
L’alternativa al populismo globale non è quella a cui stiamo pensando. Demagoghi, nazionalisti e sovranisti sono riusciti a sintonizzarsi sullo spirito del tempo, mentre progressisti, democratici e liberali (specie quelli italiani) perseverano con le solite ricette e le diatribe da anni Novanta. Serve una nuova via, e occorrono idee innovative…
In poche settimane, ha ricordato il giornalista Ronald Brownstein, Donald Trump e i suoi scagnozzi antimmigrazione hanno arrestato il sindaco di Newark, una giudice di Milwaukee, una deputata del New Jersey, un leader sindacale di Los Angeles, e qualche giorno fa hanno ammanettato
il senatore della California Alex Padilla, durante la conferenza stampa della ministra della sicurezza nazionale Kristi Noem, una fanatica che farebbe rabbrividire perfino Matteo Salvini… Gli sgherri antimmigrazione della Casa Bianca vanno avanti arrestando sindaci, deputati, senatori, leader sindacali, e giudici che pretendono di far rispettare lo stato di diritto. Il presidente antiamericano degli Stati Uniti continua il suo show immorale, organizza una festa di compleanno con parata militare e si gode l’incapacità dei suoi oppositori di organizzare la resistenza… Trump, inoltre, ha sradicato dai poteri del governatore della California il controllo della Guardia Nazionale, e ha ordinato al Pentagono di inviare a
Los Angeles i marines per fermare le proteste di cittadini americani contro i rastrellamenti in stile Gestapo di immigrati ispanici. Se fosse successo in qualsiasi altro paese, ha scritto ancora Brownstein, parleremmo di deriva dittatoriale, ma è successo nell’America di Trump, dove tutto questo è solo una piccola parte del suo immorality show in diretta televisiva dalla Casa Bianca. Sabato Trump ha festeggiato da dittatore in capo con una mega parata militare a Washington, organizzata guarda caso proprio nel giorno del suo compleanno, una coincidenza che pone il primo presidente antiamericano degli Stati Uniti a metà strada tra il suo mentore Vladimir Putin e il suo amico di penna Kim Jong Un. Siccome al ridicolo non c’è mai fine, mercoledì Trump ha «disinvitato» il senatore repubblicano Rand Paul e la sua famiglia dal “picnic alla Casa Bianca” dell’altro ieri, salvo poi rimetterlo in lista quando il senatore se ne è lamentato. Finalmente un po’ di opposizione dentro il Partito repubblicano. Trump ha fatto un’altra mezza e surreale marcia indietro anche sui pogrom di immigrati ispanici da lui organizzati in giro per gli Stati Uniti, scrivendo sui social che molte delle persone fermate e tartassate dai suoi agenti in realtà lavorano da molti anni nell’agricoltura e nell’accoglienza di lusso, e quindi bisogna stare attenti prima di fermarli perché il loro posto, ora che lui li ha internati o espulsi, rischia di essere preso dagli immigrati criminali, stupratori e spacciatori.
Apparentemente Trump non ci sta con la testa, oppure conosce benissimo i suoi picchiatelli, ma è molto probabile che alcuni dei suoi grandi finanziatori del settore agricolo e dell’ospitalità gli abbiano fatto capire che con le sue politiche razziste stava distruggendo anche queste due industrie.
Il resto d’America assiste assuefatto e sopraffatto da questa violenza verbale e fisica, e da cotanta crudeltà e immoralità sbandierata con orgoglio in nome della lotta all’empatia e alla solidarietà, considerate elementi di debolezza da espungere da una sana società di predatori Maga. Questo weekend, mentre Trump guarderà sfilare i carri armati che vorrebbe inviare in Canada e Groenlandia, o magari a sostegno delle povere truppe russe così tanto provocate dagli ucraini, le strade di mezza America si popoleranno di quella che già comincia a essere chiamata “resistenza”, ma non nel senso partigiano della nostra storia, semmai in quello immaginato dalla canadese Margaret Atwood nel “racconto dell’ancella” contro il regime autoritario americano di Gilead. Trump ovviamente ha già minacciato gravi, gravissime, conseguenze contro chi oserà rovinargli la festa di compleanno con i missili e i bazooka sulle placide strade di Washington.
Ma il punto è che le proteste, la mobilitazione, l’organizzazione politica contro il regime trumpiano e i suoi metodi nazisti non sembrano minimamente sufficienti a ripristinare lo stato di diritto in America. Il governatore Gavin Newsom è il primo a essersi dato una mossa, anche in proiezione presidenziale. Oggi Newsom è il leader della resistenza ai fanatici Maga, ma è ancora troppo poco, quasi niente, rispetto ai danni che la Casa Bianca sta facendo alle istituzioni democratiche e alla società aperta. Elon Musk ha rotto con Trump su una proposta di legge di tagli fiscali ai ricchi e tagli sociali ai poveri,
ma dopo i fuochi d’artificio iniziali si è pentito come sanno fare soltanto gli oligarchi più accorti, perché in fondo buona parte del suo business dipende dagli appalti con l’Amministrazione, e lui sa benissimo che Trump è molto vendicativo. I senatori e i deputati democratici sembrano parlare a vuoto, non riescono a trovare una voce in grado di contrastare il megafono della Casa Bianca. I repubblicani non osano dire niente di fronte allo scempio dell’esperimento americano, se non appunto per protestare sul mancato invito al picnic della Casa Bianca, oppure quando per motivi di età si considerano a fine corsa politica e non temono più di perdere il posto. “Qui non può succedere” scriveva nel suo romanzo distopico Sinclair Lewis nel 1935 per scongiurare una deriva fascista in America. Sta succedendo, invece. Ora. In diretta social, tra un TikTok e l’altro. A proposito dell’incapacità dei Democratici americani di trovare una formula, un rimedio, una strada alternativa al trumpismo imperante che sta indebolendo le istituzioni degli Stati Uniti, trascinando il Paese verso una deriva autoritaria senza precedenti nella sua storia bicentenaria,
l’editorialista (conservatore) del New York Times David Brooks prova a spiegare che il problema dell’opposizione liberale, progressista e sana di mente a Trump non è la mancanza di una leadership all’altezza del compito. Magari fosse così semplice. Il problema non si può risolvere semplicemente con uno spirito maggiormente battagliero, o gridando più dell’avversario. La questione è molto più ampia, e la situazione molto più grave di quanto si possa pensare. Non è limitata ai Democratici americani, ma riguarda tutti i democratici con la d minuscola residenti in quello che un tempo veniva chiamato “mondo libero”. Scrive Brooks che siamo testimoni di uno di quei movimenti politici – ma sarebbe il caso di dire “sommovimenti politici” perché in realtà sono più simili a un terremoto che ad altro – che nel corso dell’ultimo secolo e mezzo sono riusciti a cambiare il mondo. Il movimento totalitario di più di un secolo fa ha portato alle rivoluzioni cominciate in Russia e in Cina, e a quelle fasciste in Europa; il movimento del welfare state, dopo le macerie del secondo dopoguerra, ha costruito una rete di protezione sociale in America (New Deal) e universale in Europa; il movimento di liberazione degli anni Sessanta ha dato vita ai movimenti anticoloniali, dei diritti civili, femministi e Lgbtq; il movimento liberista dei mercati aperti ha avviato le stagioni dei boom economici globali di Ronald Reagan, Margaret Thatcher, e nel loro contesto anche di Deng Xiaoping e della liberazione dell’Europa orientale dal giogo comunista. Da quindici anni, scrive Brooks, viviamo nell’era del movimento populista globale, di cui ora tutti si accorgono perché Donald Trump alla Casa Bianca non ha più nessun freno, ma è un trauma perlomeno dalla Brexit del 2016, dalla prima vittoria a sorpresa di Trump, e poi con Viktor Orbán in Ungheria,
con Javier Milei in Argentina e Jair Bolsonaro in Brasile, e con i movimenti sovranisti in giro per l’Europa, con la recrudescenza degli estremismi di destra, e per certi versi anche con Narendra Modi in India e con Vladimir Putin in Russia. Nessuno meglio di noi italiani sa di che cosa si tratta, e mai definizione fu più azzeccata di quella coniata da Giuliano da Empoli secondo cui «l’Italia è la Silicon Valley del populismo», visto che tutto quello che stiamo vedendo è nato per prima e con maggiore slancio nel nostro laboratorio politico, così come accadde con il fascismo un secolo fa. Basti pensare a Silvio Berlusconi, il quale rispetto al panorama attuale è paragonabile a Adenauer o a De Gasperi più che a Trump o a Musk, ma senza dimenticarsi di Beppe Grillo e di Gianroberto Casaleggio, la versione nostrana della coppia tecnopopulista Trump-Musk. E poi il salvinismo, alcune articolazioni della sinistra radicale, il melonismo d’opposizione e di alcuni suoi rigurgiti di governo. Questo movimento populista globale, di cui Trump è l’esempio più prorompente, scrive Brooks, «è guidato da un senso globale di sfiducia sociale, da una ferma convinzione che i fondamentali della società siano truccati, corrotti e malevoli». Trump ma anche
Meloni, Orbán, Le Pen, i Cinquestelle, Salvini, Milei, Musk e tutti i movimenti populisti illiberali si sono adeguati allo spirito del tempo in modo naturale, hanno abbracciato la politica del risentimento sociale e, impugnando la motosega, hanno raccontato che tutti i mali contemporanei sono stati causati dalle infingarde élite progressiste, capaci di distruggere l’immaginaria società ideale in cui vivevamo. L’unico modo per tornare ai fasti del passato, secondo i padroni del nostro tempo, è quello di scardinare le istituzioni culturali, sociali e politiche dominate dalle élite – le università, i media, la ricerca scientifica, l’arte, le fondazioni, i sindacati, le banche, lo stato di diritto, le alleanze internazionali – per restituirle al popolo dimenticato e abbandonato. I Democratici americani, i liberali e i progressisti di tutto il mondo non sono stati così svelti, non sono ancora riusciti a cambiare paradigma, a sintonizzarsi sullo Zeitgeist (lo spirito culturale che informa una determinata epoca, come si riflette nella letteratura, nella filosofia, nelle arti) e a farsi venire nuove idee fuori dagli schemi di sempre.
La risposta che viene elaborata è sempre la solita che si perde al tradizionale bivio socialismo-liberalismo, al massimo con una terza indicazione stradale per andare né di qua né di là. È vero che questa estate tornano gli Oasis, ma purtroppo non siamo più negli anni Novanta. Bisogna pensare in modo diverso, come hanno fatto i movimenti che si sono impossessati della destra moderata. Il caso italiano è il più emblematico perché per contrastare la cretineria e l’incompetenza al potere, e le conseguenti scelte malsane compiute dei populisti, si continuano a percorrere due approcci inefficaci. Il primo è quello tradizionale, simile alla versione americana: una risposta politica più riformista e moderata, oppure, al contrario, una più radicale e antagonista, ripercorrendo gli stessi temi di sempre come il mercato del lavoro, le riforme istituzionali, il conflitto israelo-palestinese, la politica identitaria. La seconda strada italiana contro il populismo, inadeguata quanto la prima, è quella, cara in particolare alla componente liberale dell’opposizione, di sottolineare l’imbarazzante ignoranza dei nuovi potenti, alimentando in questo modo ancora di più l’odio e il risentimento dei populisti nei confronti delle élite, e confermando il motivo del loro successo. Occorre quantomeno, porsi il problema di provare a immaginare una direzione alternativa, anche perché sinceramente non se ne può più di combattere ancora le battaglie esistenziali come facevamo nei favolosi anni Novanta… Il mondo da allora è andato avanti (beh, insomma, forse è andato indietro, ma comunque si è mosso), solo i progressisti e i liberali e i riformisti e i centristi, non se ne sono accorti e continuano a riproporre le solite ricette.
Per quanto gloriose, le tradizionali famiglie politiche europee sono fuori sincrono col tempo contemporaneo, non parlano più a una società instupidita dagli algoritmi, incollata agli schermi dei telefoni e incapace di distinguere tra verità e menzogna. Va bene difendere il più possibile e a tutti i costi lo stato di diritto, e quanto rimane della società aperta, ma questa è solo una manovra difensiva. Occorre pensare in grande, studiare il mondo contemporaneo, e rispondere al movimento populista globale con strumenti nuovi e idee inedite…
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