
Con i numeri alla mano e un’analisi demografica razionale, uno studioso come Alberto Brambilla afferma nel suo ultimo libro che il declino dell’Italia non è inevitabile. Ma occorrono scelte nette su lavoro, pensioni, sanità. E non domani: ma subito. “Nell’ultimo anno – il libro è uscito nel 2024 e i riferimenti sono del 2023 – l’Italia ha conquistato un nuovo record, ma negativo: lo scorso anno sono nati solo 379 mila bambini, il 3,6 per cento in meno rispetto a 12 mesi prima”. L’aggiornamento di questo dato ci dice che: “Nel 2024, in Italia le nascite sono diminuite di ulteriori 4.600 unità rispetto allo stesso periodo del 2023. Si tratta di un nuovo record negativo per il nostro Paese”. Anche la mortalità è in calo e il risultato è che la popolazione italiana continua ad invecchiare: gli ultraottantenni sono ormai oltre quattro milioni, quasi 50 mila in più rispetto al 2022. Culle vuote e più anziani. Un quadro a tinte fosche, accolto con toni preoccupati se non terrorizzati dai media. Ma non tutti sono convinti che una riduzione della popolazione sia alla fine una tragedia. Infatti, il Prof.
Alberto Brambilla, presidente del Centro studi e ricerche Itinerari previdenziali, ha fiducia che il nostro Paese possa avere uno sviluppo positivo pur attraversando l’inverno demografico. Come spiega in modo esauriente appunto nel suo ultimo libro intitolato “Italia 2045. Una transizione demografica e razionale” (Ed. Guerini e associati). Il libro gira attorno ad una domanda: “In Italia come altrove, ci siamo lamentati per anni dell’aumento demografico, ora ci si lamenta del perché calano gli italiani. Non è una contraddizione? E si può immaginare ancora il nostro Paese crescere economicamente con una popolazione stabile o addirittura in declino? Il Prof. Brambilla, alla prima parte della domanda risponde facilmente: “la maggior parte degli esseri umani viventi è nata dalla fine della Seconda guerra mondiale in poi e considera normale un aumento della popolazione, del Pil, dei consumi. Siamo sempre cresciuti a ritmi più che anomali: dall’anno zero del nostro calendario, quando eravamo sulla Terra 250 milioni, ci abbiamo messo 1.945 anni per arrivare a due miliardi.
E abbiamo impiegato appena 78 anni per passare da due a oltre otto miliardi. Una crescita innaturale, che si definisce come la «grande accelerazione». Che ora però si sta fermando: alla fine del secolo scorso la curva demografica in tutti i Paesi del mondo, compresi quelli africani, il tasso di natalità ha cominciato a flettere. Ed esistono già casi di nazioni «avanzate», come Cina o Corea del Sud, che sono entrate nella fase successiva, con una contrazione della popolazione. È un quadro demografico già scritto, è inutile fare allarmismo e non possiamo invertire la tendenza. Bisogna avere paura di questo fenomeno per noi nuovo? No, purché venga affrontato subito con le misure adeguate”. Alberto Brambilla poi aggiunge: Nel 2045-2050 ci sarà il picco dell’invecchiamento della popolazione italiana ed europea. Più anziani e meno genitori nel prossimo
futuro in Italia. Nel nostro Paese saremo 53-54 milioni invece dei 59 di adesso. E da quel momento, assai lentamente ci sarà un abbassamento dell’età media. Ma i problemi non ci saranno allora, ci sono adesso. L’Italia si deve preparare per tempo a quella nuova fase. E invece, non si sta affatto attrezzando”. Ed ecco chiamata in capo il ruolo della politica, Cosa e come dovrebbero fare, o non fare, i politici italiani per gestire un Paese che invecchia? La risposta dell’autore: “Assolutamente da evitare sono quelle manovre sulle pensioni per facilitare l’uscita dal mondo del lavoro in anticipo, quando l’aspettativa di vita degli italiani continua a crescere. Non si può andare in pensione a 60 anni se mediamente si può campare fino a 85. Il sistema previdenziale regge solo correlando il momento del pensionamento a quella aspettativa. Così avremo anche più persone in età da lavoro”. Chiedo: «Ma come, facciamo a mandare degli anziani sui ponteggi?!». Il Professore risponde: “l’Italia è uno dei pochi Paesi che nei contratti di lavoro non ha alcun collegamento tra la mansione e gli anni effettivi. Facciamolo! Così come non c’è formazione continua per aiutare chi è in età avanzata nei cambiamenti tecnologici. In campo sanitario non si fa prevenzione: a parte il sangue occulto nelle feci, il pap test e la mammografia – e solo in alcune regioni – non c’è altro. Ma il grosso della spesa sanitaria si può ridurre proprio con la prevenzione e i check up. E se avremo il 14 per cento della popolazione con più di 80 anni, perché non abbiamo un’assicurazione pubblica o privata che copra i costi della non-autosufficienza?
L’elenco di misure per far sì che il Paese arrivi al 2045 con prospettive di sviluppo potrebbe continuare a lungo”. Chiedo ancora: «Meno nascite in Italia e Europa vuol dire più immigrazione dall’Africa, la cui popolazione continua a crescere, seppure più lentamente?» La risposta articolata di Brambilla è di quelle che dovrebbero far riflettere i nostri politici: “L’aumento degli immigrati dipende dalle scelte dell’Europa. E dall’emancipazione femminile. Nell’Africa centrale una donna rimasta nella sua tribù genera quattro-cinque figli, una ragazza che esce dal liceo al massimo ne farà due e se avrà frequentato l’università, solo uno. Vogliamo evitare davvero che la popolazione africana prema ai nostri confini? Dobbiamo dare a quel continente scuole, cultura, ospedali. E qui l’Italia potrebbe rappresentare un esempio virtuoso proprio con il decantato Piano Mattei che se non è solo parole, potrebbe incorporare questi tre elementi: se avrà successo, il continente africano potrà progredire e i problemi saranno gestibili. Se ogni Stato europeo fornisse a due nazioni africane i sostegni che ho indicato, per molte persone non ci sarebbe più la necessità di traversare il Mediterraneo”. Infine, chiedo: «perché nel libro consiglia di consumare meno carne, uova, latte: che cosa c’entra con la demografia?» Questa risposta come le altre… alle immaginarie mie domande, sta nel libro. “Dalla fine della Seconda guerra mondiale non c’è stato soltanto un abnorme aumento della popolazione umana, ma abbiamo dovuto far crescere anche quella degli animali da allevamento. Nel 1940 la stragrande maggioranza di volatili e mammiferi viveva in libertà.
Oggi si trova in natura solo il 30 per cento dei volatili, e addirittura il 4 per cento dei mammiferi. Gli animali di allevamento respirano, mangiano, producono CO2 ed escrementi: secondo i calcoli della Fao rappresentano l’equivalente di altri 25 miliardi di esseri umani con un peso medio di 45 chili. Cioè siamo oltre 33 miliardi di esseri che io ho chiamato «respiranti». Oltre ad alleviare il trattamento incivile riservato a questi animali, se riuscissimo a ridurre il consumo di carne del 20 per cento entro il 2030 e del 50 per cento entro il 2050,
nonostante un aumento della popolazione mondiale fino a 9,7 miliardi previsto al 2064, la massa degli esseri respiranti si ridurrebbe a 22 miliardi invece di 33 miliardi. La carne è legata fortemente alla demografia. Così come altrettanta attenzione meritano le nascite e le morti. Diminuiscono i figli e aumenta il numero degli anziani: ecco la fotografia del Censis sui dati attuali del nostro Paese in proiezione ai prossimi anni. Tra poco più di 15 anni soltanto una coppia su quattro avrà dei figli: è quanto emerso dall’ultimo Rapporto stilato dal Censis (Centro Studi Investimenti Sociali) che ha previsto, per l’Italia, uno scenario a dir poco piacevole. Tutto
questo, ovviamente, significa un aumento dell’età media della popolazione che sarà sempre più anziana. Con l’andamento attuale le coppie con figli rappresenteranno soltanto il 25,8% del totale e le famiglie composte da una sola persona aumenteranno fino alla soglia dei 10 milioni (9,7 milioni, il 37%). Tra queste, quelle costituite da anziani aumenteranno fino a diventare quasi il 60% (5,6 milioni) nel 2040/50: se la situazione odierna vede il 24,1% della popolazione italiana costituita da persone over 65, tra poco più di quindici anni saranno 4,6 milioni in più diventando il 34,5%, ossia più di un italiano su tre. Meno figli=più anziani è un’equazione che porta il Censis a dire che “gli anziani di domani saranno sempre più senza figli e sempre più anziani e soli”. Il Censis spiega inoltre che “il numero medio dei componenti delle famiglie scenderà da 2,31 nel 2023 a 2,15 nel 2040” fino a formare quel 25,8% che abbiamo visto prima. Nonostante l’accesso alle cure, è chiaro che man mano che si invecchia aumentano i problemi di salute: se nel 2021 gli anziani con gravi limitazioni funzionali erano 1,9 milioni, quindi il 13,7% del totale degli anziani e il 63,1% del totale delle persone con limitazioni in Italia, le nuove stime ci dicono che nel 2040 “il 10,3% degli anziani continuerà ad avere problemi di disabilità. Rimane quindi sul tappeto la questione ineludibile del bisogno assistenziale legato agli effetti epidemiologici dell’invecchiamento demografico”, spiegano gli esperti. Tra gli anziani, coloro che vivranno da soli saranno soprattutto donne visto che già oggi vive da sola il 63,6% con oltre 64 a
nni mentre nel 2040 si arriverà al 71,7% contro il 40,4% di uomini anziani sul totale degli uomini soli. In calo anche le cosiddette famiglie tradizionali: se oggi il totale dei nuclei familiari è pari a 25,3 milioni, il Censis spiega che quelle composte da una coppia (con o senza figli) costituisce il 52,4% del totale contro il 60% nel 2009. “Il 32,2% delle famiglie (8,1 milioni) è formato da una coppia con figli (nel 2009 la percentuale era del 39,0%). Sono in calo anche i matrimoni: i numeri ci dicono che se nel 2008 se n’erano celebrati circa 247 mila, nel 2021 soltanto poco più di 180mila: oggi, poi, 1,6 milioni di famiglie (l’11,4% del totale) sono costituite da coppie non coniugate. Un altro allarme circa i dati del Censis arriva dall’attuale situazione sulla considerazione della società italiana: l’80,1% (e i giovani sono l’84,1%) crede che “l’Italia sia irrimediabilmente in declino”. Sul report si legge che “Alcuni processi economici e sociali largamente prevedibili nei loro effetti sembrano rimossi dall’agenda collettiva del Paese, o sono comunque sottovalutati. Benché il loro impatto sarà dirompente per la tenuta del sistema, l’insipienza di fronte ai cupi presagi si traduce in una colpevole irresolutezza”. Ecco perché vengono usate espressioni come “sonnambulismo”, ossia la situazione in cui sarebbe “precipitata” l’Italia, finita “in un sonno profondo del calcolo raziocinante che servirebbe per affrontare dinamiche strutturali dagli esiti funesti” prosegue il documento. Tutto questo perché nel 2040 l’Italia avrà perso circa 4,5 milioni di residenti, in pratica come annullare due città come Roma e Milano. L’inesorabile calo demografico sarà il risultato di una diminuzione di 9,1 milioni di persone con meno di 65 anni (-3,7 milioni con meno di 35 anni) e l’aumento di 4,6 milioni di persone con 65 anni ma anche di più: da qui si prevedono circa otto milioni di inattivi nel 2040, “una scarsità di lavoratori che avrà un impatto inevitabile sul sistema produttivo e sulla nostra capacità di generare valore”…
Rispetto a tutto ciò la politica… i partiti che fanno? Concentrati solo sulla loro sempre più precaria ‘sopravvivenza’ … non sembrano sapere e conoscere… ma è impossibile non sapere e conoscere i problemi demografici del mondo! Allora più semplicemente, non ne tengono alcun conto…
E’ sempre tempo di Coaching!
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