
Seconda parte…
L’idea che la lotta di classe potesse essere incanalata entro le istituzioni democratiche è alla base del patto costituzionale da cui è nata la nostra Repubblica. Nell’immediato dopoguerra la formula che esprimeva l’adesione del Partito comunista ai principi della democrazia e dello stato di diritto era quella di
Palmiro Togliatti della «democrazia progressiva», che una
rivista indirizzata ai quadri del partito presentava come «una via nuova verso il socialismo, una via che legando tutti gli strati sani della popolazione a un regime democratico avanzato e aperto a tutti gli sviluppi progressivi, è proprio per questo una via meno dolorosa, meno costosa, meno cruenta, di quella che, nel 1917, dovette essere in Russia la via della dittatura del proletariato, conseguente alla situazione storica di allora». Negli anni Sessanta e Settanta il dibattito su questi temi, che coinvolgeva socialisti e comunisti, ruotava intorno all’alternativa tra riforme “correttive” e “di struttura”. Le prime si proponevano di sanare gli squilibri più vistosi del sistema capitalistico; le seconde, più ambiziose, miravano alla graduale costruzione del socialismo. Riccardo Lombardi coniò allora l’espressione «riformismo rivoluzionario», che suona ossimorica solo a chi ignori la distinzione bobbiana tra «movimento» e «mutamento» rivoluzionario. Si trattava, ancora una volta, di ribadire che l’obiettivo del superamento del capitalismo avrebbe potuto essere conseguito in modo graduale e non violento, rafforzando ed estendendo l’egemonia del movimento operaio sulla società. Una possibilità che neppure
Karl Marx aveva escluso, pur tra oscillazioni e contraddizioni, contemplando l’eventualità che in Paesi capitalistici avanzati il proletariato conquistasse il potere attraverso il suffragio universale e lo esercitasse per conseguire con mezzi pacifici i suoi obiettivi. Offrire la possibilità di trasformare in modo incruento la società: questa, per riprendere il linguaggio di Bobbio, era la “promessa” fondamentale della democrazia. Si può sostenere che sia stata mantenuta? Se guardiamo alla nostra storia, fino a un certo punto. Ce lo ricorda
Peter Mair, in un volume che rivisita gli anni della “democrazia bloccata”, quando la prospettiva che vincessero le elezioni forze politiche di Sinistra, in Europa, era una pura ipotesi, che si scontrava con la tutela statunitense sui Paesi al di qua della cortina di ferro. Così si esprimeva il Dipartimento di Stato statunitense, anche negli anni della presidenza Carter: «La nostra posizione è chiara: non guardiamo con favore [alla presenza di partiti comunisti nei governi occidentali] e vorremmo vedere l’influenza comunista fortemente ridotta […]. Stati Uniti e Italia condividono profondi valori democratici ed interessi reciproci, e non crediamo che i comunisti condividano gli stessi valori». Era il gennaio del 1978.
Seguirà il rapimento e l’uccisione di Moro, il tramonto della prospettiva del compromesso storico e lunghi anni ancora di conventio ad excludendum nei confronti del più grande partito comunista d’Europa, che in più occasioni aveva dato prova di fedeltà alle istituzioni democratiche, ben più di alcuni partiti di governo, dediti a giocare pericolosamente con poteri occulti. Una storia troppo densa e complessa per essere condensata in poche righe. Ciò su cui interessa ragionare oggi, è il tema di fondo sollevato da Mair, che conclude la sua ricostruzione sulle vicende italiane commentando: «In tempi di Guerra fredda l’alternativa elettorale comunista era semplicemente inaccettabile». E dopo la Guerra fredda? Anche di fronte a questa domanda la risposta di Mair è tendenzialmente negativa. Nel contesto economico venutosi a creare con la liberalizzazione dei mercati finanziari a partire dagli anni Ottanta del secolo scorso (quello che Luciano Gallino ha ribattezzato il “finanzcapitalismo”)
la possibilità dei «governi di sinistra o social-democratici di perseguire politiche volte a ridurre le diseguaglianze generate dal mercato» risulta profondamente intaccata, se non annullata. E con essa le differenze sostanziali tra i partiti, di destra e di sinistra, forzati a convergere su posizioni comuni da imperativi sistemici che non lasciano spazio per politiche economiche «eterodosse». A spingere verso la pessimistica conclusione che “cambiare non si può” (non, per lo meno, attraverso strumenti democratici) contribuiscono le vicende relativamente recenti che hanno interessato la Grecia. Nel 2015 la Grecia era l’unico Paese europeo con un governo di “sinistra radicale”. Ovvero, l’unico Stato dell’Unione in cui i cittadini avessero dato mandato ai loro rappresentanti di attuare un’agenda politica diversa da quella neoliberale, che prevedeva la difesa del potere d’acquisto dei ceti più deboli, una politica fiscale redistributiva, investimenti nei servizi sociali, difesa dei diritti dei lavoratori e dei beni pubblici. Un progetto che anni addietro sarebbe stato considerato blandamente socialdemocratico (mere riforme “correttive”, non certo “di struttura”), ma che può ben essere considerato rivoluzionario nel contesto in cui viviamo. Sappiamo come è andata a finire:
con la pubblica umiliazione di Tsipras, pur reduce da una vittoria referendaria che ne aveva rafforzato la legittimità democratica, l’obbligo di ritrattare i provvedimenti “umanitari” adottati dal suo governo e l’imposizione dell’ennesimo pacchetto di “riforme” lacrime e sangue, sotto il ricatto di morte per asfissia finanziaria. Si badi: non interessa qui difendere l’una o l’altra opzione di politica economica. Il problema che si pone è squisitamente democratico. In base alla definizione minima – ma non povera – di Bobbio, la democrazia è un metodo per assumere decisioni collettive che garantisce la partecipazione più ampia possibile degli interessati. Consiste in un insieme di regole che individuano “chi” decide e “come”, lasciando impregiudicato il contenuto delle decisioni (il “che cosa”), che dipende – dovrebbe dipendere – dalla volontà degli elettori. Nel 2015 in Grecia ciò non è avvenuto. Quando il Wall Street Journal ha pubblicato la foto della proposta di accordo avanzata dai greci con le cancellature e le correzioni in rosso dei funzionari europei, che cassavano la proposta di introdurre una tassa sui profitti superiori ai 500.000 euro e imponevano di sostituirla con nuovi, immediati, tagli alle pensioni, è stato chiaro che ciò a cui si stava giocando non aveva più nulla a che fare con la democrazia.
Il commento di Tsipras pochi giorni dopo, di fronte al Parlamento europeo, è stato eloquente: «É un nostro diritto tassare le imprese in utile e non tagliare le pensioni. Se non abbiamo il diritto a trovare da soli i settori in cui risparmiare, allora saremmo condotti a una logica estrema e antipopolare. Si direbbe allora che nei Paesi sottoprogramma di salvataggio non si debbano tenere elezioni, solo nominare dei tecnocrati e che solo loro possano decidere». Si obietterà che la democrazia comporta dei limiti e non coincide semplicemente con la volontà della maggioranza. La storia del Novecento ci ha insegnato la pericolosità di declinazioni assolutistiche del principio della sovranità popolare, invocando il quale è possibile alterare le stesse regole su cui si basa il gioco democratico. Per evitare simili rischi, all’indomani della Seconda guerra mondiale molti Paesi, che uscivano dall’esperienza traumatica del fascismo e del nazismo, hanno costituzionalizzato una «sfera dell’indecidibile», sottratta alla disponibilità dello stesso «popolo sovrano». Una sfera che si giustifica a partire dalla necessità di salvaguardare un nucleo di diritti fondamentali – politici, sociali, di libertà – senza i quali la democrazia cessa di esistere. Che dire, tuttavia, degli ulteriori vincoli che oggi limitano la portata del principio democratico?
Delle regole del Fiscal compact, di recente incorporate nelle costituzioni italiana e spagnola e destinate, forse, a entrare nei Trattati europei? Possono anch’esse essere interpretate – e giustificate – in nome della democrazia? Si tratta, evidentemente, di una domanda retorica. Ci troviamo in questo caso di fronte a prescrizioni che riducono in modo drastico il novero delle politiche possibili, vietando per legge misure di ispirazione keynesiana come quelle che Tsipras intendeva attuare in Grecia. E che pongono una seria ipoteca sulla possibilità di garantire i diritti sociali, pur affermati dalla nostra Costituzione e da molti documenti internazionali (compresa la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea). I vincoli di bilancio vengono in genere giustificati con argomenti di natura tecnica: si tratterebbe di salvaguardare i principi della corretta economia, a partire dal necessario equilibrio tra entrate e uscite. Ma non è difficile scorgere dietro simili vincoli – bocciati da economisti del calibro di
Stiglitz e Krugman e anche Piketty – la determinazione a “mettere in sicurezza” non la democrazia e le sue condizioni, ma l’attuale assetto del capitalismo finanziario. Torna allora pressante l’interrogativo di Tsipras: a che cosa servono le elezioni se la scelta tra i diversi programmi economici è fittizia e l’essenziale è già stato deciso? «Le misure di aggiustamento finanziario […] continueranno a operare con il pilota automatico»? Le conclusioni potrebbero essere decisamente sconfortanti.
Sarebbe tuttavia un errore rassegnarsi all’idea che la democrazia sia divenuta strutturalmente incapace di servire allo scopo per cui è stata inventata. Guardiamoci intorno. Il Portogallo è l’esempio di un Paese dell’Unione europea che, nel rispetto dei parametri imposti dai trattati internazionali, ha adottato una politica fiscale fortemente progressiva, grazie alla quale può investire nei servizi sociali, ridurre l’orario di lavoro, l’età pensionabile e le tasse universitarie, aumentare il salario minimo. A riprova che non esiste alcun automatismo. Che lo “spazio del decidibile” non è angusto come qualcuno vorrebbe farci credere.
E che le richieste degli organismi sovranazionali sono spesso servite, e servono, da copertura per decisioni che tuttora spettano alle classi politiche nazionali, cui fa molto comodo scaricare sull’Europa la responsabilità di politiche impopolari. E dunque, il punto è che oggi –
come scriveva Luciano Gallino – la lotta di classe non è finita, ma continua ad essere, silenziosamente, combattuta. Con una classe dominante, su scala globale, che sta riuscendo a trasformare i propri interessi in vincoli sistemici immodificabili. In alcuni casi, addirittura in vincoli costituzionali. Ciò che servirebbe è un altro genere di limiti, simili a quelli introdotti da Roosevelt dopo la crisi del ’29: vincoli in grado di ristabilire il primato della politica sul mercato e di restituire ai cittadini il potere di decidere quale modello di convivenza vogliono costruire. Servirebbero inoltre istituzioni più rappresentative, in grado di dare voce e visibilità alla pluralità delle opinioni e degli interessi che prendono forma nella società. Senza paura di portare la lotta di classe alla luce del sole, dentro – non fuori – le istituzioni democratiche. Non farlo è pericoloso per la stessa tenuta del sistema rappresentativo.
Lo sapeva Hans Kelsen che, in una fase politica drammatica, in cui la rivoluzione violenta era uno sbocco concretamente possibile, elogiava la democrazia proprio per la sua capacità di dare ascolto e visibilità alle passioni politiche. Mentre la dinamica delle istituzioni democratiche mira direttamente a sollevare le emozioni politiche delle masse oltre la soglia della coscienza sociale per farle lì placare, l’equilibrio politico nell’autocrazia riposa, proprio all’inverso, sulla rimozione delle opinioni politiche in una sfera che si potrebbe paragonare, dal punto di vista della psicologia individuale, al subconscio. Dal che deriva inevitabilmente la rafforzata disposizione alla rivoluzione. C’è molta saggezza in queste parole di Kelsen, che invitano a non rimuovere i conflitti, ma a rappresentarli e mediarli, in modo che non esplodano pericolosamente nella società.
Dovremmo ricordarcene oggi che i venti di destra tornano a soffiare impetuosamente sulla rabbia degli esclusi e degli impoveriti, con esiti difficili da prevedere. l primo, primissimo compito della politica è attenersi ai fatti, alla realtà. Il secondo è, in conseguenza a questo, parlare sempre ai cittadini una lingua di verità, che è il contrario del populismo, ovvero di affermare ciò che conviene e non ciò che è giusto. Cerchiamo di utilizzare questo rigoroso approccio, in primis su noi stessi…
(fine)
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