
I mercati sono l’unico fronte di opposizione al predatore in chief, che ha dovuto cambiare idea su dazi, Cina e capo della Fed. Una lezione per la sinistra e i liberali… Al saggio di
Nancy Freser dal nome indicativo “Capitalismo cannibale” (2023) che spiega come il sistema stia divorando la democrazia, assieme al nostro senso di comunità e lo stesso pianeta. Possiamo affiancare un altro fortunato saggio ma scritto ben un decennio fa, firmato da Alberto Alesina e Francesco Giavazzi,
“Il liberismo è di sinistra” dove si spiegava a uno scettico mondo progressista italiano che il liberismo era di sinistra. Vero o falso che fosse, oggi la sinistra, i liberali, ma direi tutte le persone perbene, esclusi dunque i bipopulisti, si ritrovano aggrappati come cozze ai famigerati mercati azionari, quelle entità esoteriche che muovono trilioni di dollari con la stessa facilità con cui le persone normali mettono i cuoricini sui social, ma che in questi tempi impazziti sono diventate l’unica vera, ferma ed efficace opposizione alla distruzione del mondo come lo conosciamo ordita dal wannabe autocrate Donald Trump e dalla sua compagnia di giro che, se non avesse in mano i codici dell’atomica, potrebbe divertirci in un’ordinaria puntata della Zanzara. Si racconta che il capo dello staff di Pete Hegseth, il Segretario della Difesa che gestisce l’apparato militare americano
come fosse una chat di mamme della classe, cominci le riunioni al Pentagono raccontando ai sottoposti di essersi appena fatto «un’enorme cagata». Scusate il “politicamente scorretto” ma è per questo che io ancora non capisco perché Giuseppe Cruciani non l’abbia invitato a Radio24 a discettare dell’universo mondo con Capezzone, Marco Rizzo e Mario Giordano. Riprendendo l’incipit di questo post: I mercati capitalistici sono quindi un fronte unitario della resistenza a Donald Trump. Un fronte costruito per reagire alle borse giù come e peggio dei tempi del Covid, al fuggi-fuggi dai buoni del Tesoro, al dollaro in picchiata che vale già un dazio del dieci per cento per tutte le merci importate, naturalmente a carico dei consumatori americani, all’inflazione che aumenta e addirittura alla previsione di una recessione, senza contare l’isolamento internazionale degli Stati Uniti. Una cosa mai vista in un secolo di storia americana, ma con
Trump assistiamo a questo e a molto altro, a cominciare dall’aver trasformato Washington in un protettorato di Mosca. E pensare che, soltanto pochi mesi fa,
la copertina dell’Economist celebrava l’economia americana, quella di Joe Biden, come «l’invidia del mondo» e «la più grande e migliore di sempre». Poi è arrivato il predatore in chief, con la sua banda di fanatici, oligarchi e quaquaraquà, a spiegare che avrebbe ribaltato tutto, promettendo ai suoi connazionali che grazie alle sue politiche economiche «vinceremo così tanto che potreste persino stancarvi di vincere. E direte: “Per favore, per favore. Troppe vittorie. Non ne possiamo più, signor Presidente, è troppo”». Invece è successo il contrario, in pochi giorni, nonostante i laudatori del trumpismo spiegassero la grandezza di un personaggio capace di scrivere in un tweet che «non vede l’ora» di partecipare al funerale del Papa, e di dire ieri a un gruppo di mutilati di guerra: «Quindi siete stati feriti, eh? Alla grande. Fantastico». Ancora più grottesco il tentativo di altri di interpretare il ruolo di pontiere tra il mondo Maga e il mondo civile, col risultato di concedere a Trump tutto quello che chiede e di ottenere niente in cambio, come dimostra il comunicato congiunto Trump-Meloni che il sito di Palazzo Chigi ha preferito, chissà come mai, non tradurre in italiano. Il
Financial Times ieri titolava «Non esistono politici che sussurrano a Trump» un articolo con foto di Meloni e Trump che spiegava come «i leader occidentali che dicono di avere rapporti privilegiati con il presidente degli Stati Uniti non hanno nulla da mostrare a sostegno della loro pretesa». ià prima di Pasqua i favolosi mercati avevano imposto a Trump di sospendere per tre mesi le tariffe imposte nel surreale «Giorno della Liberazione», ma dopo ventiquattr’ore di tregua i mercati hanno ripreso a fare opposizione dura, vendendo azioni e scappando dai bond Usa, costringendo l’altro ieri il segretario del Tesoro a fare marcia indietro sui dazi alla Cina. Ma siccome per i mercati il bellimbusto Scott Bessent non era sufficiente, è dovuto intervenire Trump medesimo a rassicurare che i super dazi alla Cina erano un costoso scherzo da oratorio, e a promettere che non ci sarà nessuna guerra commerciale con la Cina, anche perché lui è un grande amico del presidente Xi Jinping. I mercati hanno ringraziato, ma hanno chiesto ancora di più. Così Trump ha dovuto giurare che non licenzierà mai e poi mai il capo della Federal Reserve
Jerome Powell, cosa che peraltro non può fare (e tralasciando che in realtà l’ha nominato lui al primo mandato), malgrado avesse più volte fatto il gradasso, anche davanti a Giorgia Meloni, per spiegare che il destino di Powell era nelle sue mani e che presto sarebbe stato mandato a casa. Insomma, Trump voleva essere un duro che non gli importa del futuro, ma quando il gioco si fa duro, i duri cominciano a giocare, e i mercati gli hanno detto basta. Così come i principali capitalisti del paese, i boss di Home Depot, Target e Walmart, lunedì lo hanno avvertito durante un incontro nello Studio Ovale che i prezzi sarebbero aumentati e gli scaffali sarebbero rimasti vuoti se Trump avesse continuato su quella strada.
Anche l’annunciato ritorno di Elon Musk a occuparsi più di Tesla che di distruggere lo Stato federale alla guida del dipartimento Doge è una buona notizia, anch’essa legata alla risposta del mercato dei consumatori di auto elettriche alle mattane dell’oligarca di origini sudafricane. I bulli costretti a ritrattare e a coprirsi il capo di cenere sono uno dei rari momenti felici di questi ultimi mesi di follia al potere, in attesa naturalmente delle prossime puntate della Zanzara alla Casa Bianca e delle successive giravolte trumpiane. Ovvio che questo avanspettacolo a spese dei risparmiatori e dei consumatori di mezzo mondo non potrà durare quattro anni, e nemmeno quei due che oggi separano l’America dalle elezioni di metà mandato. Ma ora che i capitalisti di tutto il mondo si sono finalmente uniti contro l’incipiente fascismo trumpiano almeno si intravede la speranza che l’opposizione politica e culturale, americana e globale, possa prendere esempio dai mercati, sappia rispondere “a brigante, brigante e mezzo”, e riesca a organizzare la riscossa dello Stato di diritto e della democrazia liberale. In dettaglio: nei primi tre mesi alla Casa Bianca, il presidente degli Stati Uniti ha firmato 142 ordini esecutivi, portato l’inflazione al 2,4 per cento e fatto crollare i mercati. Il suo consenso tra gli elettori è sceso al cinquantadue per cento, perdendo ben 17 punti percentuali. Nel giorno numero 100 del suo ritorno alla Casa Bianca,
Trump ha scelto il Michigan per ribadire il proprio messaggio economico e identitario. A Macomb County, in un’area cruciale per la conquista elettorale del Midwest, il presidente ha radunato tremila sostenitori sotto lo slogan «Buy American. Hire American». Ma dietro la retorica patriottica, la realtà industriale resta incerta: Detroit ha perso un terzo della sua popolazione dal 2000, e i nuovi dazi rischiano di colpire proprio quelle filiere produttive che si vorrebbero rilanciare. I primi cento giorni del secondo mandato di Donald Trump hanno trasformato la Casa Bianca in un palco permanente, dove il presidente mette in scena ogni giorno la farsa dell’America tradita e la promessa di una riscossa imminente.
Ogni annuncio è un atto di rottura, ogni firma un rituale di potere solitario: proclami solenni, scenografie studiate, ma poca sostanza. Il decisionismo si consuma in diretta, un documento alla volta, senza costruzione né visione, solo l’illusione di un cambiamento epocale che, nei fatti, somiglia sempre più a un esercizio di propaganda continua. I giornali di tutto il mondo hanno provato ad analizzare questi primi tre mesi di governo in cui Trump ha firmato cento quarantadue ordini esecutivi, superando ogni record precedente, compreso quello di Franklin Delano Roosevelt, presidente dal 1933 al 1945. L’ultimo ordine esecutivo è stato un allentamento dei dazi sulle auto. Di questi cento quarantadue atti, oltre cento sono stati atti di revoca diretta delle politiche del suo predecessore Joe Biden. Tra i primi provvedimenti approvati ci sono il ritiro dagli accordi internazionali sulla sanità, l’abolizione delle misure di inclusione sociale adottate da Biden e il controverso tentativo di revocare la cittadinanza per i nati da genitori stranieri sul suolo statunitense, quest’ultimo in attesa del giudizio della Corte Suprema. Questo accentuato ricorso allo strumento unilaterale dell’ordine esecutivo, mostra la fragilità dell’impatto di Trump sul piano legislativo, dove i risultati concreti restano scarsi. Nei primi cento giorni, il presidente degli Stati Uniti ha firmato solo cinque leggi, tra cui il Laken Riley Act, che introduce nuove restrizioni in materia di immigrazione, e tre risoluzioni che annullano regolamenti dell’era Biden. Un bottino magro rispetto agli standard del primo mandato — quando furono approvate ventotto leggi nello stesso arco di tempo — e un segnale della crescente difficoltà a trovare sponde in un Congresso polarizzato. Non potendo approvare tante leggi, Trump si è concentrato su ciò che poteva smantellare facilmente, senza ostacoli del Congresso: l’apparato federale. Con la creazione del Department of Government Efficiency (Doge),
guidato da Elon Musk, l’amministrazione ha licenziato almeno cento ventunomila dipendenti pubblici, sciolto agenzie storiche come Usaid (L’agenzia degli Stati Uniti per lo sviluppo internazionale), e tagliato centosessanta miliardi di dollari dal bilancio federale. Una razionalizzazione che, secondo gli economisti, rischia di compromettere il funzionamento di settori chiave come la sanità pubblica e gli aiuti internazionali, senza produrre risparmi effettivi. Sul fronte economico, il punto nevralgico è rappresentato dai dazi.
L’amministrazione ha introdotto tariffe generalizzate del dieci per cento su tutte le importazioni, alzando al venticinque per cento quelle su acciaio, alluminio e componentistica automobilistica. Il risultato è un’incertezza diffusa: le borse hanno subito forti perdite (S&P -7,9 per cento, Nasdaq -12,1 per cento, Dow Jones -8,9 per cento), General Motors ha ritirato le previsioni annuali, e UPS ha annunciato ventimila licenziamenti. Secondo il Budget Lab della Yale University, l’impatto tariffario sui consumatori ha raggiunto una media del ventotto per cento, il dato più alto dal 1901. Nonostante una momentanea tregua sui dazi per alcune industrie, l’instabilità sistemica resta. Sul fronte interno, la repressione migratoria ha raggiunto nuovi livelli di spettacolarizzazione: da video diffusi dalla Casa Bianca in cui migranti vengono rasati e imprigionati in El Salvador, alla drastica riduzione degli attraversamenti al confine sud (7.180 a marzo, record minimo). Un risultato ottenuto attraverso misure che molte Ong definiscono come lesive del diritto internazionale. Il presidente, dal canto suo, ha esibito questi numeri come trofei: «Solo tre sono passati. E li stiamo cercando», ha dichiarato. Anche sul piano internazionale, Trump ha rotto con la precedente amministrazione. Ha sospeso gli aiuti militari all’Ucraina, aprendo a negoziati separati con Mosca.
Il presidente degli Stati Uniti aveva promesso di risolvere in conflitto in ventiquattro ore, ma ancora non ha ottenuto un passo in avanti. In Medio Oriente ha promesso di rendere la Striscia di Gaza una meta turistica e ha ordinato oltre duecento attacchi aerei contro i ribelli Houthi nello Yemen. Le politiche di
Trump finora hanno generato oltre duecento cause legali, di cui molte ancora in corso. La Corte Suprema dovrà decidere su diversi decreti fondamentali, e il rischio di un conflitto istituzionale aperto non è trascurabile. Intanto, nei sondaggi, Trump sconta una disapprovazione crescente:
solo il 50 per cento degli americani approva il suo operato, mentre il restante cinquanta per cento ritiene che abbia spinto troppo in ogni ambito, dai dazi all’immigrazione, dai licenziamenti federali al ritiro dagli aiuti esteri… vedremo nei prossimi 100 giorni che altro succederà…
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