Politica: La pace in Ucraina è lontana e Trump è sottomesso a Putin. Molti americani potrebbero volere un ‘dittatore’ e Donald intanto, vuole cambiare il nome al Ministero della Difesa chiamandolo di nuovo Ministero della Guerra.  Una domanda si fanno in molti, chi e come si può fermare questa furia tirannica di Trump? Scontata la risposta, solo gli americani (forse) possono fermarlo… 

Nella guerra Russia-Ucraina, purtroppo ogni giorno conferma come la “montagna” Trump non abbia partorito nemmeno un topolino sul cammino verso la pace tra Mosca e Kiev e come i risultati dopo ben sette mesi siano esattamente inversamente proporzionali agli annunci, alle promesse, alla formidabile macchina della propaganda mediatica della Casa Bianca azionata instancabilmente sul nulla. Tutta la montatura sul fantastico ed impensabile bilaterale ad Anchorage con applauso di benvenuto per Putin (tagliato dal video ufficiale della Casa Bianca), tappeto rosso e pseudo conferenza stampa inaugurata dal pistolotto dello Zar su rapporti di buon vicinato, grandiosità imperiale russa, nefandezze di Biden vero responsabile della guerra ed infingardaggine dei “sabotatori” della pace europei, è servita solo all’ospitato per riaccreditarsi come capo assoluto di una potenza globale. Per Trump è stata solo l’ennesima occasione per non portare a casa nulla, a cominciare dal cessate il fuoco, dato da settimane come certo anche se in formato sempre più ridotto, per dimostrarsi agli occhi della maggioranza degli americani sempre più sottomesso a Putin, cosa che sempre più non è gradita nemmeno a molti elettori repubblicani, per anticipare come poi si è di fatto evidenziato nel successivo vertice con i rappresentanti europei e Zelensky alla Casa Bianca, “interrotto” per colloquiare con l’amico Vladimir, che i risultati concreti sulle questioni cruciali sono praticamente inesistenti. Poi, a seguire, la statura di capitan Fracassa che “ha concluso sei guerre”, annuncia roboanti ultimatum che diventano penultimatum il giorno successivo e stringenti sanzioni sempre rimandate si è confermata come la miglior garanzia per la Russia di temporeggiamento sine die, di opportunità per incrudelire ad libitum sulla popolazione civile, con aggressioni giornaliere quadruplicate rispetto all’estate scorsa, e di pianificare a piacimento l’offensiva che se non garantisce per ora lo sfondamento dà la possibilità all’armata russa di allargare gli attacchi. Così giorno dopo giorno le garanzie di sicurezza per l’Ucraina da parte degli Usa diventano più evanescenti, sembrerebbe (viste le telefonate praticamente quotidiane tra i due) che il deal di Trump è sempre più sotto dettatura di Putin, i niet del Cremlino si ampliano inclusa la surreale bocciatura di qualsiasi “tutela” per Kiev che non includa il coinvolgimento della Russia e della Cina e magari, perché no, della Corea del Nord. Ovvero Lavrov ha formalizzato la pretesa che aggressore e alleati debbano diventare “garanti” per la sicurezza del paese che hanno aggredito e che secondo le abitudini predatorie di Putin (vedi il repetita iuvant in Cecenia) potrebbe essere oggetto di una successiva invasione per completare il lavoro impedito dall’eroismo degli ucraini e dal sostegno di Usa (non trumpizzata) ed Europa. E dopo tutta la finta disponibilità al “dialogo”, Mosca è ritornata a rifiutare l’incontro con Zelensky, dato per certo da Trump al vertice alla Casa Bianca, con la motivazione di rito dello “scioglimento propedeutico di tutti i nodi” e con la sostanziale negazione del riconoscimento di Zelensky presidente “illegittimo” che non può firmare un accordo e dell’Ucraina come Nazione sovrana. Un incontro già abbastanza improbabile all’annuncio e che ora sembra sprofondare in una sospensione infinita. E in quel “preferirei non esserci all’incontro tra Putin e Zelensky” non è difficile leggere un’intenzione, già emersa in precedenza, di tirarsi fuori dopo essersi fatto prendere in giro per mesi e avere consentito all’amico Vladimir fin dall’inizio di causare tutti i morti di cui in un raro momento di verità l’ha accusato, per un’exit strategy tardiva ma probabilmente meno rovinosa di un ulteriore coinvolgimento… Ma mentre tenta ciò, ne spara un’altra… L’ultima esternazione del presidente Usa: “Dipartimento della Guerra suona più forte, e abbiamo vinto le guerre mondiali”. E dice: “A molti americani piacerebbe un dittatore”. Quindi l’ultima idea di Donald Trump è cambiare nome al Dipartimento della Difesa, chiamandolo Dipartimento della Guerra, come era nel passato. E nel darne le motivazioni non ha nascosto che “non vogliamo solo la Difesa, ma anche l’attacco”. E’ una provocazione? Sta il fatto che l’ha detto durante un incontro alla Casa Bianca mentre al suo fianco c’era Pete Hegseth, segretario proprio alla Difesa. “Il Dipartimento della Difesa, non suona molto bene. Una volta era il Dipartimento della Guerra. Aveva un suono più forte e abbiamo vinto la Prima Guerra Mondiale, la Seconda Guerra Mondiale e tutto il resto. Ora abbiamo il Dipartimento della Difesa…”, ha detto il Presidente. Quindi si è rivolto proprio a Hegseth: “Dipartimento della Guerra o Dipartimento della Difesa? Ha chiesto. Non vogliamo solo la Difesa, ma anche l’attacco. Se vuoi cambiare il nome in Dipartimento della Guerra fammelo sapere”. Quindi l’inquilino della Casa Bianca ha anche risposto alle critiche ricevute per aver inviato la Guardia Nazionale a Washington per il contrasto della criminalità, sostenendo che non poche persone in America oggi pensano che un dittatore potrebbe “piacere”: “Mi attaccano, mi dicono: ‘Non abbiamo bisogno di lui”. Libertà, libertà. È un dittatore, è un dittatore”, ha detto riferendosi a coloro che disapprovavano le sue azioni, tra cui la minaccia di inviare le truppe dell’esercito dopo Washington anche a Chicago. “Ma molte persone invece dicono: “Forse ci piacerebbe un dittatore”, ha aggiunto Trump. Quindi ha sottolineato: “I Dittatori non mi piacciono. Io non sono un dittatore. Sono un uomo con un grande buon senso e sono una persona intelligente. Quando vedo cosa è successo alle nostre città, mando le truppe e invece di essere elogiato mi dicono: ‘State cercando di prendere il controllo della Repubblica’. Queste persone sono malate” ha concluso Trump. Quindi Trump non si ritiene un dittatore nonostante che a molti americani potrebbe piacere lo fosse… E mentre molti nel mondo cominciano a chiedersi chi e come si può fermare la furia autoritaria per non dire tirannica di Trump? Gli è bastato un mese dall’inizio della sua seconda presidenza e Donald Trump ha scardinato (aiutato da Musk, poi finito in disgrazia) la burocrazia federale e i sistemi di pesi e contrappesi che limitano il potere dell’esecutivo. In tre settimane ha graziato tutti i golpisti del 6 gennaio, licenziato sia procuratori che ufficiali Fbi che avevano indagato sui golpisti, richiesto i nomi di tutti i dipendenti Fbi che hanno svolto indagini a qualsiasi livello, sui fatti del 6 gennaio, cancellato i fondi a importanti agenzie governative come il Consumer Financial Protection Bureau (CFPB), che ha il compito di vigilare sui servizi finanziari offerti a vario titolo ai consumatori, e USAID, agenzia che si occupa principalmente di aiuti umanitari all’estero. Ha poi congelato milioni di dollari in fondi già allocati dal Congresso ad agenzie federali, in chiara ed evidente incostituzionalità in quanto secondo l’Articolo I, sezione 8 del testo costituzionale lo stanziamento di fondi è compito del Congresso. Ha inoltre ordinato a gran parte dei dipendenti pubblici di dimettersi in cambio di otto mensilità, dando mandato a Elon Musk, che non era membro del governo e la cui nomina non è quindi non era passata al vaglio del Senato, ai sistemi di paghe del Tesoro, disobbedito a molteplici ordini arrivati dalle Corti federali di sbloccare fondi precedentemente bloccati. Ha “ostruito” la ricerca accademica, vedesi la Università di Harvard, inoltre a vietato alle persone trans di prendere parte ad attività sportive con persone di sesso femminile e cercando di smantellare il Dipartimento dell’Istruzione, che si occupa dei fondi federali per borse di studio, supporto a studenti con disabilità e aiuto contro le discriminazioni. Nessuna di queste norme è stata votata al Congresso, e tutto questo è stato attuato mediante ordini esecutivi presidenziali. Se può aver stupito la velocità con cui Trump ha agito nel tentativo di avocare a sé la maggior parte dei poteri, non stupiscono i risultati: quello che ha fatto il presidente è ampiamente preventivato sia all’interno di Project 2025, il testo politico scritto dal think-tank di estrema destra Heritage Foundation, che trattava l’espansione del potere esecutivo, sia in alcuni scritti filosofici molto in voga tra i miliardari di destra della Silicon Valley. Uno dei filosofi più apprezzati da Peter Thiel, fondatore di PayPal e considerato il creatore della figura politica del vicepresidente Vance, è infatti Curtis Yarvin, che in un suo scritto ha parlato di una trasformazione radicale ed efficiente del potere esecutivo, la cui figura principale avrebbe dovuto assumere le forme di un amministratore delegato. L’idea alla base di questa filosofia è avere un potere esecutivo decisionista, senza contrappesi o intromissioni di contropoteri, come le corti o il Congresso, che invece la Costituzione garantisce. Il ‘golpe della Silicon Valley’ come viene chiamato: è il frutto di un lungo processo ideologico, culturale e politico. Nel comprendere il funzionamento di questo attacco autoritario al sistema di governo statunitense è importante concentrarsi non tanto sulle singole azioni, che sono molteplici e di cui è difficile tenere traccia, ma sul processo entro cui queste azioni avvengono: una branca del potere, l’esecutivo, si sta spingendo apertamente oltre i limiti della sua autorità, con la connivenza di un Congresso controllato in entrambe le Camere dai repubblicani, e disattendendo in tutto o in parte le decisioni delle Corti di Giustizia. Solo pochi mesi fa gran parte della classe dirigente europea e i democratici americani andavano in estasi per il TACO, l’acronimo inventato da un giornalista del Financial Times per descrivere Trump come uno che la spara grossa e poi si tira sempre indietro. Peccato che la politica si basi in prevalenza sui rapporti di forza e non sulle battutine sagaci e auto rassicuranti dei circoli intellettuali. Difatti, le ultime settimane segnalano come Trump abbia piegato gran parte di quelli che provavano a resistere alla propria linea politica. Venerdì scorso il governatore della Fed Jerome Powell, fautore di una politica monetaria prudente e minacciato più volte dal presidente di rimozione, è stato costretto ad adattare la linea della banca centrale ai desiderata della Casa Bianca, e dei banchieri che con essa hanno siglato un patto di collaborazione tramite il segretario al Tesoro Scott Bessent, aprendo a futuri ribassi dei tassi d’interessi. Powell, forte di una posizione di indipendenza garantitagli dallo statuto della Fed, è stato solo l’ultimo autorevole personaggio di una lunga serie ad adeguarsi a Trump. Nello stesso giorno il Canada, paese dalla solida maggioranza liberal e tra i più anti-trumpiani nell’alleanza occidentale, è stato piegato pur avendo provato a reagire ai dazi di Trump. Il primo ministro Carney ha dichiarato che da settembre il Canada «eliminerà tutti i dazi canadesi sui prodotti americani» ai sensi dell’accordo Stati Uniti-Messico-Canada, allineando i dazi di Ottawa agli attuali dazi statunitensi come richiesto dal presidente americano. Poche ore dopo arriva l’assenso del Ceo di Intel, che ero stato attaccato da Trump per gli eccessivi legami dell’azienda con la Cina, a cedere una quota del 10 per cento al governo americano inaugurando una forma di capitalismo nazionalista. E cosa dire dei vari leader europei? Sui dazi americani, deposti quasi subito i propositi ritorsivi, l’Ue è stata costretta ad accettare un accordo svantaggioso come richiesto da Trump; sulla difesa tutti i governi hanno scelto di incrementare la spesa per contrastare la minaccia della Russia ma soprattutto per alleviare la pressione e le minacce della Casa Bianca. Non a caso la svolta decisiva per l’Ue sulla spesa militare è arrivata subito dopo la rielezione del presidente populista. Anche sul piano diplomatico i governi europei sono stati piegati, basti pensare alla foto da scolaretti imposta da Trump nello Studio Ovale e nel poco spazio lasciato dagli americani agli europei nelle trattative per la pace in Ucraina. Inoltre, i propositi militari dei “volenterosi” sono stati snobbati da Trump e oggi paiono giacere su un binario morto. Anche nelle relazioni con la Cina gli europei sembrano aver cambiato la propria postura a causa della pressione americana, iniziata col primo Trump e rafforzata col secondo: oggi l’Unione e ogni Nazione hanno regole e meccanismi di sorveglianza per tenere il capitalismo cinese fuori da tutti gli asset strategici e tecnologici del vecchio continente. Sono oramai lontani i tempi in cui Angela Merkel poteva incrociare le braccia contro Trump e nulla di concretamente negativo succedeva per gli europei come nel primo mandato del populista. Il primo forse ad ammettere apertamente che non esiste un TACO, un Trump inefficiente, inefficace e in fondo remissivo, è stato Mario Draghi nella sua relazione al Meeting di Rimini sostenendo che «l’elezione americana ha cambiato tutto». Prendere sul serio Trump, nella sua capacità di imporre il cambiamento a livello interno e agli alleati globali, è il primo passo per comprendere dove possa andare a finire la sua politica. Cioè verso un mondo in cui c’è un blocco dominato dagli Stati Uniti, anche dispoticamente verso gli alleati se necessario, dove questi, guidati da una leadership forte, dominante e verticalizzata, cercano un equilibrio di potere con gli altri grandi Stati del pianeta, guidati da regimi semi-autoritari, autoritari o tirannici. Trump: è una minaccia per la democrazia! È un mondo dove per gli alleati liberal-democratici c’è molto meno spazio di manovra politico ed economico e in cui il Presidente americano sembra essere senza contrappesi, esclusi quelli legali e costituzionali interni. In fondo, come il vangelo populista impone, l’unico vero contropotere a Trump, sia interno che esterno, sarà soltanto (forse) quello del popolo americano…

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