
Convegni, retroscena, interviste. “Centristi” e “cattolici” del/nel Partito Democratico discutono e si organizzano puntando il dito contro la Segretaria. Ma la segretaria sta facendo quello che aveva promesso di fare in discontinuità con il passato. Tant’è che il PD da quando è arrivata lei (non vista)
è risalito nei consensi e ha ricominciato a vincere… Articoli, commenti, interviste, retroscena riempiono i giornali in questi giorni e sembra che i cosiddetti cattolici del Partito Democratico non abbiano mai letto le encicliche Lumen Fidei, Laudato Sì e Fratelli Tutti. Eppure, Papa Francesco è uno degli interpreti della
nostra contemporaneità tra i più ascoltati. È stato in grado di dare un segno netto al suo pontificato sulle grandi questioni che riguardano il futuro di tutti: la crisi climatica, la guerra, le disuguaglianze… Mentre nei convegni paralleli ( del 18.1.2024) di Milano e Orvieto lo spirito delle parole di Francesco non sembra essere di casa… Mentre invece, espliciti sono i richiami a Papa Francesco nei discorsi delle componenti di Sinistra del Pd (Orlando, Bersani, Cuperlo)
riunitesi anch’esse lo scorso 18.1.2024 a Brescia. A nessuno di questi tre appuntamenti ha partecipato la Schlein. Non c’è dubbio che Elly Schlein ha preso il Partito Democratico nel suo momento più difficile, dopo una tornata elettorale che ha consegnato il paese al governo più di destra della storia repubblicana, con le opposizioni divise e un partito in crisi di consensi e di identità.
Oggi il PD non sta forse ancora benissimo, ma sta sicuramente molto meglio. La segretaria ha costruito un profilo politico meno ondivago, ha affrontato gli appuntamenti elettorali riportando alcune vittorie, non si è fatta intrappolare nell’eterno dibattito sul campo largo esercitando il ruolo naturale del PD, quello di baricentro di una coalizione progressista. I cattolici e i moderati del partito lamentano una mancanza di dibattito interno. Si lamentano in sostanza del fatto che la segretaria che ha vinto, e che ha messo fine all’emorragia di consensi dei dem, abbia imboccato la strada promessa, con una revisione delle politiche che hanno portato al disastro del 2022. Ha insomma virato un poco più a sinistra, l’ha fatto gradualmente e con grande attenzione a tutelare l’unità del suo partito. A Orvieto e Milano si ascolta invece la litania di sempre.
“Si vince al centro”, quando una società sempre più polarizzata indica che si vince a sinistra o come è già qui da noi a destra. “Anche in Italia serve una maggioranza Ursula”, quindi perché non governare con Forza Italia e Fratelli d’Italia? “La sicurezza non è un tema di destra”, ma basta, pietà, ancora? Come si può dire questo mentre il governo si appresta a varare un Ddl Sicurezza che ci porta dritti dritti alla svolta autoritaria, non per dire ma davvero. Il sostegno ai governi tecnici, le larghe intese, la passione per Mario Draghi, sono stati esperienze negative per il Partito Democratico, trasformatosi nel ‘guardiano’ di scelte impopolari e di una politica ridotta a tecnocrazia. Tante cose si possono rimproverare a Elly Schlein. Le scelte comunicative, i silenzi, la difficoltà a rispondere ad alcune domande.
Quello che non le si può rimproverare è di aver intrapreso una traiettoria vincente (anche se vincere le elezioni è un altro paio di maniche) e di stare facendo quello che aveva promesso: discontinuità, autocritica, messa in discussione di alcune scelte operate dai governi del centrosinistra. La segretaria vuole parlare di lavoro e sanità. Vuole parlare dei temi che “interessano le persone”, delle “difficoltà delle famiglie”. E se la ricetta per trasformare proposte e dichiarazioni in una connessione sentimentale forse ancora non è stata trovata, è sempre meglio procedere per tentativi su questa strada che tornare indietro sulla via che ha segnato una pesante caduta del consenso per il PD. E ora ancora una discussione sul Centro! E mai possibile discutere sempre della stessa questione?
Un miraggo politico: “tutti al centro che non c’è”. Nessuno ha il timore che, a forza di costruirlo e ricostruirlo, che il Centro è ormai uno spazio tanto politicamente saturo quanto socialmente vuoto: occupato da alcuni politici ma abbandonato totalmente dalla società. Proprio in questi giorni, tra un articolo e un altro dedicato alla presenza dei cattolici in politica, sembra sempre più necessario tornare a un livello di analisi alta,
che coinvolge lo stesso pensiero storico filosofico su cui si è costruita l’Italia. Eppure, non è difficile oggi misurare la distanza che si è prodotta in questo ultimo mezzo secolo nelle nostre quotidiane discussioni politiche. Non riusciamo più a trovare una via di mezzo tra un dibattito che abbia come oggetto categorie alte e un dibattito che invece, riduce ogni contesa solo in termini del tutto autoreferenziali come “centro” e “moderazione” scambiata per “moderatismo”. La moderazione è stata spesso confusa col moderatismo e usata per addomentare la società. E proprio i cattolici sono talvolta diventati la gamba moderata degli schieramenti politici. Il grave rischio a riguardo è quello di dimenticare la solidarietà in nome del moderatismo. Innanzitutto, questa ossessione per il Centro,
come già accennato ci mostra che il Centro è uno spazio politico alquanto saturo di personaggi politici, ma alquanto socialmente vuoto di elettori (tra Renzi, Calenda Sala Ruffini) Uno spazio politico i cui noti personaggi si affollano e parlano soprattutto di se stessi, senza occuparsi invece, del loro legame con i gruppi sociali che dovrebbero rappresentare. Come se il centro-sinistra si fosse assuefatto a una singolare inversione dell’ordine delle cose politiche: ci occupiamo di uno spazio politico disinteressandoci dei gruppi sociali che quello spazio occupano. Ora, la mia personale impressione è che quest’inversione alla fine non sia neutrale ma faccia in realtà il gioco della Destra.
Infatti, la destra ha tutto l’interesse a spostare la rappresentanza dagli interessi all’identità. Un dibattito identitario finisce per coinvolgere esclusivamente le élite e risulta del tutto inutile rispetto all’unico modo che abbiamo per vincere le elezioni: non far presidiare il centro da gruppi dirigenti che già ci sono, ma persuadere quei gruppi sociali che ingrossano l’astensionismo e che non ragionano in termini identitari ma in termini di interessi socioeconomici a tornare al voto. Il rischio che andrebbe evitato nella meritoria discussione sul ruolo politico dei cattolici è proprio che i cattolici devono portare una cultura politica, non possono ridursi soltanto ad avere un’identità politica. Che differenza c’è tra cultura e identità?
Che la seconda s’irrigidisce, pretende per sé, quanto l’altra offre, è persuasa di poter espandersi e valere anche per altri. Da sempre il cristiano adulto non è colui che afferma sé stesso, ma che si mette al servizio della società. Mentre la fissazione identitaria è autoreferenziale, una cultura politica non si occupa solo di sé e fa riferimento anche a dei gruppi sociali. Il problema politico dei cattolici oggi è molto semplice: che posto occupano ormai nella cultura e nella società di questo paese? La risposta onesta non sarebbe ovviamente consolatoria, eppure bisognerebbe prenderla sul serio. Discutere di questo, prima di ogni cosa. Invece esorcizzare questa crisi sociale e culturale vuol dire agitare ancora il fantasma identitario. All’ossessione centrista si accompagna il rimando al moderatismo come virtù politica per eccellenza. Ma non è affatto vero che il cattolicesimo sia per definizione moderato – specie in un tempo così antievangelico – e, soprattutto, il rischio è quello di sostituire col moderatismo l’urgenza della mediazione, l’unica arte davvero necessaria nelle democrazie rappresentative. Sostenere che il risultato delle mediazioni politiche sia necessariamente moderato sarebbe come dire che la nostra Costituzione è di centro. Ovviamente non è vero: essa è l’esempio più cristallino del fatto che la mediazione politica –
quando non è solo una trattativa autoreferenziale tra élite identitarie ma è un lavoro di inculturazione politica che attraversa i conflitti senza censurarli – non produce per forza effetti moderati ma è capace di produrre politiche radicali. Le uniche in grado di controbattere alla profondità delle trasformazioni che questo governo lascerà in eredità. Bisogna dare atto a Elly Schlein che, rispetto ai narcisismi dei maschi alfa che l’hanno preceduta, sta dimostrando di avere ben presente questa distinzione tra moderatismo e moderazione che è altresì mediazione tra diverse istanze (caparbiamente unitaria)
e di star lavorando per innescare dei processi di mediazione che portino a risultati all’altezza delle sfide che la destra propone. Ecco, perchè non vorrei che dietro questa discussione vi sia una forma di ostilità rispetto a questa sua sacrosanta capacità di cercare mediazioni senza per forza evocare il moderatismo…
È vero, al Partito Democratico servono i cattolici, ma quelli disposti a mettere in politica la teologia di Papa Francesco…
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