
Al summit dell’Aja si è creduto di barare con un baro (Trump), ma la verità è che il tycoon vede nell’Ucraina solo l’occasione per fare affari, mentre strategicamente pensa all’Indo-Pacifico. Insomma, i parametri globali che reggevano il nostro posto nel mondo non esistono più. E l’Ue non è in grado di riempire neppure parzialmente quel vuoto. E in quanto a riarmo, la dipendenza dagli Usa aumenterà anziché diminuire…
Forse il recente summit della Nato all’Aja non è stato poi così “storico”, come proclama il sito internet dell’Alleanza, ma a giudicare dal seguito di sicuro è stato istruttivo. In capo a due settimane abbiamo scoperto che le due coordinate con le quali questo nostro Belpaese pensa il proprio posto nel mondo semplicemente non esistono.
È l’intero Occidente che si sta accommiatando dalla storia, almeno per gli anni venturi… stiamo assistendo come dice il titolo del libro di Spengler, “Il tramonto dell’Occidente” ma ben 100 anni dopo. Quello che il filosofo tedesco pubblicò tra 1918 e 1923 è un testo fondamentale che sembra tornare di prepotente attualità (anche se, forse, per le ragioni sbagliate). E l’Unione europea non è in grado di riempire neppure parzialmente quel vuoto. Come scriveva in giugno su Domani un preveggente Piero Ignazi: “siamo soli. Noi e il nostro declino”. Non sarebbe il caso di prenderne atto e provare a immaginare una, per quanto improbabile, patriottica rimonta? Potremmo cominciare con il guardare alla realtà senza edulcorarla come siamo soliti. All’Aja gli europei hanno pensato di barare con un baro, scelta non saggia soprattutto se l’imbroglione dà le carte. Pur di scongiurare il rischio che Trump negasse all’Ucraina strumenti militari indispensabili per fermare l’offensiva russa, hanno accordato al presidente Usa quel che più a quello preme: la parvenza di un clamoroso successo. Parvenza, nelle loro intenzioni, perché il formidabile aumento delle spese militari non prevede sanzioni per gli inadempienti, e comunque andrà verificato nel 2029, ammesso che per quella data
l’Alleanza atlantica esista ancora. Inoltre, alcuni tra i 32 alleati cercavano un pretesto per giustificare scelte già decise, soprattutto riciclare nella difesa parte dell’industria automobilistica in crisi. Francesco Saraceno ha spiegato ancora una volta sulle pagine di Domani, perché una manovra di quelle proporzioni configuri una riscrittura dello stato sociale, violenta, taciuta e perfino inefficace rispetto agli obiettivi dichiarati; e sul New York Times un altro economista di valore, l’oxoniano Anton Jäger, ha confermato che il neo-reaganismo sotteso alle volontà trumpiane non produrrà alcuna crescita significativa. Ma l’industria bellica Usa festeggia. Il ministro degli Esteri polacco Sikorski dà per scontato che gli europei, «con la probabile eccezione della Francia, continueranno a comprare una vasta porzione delle loro armi dagli Usa». Compreranno soprattutto prodotti di altissimo livello tecnologico che al momento non hanno equivalenti europei. E, poiché queste armi sono costantemente aggiornate dai produttori, la dipendenza dagli Stati Uniti aumenterà invece di diminuire. L’Ue incentiverà al suo interno le joint venture nella difesa, ma il progetto che col tempo l’avrebbe resa autonoma dagli Stati Uniti – quel coordinamento delle industrie belliche cui ave
va lavorato soprattutto un italiano eccellente, il generale Claudio Graziano – pare uscito dal dibattito europeo. Pochi giorni dopo lo “storico summit” Trump ha sbriciolato le illusioni europee sospendendo l’invio di armi indispensabili a Kiev per difendersi dai missili russi. Ora le implorazioni ucraine e le pressioni dei Volenterosi assieme allo sgarbo di Putin insensibile ai suoi richiami alla pace… lo ha smosso, come ora pare essere effettivamente, e
ridare armi a Kiev, ma a pagarle sarà la Nato, dopo l’inganno la beffa! Quel che conta è che Trump così come fanno il capo di Raytheon, Lockheed-Martin e Boeing considera l’Ucraina soprattutto un’occasione ghiotta per gli affari, siano armi o terre rare. Quanto alla “pace” che aveva promesso al mondo, Trump ha detto che Putin l’ha deluso e che gliela farà pagare e minaccia ulteriori sanzioni. Contraddicendosi rispetto a quando solo poche settimane fa sosteneva che Kiev doveva riconoscere la sovranità di Mosca sui territori attualmente occupati dagli invasori; e se i russi massacrano e avanzano Zelensky sarà costretto a essere meno ostinato, gli europei si spaventeranno, il made in Usa ne guadagnerà ulteriormente. Nobilitando al rango di politica estera questa visione bottegaia e suprematista delle relazioni internazionali, la realtà non cambia sembra una riedizione del fallimentare “concerto europeo”, per il quale nel tardo Ottocento le grandi potenze tendevano a riconoscersi sfere d’influenza.
A destra come a sinistra, molti europei converrebbero con Trump che se l’Ucraina tornasse nella sfera d’influenza russa Putin rinuncerebbe a minacciare i confini dell’Ue. Il problema è che la Russia pare un impero residuale in crisi, non un impero in espansione. La sua rete di regimi subalterni o alleati si sta sfilacciando. In Bielorussia il fido Lukashenko, al potere da 31 anni, regge solo grazie alla polizia segreta, in Siria le basi militari russe sono a rischio, l’Azerbagian sta voltando le spalle, la Serbia dell’amico Vucic è in rivolta. Non per questo è lecito concludere che Putin sia soltanto un babau inventato dall’Europa riarmista. Non ha intenzione di invadere l’Ue, semmai di impaurirla: ma come reagirebbe se la Bielorussia insorgesse come a suo tempo insorse l’Ucraina? E come reagirebbero i grandi paesi europei se Mosca muovesse le sue armate e i bielorussi chiedessero un qualche soccorso? Si volterebbero dall’altra parte, per non violare la zona d’influenza russa? O prenderebbero sul serio l’entusiastica definizione dell’Unione europea “faro della libertà” che ripete la commissaria per la politica estera Kaja Kallas?
Di sicuro sarebbe finalmente più chiaro che la Nato è oggi un grande equivoco. Per Trump, la libertà è un’idea sospetta e gli europei sono clientes scrocconi da spremere e da impiegare dove conviene agli interessi Usa. Il suo porta-ordini Mark Rutte, segretario generale della Nato, annuncia che in futuro tutti i membri dell’Alleanza dovranno «lavorare per rendere sicuro l’Indo-Pacifico», ovvero partecipare al dispositivo navale immaginato dagli Usa per controllare il mar della Cina. È scritto anche nel documento finale approvato nello “storico summit”, dove invece non si spende nemmeno una parola sul mare che interessa l’Europa, e l’Italia in particolare: il Mediterraneo. Eppure, non è il remoto Indo-Pacifico, ma l’instabilità libica, per esempio, che comporta rischi crescenti per il nostro continente. La Russia ha trasferito in Libia aerei, soldati e missili a rischio in Siria dopo la caduta di Assad. Ora missili e aerei sono dirimpetto all’Italia, per gentile concessione di un capobanda libico, il generale Haftar, che controlla parte del paese con vari strumenti: una soldataglia brutale, i profitti dal contrabbando di petrolio, le armi offerte da Egitto ed Emirati, i mercenari russi della Wagner. In maggio Haftar era da Putin e suo figlio era negli Usa. Con la forza o con l’intrigo presto arriverà a Tripoli, dove il governo riconosciuto dall’Onu e fino a ieri appoggiato dall’Italia annaspa, indebolito dallo scontro scoppiato tra le milizie cui quell’esecutivo paga una sorta di “protezione”.
La Libia è sempre più avviata a diventare una mischia che scaraventa intorno minacce e una discarica per seppellire scorie (nucleari e umane, siano gazawi deportati o migranti espulsi dagli Usa). Per scongiurare questo esito Roma probabilmente ha chiesto garanzie all’amministrazione Trump. Se ne ha ricevute, Meloni tenga bene a mente cosa accadde sei anni fa, quando Haftar attaccò Tripoli: contando sulla benevolenza di Trump (“Good job, Giuseppi”), il premier Conte gli telefonò e gli chiese di fermare l’offensiva. Trump ascoltò, assicurò, ignorò. Con o senza la Nato un’Europa salda, o semplicemente meno sgangherata, avrebbe da tempo cercato un modo per liberare la Libia da Haftar e dalle gang tripoline. Una Libia pacificata sarebbe un gigantesco affare non solo per la popolazione libica, oggi in balia delle milizie. L’Europa avrebbe il gas che ora è costretta a comprare lontano, innanzitutto negli Stati Uniti. E la ricostruzione del paese, devastato dalla guerra, darebbe lavoro alle migliaia di migranti che si riversano sulle coste nordafricane per tentare la traversata. Invece ci tocca l’Indo-Pacifico. E, per soprammercato, ci toccherà anche il fracasso di parole altisonanti e stolide con le quali si è soliti razionalizzare l’irragionevole: il bene contro il male,
l’Occidente contro le autarchie, senza dimenticare la “civiltà giudaico-cristiana”, l’equivalente del refrain “Zelensky guerrafondaio” che intona parecchio “campo largo”. Eppure, non siamo condannati all’alternativa tra una subalternità autolesionista e un ribellismo a vanvera. Alla doppiezza di Donald Trump con l’America First sempre più impero… si può rispondere con altrettanta doppiezza, se si ha l’audacia di lavorare sottotraccia per costruire un’Europa-potenza dentro il guscio vuoto della Nato. Il tentativo avrebbe perlomeno il vantaggio di obbligarci a riconoscere la gravità del nostro declino, acuito dall’irrilevanza europea. Sarà velleitario: ma abbiamo un’alternativa?
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