha di che essere contenta è proprio quella dei mediocri. Al giorno d’oggi sembra di respirare un’atmosfera generale di una mediocrità diffusa. Cosa è la mediocrità? Inettitudine, mancanza di aspirazioni, non riuscire ad avere per sé stesso, per la propria comunità, per il proprio paese una visione, una prospettiva a lungo termine. All’origine della mediocrità è l’incapacità di accettare la continua ridiscussione di sé stessi, cui la vita obbliga continuamente, e che il mediocre tenta di ignorare. L’anonimato come stile di vita. Un tempo si elogiava l’aurea mediocritas e la si riteneva un’applicazione coerente del motto in medio stat virtus. Era la virtù del mezzo, l’equilibrio, il senso dei propri limiti, il rifiuto di ogni tracotanza e di ogni eccesso (est modus in rebus). Intendiamoci bene: c’è stato un grande poeta come Orazio che ha esaltato nelle sue Odi (II, 10, 5) la famosa aurea mediocritas, la quale però era ben altro, ossia la ricerca di un ideale giusto mezzo tra gli estremi e gli eccessi. Forse il termine giusto per definire ciò è ‘Moderazione’, che sempre più spesso viene chiamata ‘Moderatismo’ che viene cognugato con ‘Governismo’. Entrambi i termini definiscono tutt’altra cosa. No, quella che ci deve insospettire, invece, è la ‘Mediocrità’ che significa inettitudine, piattezza, pigrizia, anonimato, grigiore. Ai nostri giorni questo atteggiamento è stato assunto a stile di vita. Ma la mediocrità ha assunto nel tempo un significato ben diverso: indica povertà di spirito e di mente, di orizzonti e di stile. Già nei giudizi scolastici e professionali indica una carenza, che si è poi aggravata quando la mediocrità di massa è diventata lo specchio dei mass media. La sensazione diffusa è che eccellere sia un pericolo, e forse anche una colpa perché l’eccellenza non è mai conforme, allineata, allo spirito mediocre della sua epoca e al potere dominante; è sempre inattuale, profetica, nostalgica, guarda oltre, al passato, al futuro, al cielo. Chi porta novità ed energia è sempre, per destino e definizione, destabilizzante. Inorridisce il clima così minimalista in cui siamo incappati, l’affrontare ogni situazione senza competenza sufficiente e soprattutto senza disponibilità all’approfondimento. Il pensiero se ne è andato. Ti guardi attorno, e vedi quasi solo mediocrità. Una mediocrità desolante e diffusa. È una mediocrità tombale, frutto dell’assenza di qualsiasi pensiero. La mediocrità è pericolosa, perché disattiva i dispositivi di allarme e disabilita il cervello. Fa a meno dell’intelligenza, della capacità di scegliere e di desiderare. È così comoda, la mediocrità. È una sorta di anestesia, di psicofarmaco. La mediocrità regna. Sovrana. Questa mediocrità si contrabbanda come vera tranquillità dell’anima, quando in realtà è incoscienza; si spaccia come criterio giusto mentre è solo comodità propria; si presenta come rifiuto degli eccessi quando è in verità vuoto interiore. La mediocrità ha infettato le nostre menti, come afferma il filosofo canadese Alain Deneault, dell’Università di Montreal, nel suo saggio già di alcuni anni fa (La mediocrazia, Einaudi 2018). Non aspiriamo più alle cose grandi alle cose di “lassù”. Rischiamo di morire senza aver mai vissuto. Una «rivoluzione anestetizzante» si è compiuta silenziosamente sotto i nostri occhi ma noi non ce ne siamo quasi accorti: la “mediocrazia” ci ha travolti. Il mediocre, insomma, spiega il filosofo canadese, deve «giocare il gioco». Giocare il gioco. Ma cosa significa? Giocare il gioco vuol dire accettare i comportamenti informali, piccoli compromessi che servono a raggiungere obiettivi di breve termine, significa sottomettersi a regole sottaciute, spesso chiudendo gli occhi. Il sogno sovversivo contro l’effimero della governance. È in questo modo che si saldano le relazioni informali, che si fornisce la prova di essere “affidabili”, di collocarsi sempre su quella linea mediana che non genera rischi destabilizzanti. L’attrazione gravitazionale della mediocrità agisce in tutti i campi della vita. Per usare le parole di John Stuart Mill: «La tendenza generale del mondo è quella di fare della mediocrità la potenza dominante dell’umanità». All’origine della mediocrità c’è il concentrarsi sulla governance. In un sistema caratterizzato dalla governance tutto è ridotto alla gestione. Ecco riapparire nuovi sistemi totalitari. Bisogna temere la mediocrazia perché fa soffrire ed è anticamera dell’autoritarismo, anche edulcorato. L’autoritarismo è psicotico, la mediocrazia è perversa. Psicotico perché l’autoritarismo non ha alcun dubbio su chi deve decidere. La mediocrazia è perversa perché cerca di dissolvere l’autorità nelle persone facendo in modo che la interiorizzino e si comportino come fosse una volontà loro. È nei sistemi di potere decadenti originare forme dispotiche di governo, e rafforzarsi nello scegliere come capitale umano, su cui investire, la mediocrità, perché il potere consolidato teme il confronto con l’intelligenza, con la visione, teme di essere battuto sul terreno delle idee. In qualsiasi campo, nel lavoro, in amore, nell’amicizia, nella salute, le soluzioni mediocri hanno sempre la meglio, purché non siano così dannose da distruggere il sistema. L’uomo mediocre è incapace di elevarsi dal banale che lo distingue, incapace di ideali, senza valori. L’uomo mediocre è tiepido ovvero, non ama ciò che è forte, che scuote, sta in basso. Ma la mediocrità è in agguato intorno a noi, ci condiziona con tutto il convenzionale in cui siamo immersi, un immenso mondo di mediocrità banale che non serve per crescere, ma che può apparire comodo, visto che lo fanno in tanti. E questa è la schiavitù della massa, la catena del sociale. “La tendenza generale del mondo è quella di fare della mediocrità la potenza dominante”. Leggendola d’impatto, si potrebbe pensare a questa frase come al contenuto di un post di facebook, datato aprile 2017. Invece no. Lo scrisse John Stuart Mill, filosofo ed economista britannico, un secolo e mezzo fa (Sulla libertà, 1859). La forza dilagante della mediocrità risiede in effetti nella sua stessa capacità camaleontica di adattamento indefinito ad un’idea che sia comunemente accettata, non necessariamente corretta o verificata, semplicemente comune. Se volessimo definirla con un colore, sicuramente la tavolozza dei grigi sarebbe da porre in primo piano: una grigia mediocrità che vive grazie al bianco e al nero ma non si identifica nettamente né con il primo, né con il secondo. Ci si potrebbe chiedere “perché demonizzare questa entità grigia che non fa male a nessuno!?” La risposta sta negli effetti che essa determina: standardizzazione del pensiero, del comportamento comune, della vivacità, della fantasia, della libera capacità di differenziazione. Pensare in maniera mediocre vuol dire restare all’interno dei propri canoni cristallizzati, dentro la propria area di comfort, che tanto ci protegge e tanto ci distrugge. All’interno di un mercato sempre nuovo, dinamico e veloce pensare al di fuori degli schemi, delle nostre stesse barriere, significa dare a noi stessi una nuova possibilità nel mondo del divenire che quotidianamente viviamo e che attivamente dovremmo contribuire a rendere migliore. Dentro il macrosistema del business, essere “mediocri” equivale a fare le cose nel modo in cui le abbiamo sempre fatte, anche quando ci rendiamo conto che i risultati ottenuti non siano di alto livello, tuttalpiù, scarsamente sufficienti: la sufficienza è la morte della intelligenza e della bellezza delle cose della vita, una linea piatta che tende all’infinito, verso il grigio della mediocrità che la alimenta. E’ invece, dai tentativi, dalle prove e dagli errori che nascono progetti nuovi, iniziative fuori dal comune che rappresentano la volontà di porsi attivamente nei confronti della società e della vita dentro una dimensione di riferimento. Ci si deve porre degli obiettivi che siano specifici, misurabili, anche ambiziosi, ma raggiungibili e tempificati: in una parola, SMART. Questo è il giusto approccio, il vero antidoto alla mediocrità, all’abitudine e alla rassegnazione passiva. In fondo come diceva un certo Albert, “I grandi spiriti hanno sempre trovato la violenta opposizione delle menti mediocri. La mente mediocre è incapace di comprendere l’uomo che rifiuta d’inchinarsi ciecamente ai pregiudizi convenzionali e sceglie, invece, di esprimere le proprie opinioni con coraggio e onestà”. (Albert Einstein, Lettera a Morris Raphael Cohen, 1940). Un’incapacità di pensare autonomo, una cieca obbedienza, una normalità che agisce incondizionatamente, pericolo estremo della mancanza di riflessione. Albert Einstein scrive: «I grandi spiriti hanno sempre trovato la violenta opposizione dei mediocri, i quali non sanno capire l’uomo che non accetta i pregiudizi ereditati, ma con onestà e coraggio usa la propria intelligenza». E Pierre de Beaumarchais: «L’uomo mediocre e strisciante arriva a tutto». Mediocre può essere perfino una Nazione intera, che non vuole uscire dal torpore dei ricordi per accontentarsi di un passato che in verità non è mai stato poi così glorioso com’è raccontato, mediocre può essere una coazione a ripetere, un tran tran quotidiano, che non cerca le vie per raccontare all’uomo la gioia possibile, il riscatto, la giustizia che deriva da una cultura da condividere, ma che spesso si nasconde dietro il senso comune, piuttosto che ripensare se stessa, evitando il Buonsenso e reinventarsi per dire meglio, per fare bene, mediocre può essere una cultura che vende prodotti graditi alla massa piuttosto che elevarsi sopra l’oscenità di pensieri falsamente popolari, rumorosi, da talk show, senza il coraggio di saper rischiare l’impopolarità pur di conservare la propria autonomia e la vocazione a essere spirito critico di ogni potere. La mediocrità è efficace anche per il suo sistema di comunicazione, fatto di slogan diretti e di forte impatto («sii te stesso», «non metterti contro il tuo io più profondo», «non puoi patire e lottare tutta la vita», «scopri il coraggio e la gioia di agire secondo quel che senti», «basta con la rigidità», «prova il gusto di lasciarti andare una buona volta», «se lo senti è un buon motivo per farlo», «non rinnegare le tue emozioni», «accontentati di quel che sei», tutte espressioni che hanno anche una qualche parvenza di verità, ma che abbandonate al sentire soggettivo finiscono per… tirare verso il basso. All’homo oeconomicus, intrappolato nell’onnipotenza del mercato, va subentrando l’homo psichologicus postmoderno, falsamente preoccupato della propria autorealizzazione e volto alla ricerca di un’autenticità che lo spinge a psicologizzare la realtà, riducendola a puro specchio dei propri desideri, intrappolato nella ricorsività delle proprie sensazioni. La mediocrità, dopotutto, paga. Quando uno accetta questo moderno comandamento è in qualche modo ripagato dalla società o dal gruppo cui appartiene, che lo accoglie proprio perché non ne turba il sistema. Chi invece in qualche modo si oppone alla mediocrità, anche senza proclami particolari, semplicemente perché non rinuncia alla propria idealità di valori, costui è una spina nel fianco del gruppo, ne disturba l’equilibrio e mette in crisi il sistema, o ricorda implicitamente a tutti quel che ognuno è chiamato a essere. O, in termini ancor più positivi, rammenta a tutti che l’uomo è felice solo quando dà il massimo di sé. Il virus della mediocrità è insidioso perché innesca uno stile che è il contrario dell’entusiasmo e della passione. Mediocrità è un modo di essere e agire tipico di chi percepisce sempre meno l’appello del proprio io ideale, e di fatto lo riduce, adattando la propria condotta a criteri sempre meno esigenti, e vivendo una vita sempre meno appassionata. Non ci sono grandi aspirazioni nella sua vita, e nemmeno grandi tentazioni. Meglio di così?! Normalmente la mediocrità è (auto)giustificata, ovvero il mediocre non si riconosce come tale, anche perché la mediocrità non è trasgressiva (di solito), o non lo è in modo grave. Potremmo dire che l’arte del mediocre è quella d’aver trovato il modo di non fare scattare mai l’allarme nella sua vita, o la spia rossa che segnala una situazione di emergenza, per questo è relativamente tranquillo. Resistere per uscire dalla mediocrità non è certo semplice. Ma forse vale la pena di tentare. Siamo chiamati ad essere testimoni dell’inquietudine umana, non siamo destinati a naufragare sugli scogli della mediocrità. La vita quindi, ci chiama a uscire dalla mediocrità tranquilla e anestetizzante…

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