
Oggi è il giorno dell’esultanza per la liberazione di Cecilia Sala, e tutti i giornali, le tv, i siti internet vi prendono giustamente parte, ciascuno a suo modo. Si va dall’incipit mistico di Antonio Polito sul Corriere della sera («Anche chi non crede nei miracoli deve ammettere che il governo di Giorgia Meloni, la nostra diplomazia e i nostri apparati di sicurezza ne hanno appena compiuto uno…») alla vera e propria estasi politico-religiosa della prima pagina del Riformista (una grande emme composta delle foto di Giorgia Meloni in vari incontri internazionali che sormonta le parole: «La figlia del secolo. Cecilia Sala torna in Italia dopo il blitz da Trump, ennesimo successo internazionale di Meloni»). Per il resto, i giornali di sinistra presentano tutti titoli ugualmente esultanti, i giornali di destra offrono tutti una qualche variazione sul tema «La vittoria di Meloni e la sinistra rosica» (il Tempo), «Trionfo della Meloni, sinistra sotto un treno» (Libero), «Riportata a casa, rimessi a cuccia», con foto di Sala da un lato e dei leader della sinistra dall’altro (La Verità). Si tratta di una reazione piuttosto curiosa, considerato il coro di giubilo e il profluvio di riconoscimenti alla Presidente del Consiglio di cui traboccano i giornali di sinistra (come tutti gli altri). Una reazione curiosa ma anche ricorrente, ormai da qualche tempo, di cui si possono dare diverse spiegazioni. La prima è una sorta di subalternità psicologica, nascosta dietro l’accanimento, dietro questo irrefrenabile desiderio di maramaldeggiare sull’avversario, tanto più incomprensibile nel momento del più completo trionfo, quando è lo stesso avversario ad applaudirti… e quando poi questo trionfo é davvero completo, senza ombre e senza conseguenze. La seconda è forse una specie di furbizia tattica, legata alla consapevolezza di come almeno una parte del proprio elettorato, in questo come in tanti altri casi in cui Meloni è stata lodata per capacità e responsabilità dimostrate, soprattutto in politica internazionale, sia in realtà su posizioni ben diverse. Additargli «la sinistra che rosica» e infierire su avversari plaudenti sarebbe dunque il modo più efficace di indorargli la pillola, allontanando il sospetto di un tradimento che proprio quel coro di elogi, invece, rischia di alimentare… E ora, come dire, rispetto a ciò, e d’obbligo evidenziare dov’è la contraddizione. La premier incassa con merito gli applausi per aver riportato in Italia la giornalista imprigionata in Iran, ma le sue mosse (il viaggio lampo a casa Trump) sembrano suggerire una sorta di vassallaggio italiano rispetto al prossimo presidente americano. Cecilia Sala è tornata e quello di ieri è stato giustamente un giorno di festa grande. Bravi tutti quelli che hanno raggiunto l’obiettivo: Giorgia Meloni, servizi, diplomazia (tra parentesi, bravi anche a evitare la spettacolarizzazione in diretta tv del ritorno a Ciampino). Tutta l’Italia applaude, giustamente. Tuttavia, come sono andate veramente le cose non si sa e non si saprà chissà per quanto tempo. Non si tratta di fare dietrologie ma è diritto farsi delle domande perché, chiusa positivamente la vicenda della giornalista italiana, si pongono serie questioni di politica internazionale. Sulla vicenda, dettagli a parte, non sembra ci sia molto da dire.
A quanto si capisce, malgrado le tardive smentite di Teheran, esiste un nesso indissolubile tra l’arresto di Sala e quello di tre giorni prima di Mohammad Abedini Najafabadi. Si è trattato dunque di realizzare questo scambio perché come sempre in questi casi questa era l’unica strada percorribile: vedremo quando sarà liberato l’iraniano ma tutto porta a dire che questo accadrà appena le acque si calmeranno… Poi bisognava coinvolgere Donald Trump per favorire una soluzione, d’intesa con Joe Biden, e il viaggio-lampo di Meloni in Florida, al resort Mar-a-Lago, ha avuto in questo senso un peso decisivo. A maggior ragione non si capisce come la missione della premier si sia intrecciata con la notizia dell’affarone con Elon Musk per Starlink. Secondo quanto ha riportato ieri il Post, inoltre, «sembra possibile che nelle complesse trattative per la liberazione di Sala abbia avuto un ruolo anche Musk, anche se ancora non è chiarissimo quale esattamente». Il miliardario non era fisicamente presente a Mar-a-Lago ma è chiaro che è stato un protagonista della vicenda. E questa è un’altra cosa che andrebbe chiarita. Comunque è emerso senza ombra di dubbio che il peso politico e l’influenza di Meloni su Donald Trump sono davvero notevoli, probabilmente accompagnati dall’impegno della premier italiana a facilitare i disegni del nuovo presidente americano: avremo una Meloni “facilitatrice” di Trump in Europa se non addirittura portatrice dei suoi interessi, qualcosa di molto più pesante e diverso da quel ruolo di mediatrice tra Unione europea e Stati Uniti che le si era attribuito sinora? La premier incassa una vittoria personale che cancella le polemiche, da Musk al viaggio in Florida, fino all’addio anticipato di Belloni dal Dis. Ma il timore in Europa è che l’Italia diventi l’avamposto del trumpismo, resta tutto intero. Se così fosse, saremmo davanti a un grande mutamento del ruolo dell’Italia nel contesto mondiale: da Paese certamente filoatlantico a Paese portatore degli interessi di Trump, il che non è esattamente la stessa cosa. Visti i deliri del prossimo presidente americano, cosa dirà l’Italia sulle mire di quest’ultimo sulla Groenlandia (che è in zona Nato), Canada, Panama? O sulle sue mosse sull’Ucraina? Ci sarà tempo per verificare l’ipotesi di una sorta di vassallaggio italiano rispetto alla coppia Trump-Musk che, se dimostrato, cambierebbe completamente il ruolo geopolitico del nostro Paese, inserendolo di fatto nella lista della nuova Internazionale della destra, e in posizione di vertice. E scusate se è poco…
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