Politica: Voto in Toscana. Gli italiani arrabbiati, insicuri e delusi sono sempre più indifferenti alla politica. Il crollo di consenso degli ultimi 20 anni…

Voto Regionale in Toscana: Eugenio Giani fa il bis, ‘grazie Toscana’. Schlein: ‘Vittoria che ci dà gioia e speranza’. Meloni: ‘ auguro buon lavoro a Giani. Grazie Tomasi, era una sfida impegnativa’. Tuttavia: “Quando a ogni elezione il primo partito è sempre quello del “non voto”, la campana suona per tutti. Il rintocco, già avvertito nelle scorse settimane nelle Marche e in Calabria, è diventato particolarmente fragoroso in Toscana, terra di politica e radicate passioni civili”. crive così Alessandro De Angelis noto giornalista della Stampa e conclude: “…dopo il minimo storico dei votanti alle politiche e poi alle Europee, la decrescita infelice della partecipazione tocca anche le regioni. E racconta di una progressiva separazione tra democrazia e popolo”. Infatti, l’affluenza in Toscana è al minimo storico. Domenica e lunedì scorsi: ha votato solo il 47,7% degli aventi diritto, un calo di circa 15 punti percentuali rispetto al 2020. Si parla sempre più spesso di una ‘malattia della democrazia’, una degenerazione che porterebbe le istituzioni liberali a morire piano piano, nel disinteresse, con i cittadini sempre più sedotti e affascinati dalla velocità e dalla presunta efficienza delle autocrazie. Avevo a riguardo dell’astensionismo sempre più in crescita, già pubblicato qui lo scorso febbraio un post che parlava di questa inarrestabile tendenza negativa del voto nel nostro Paese. Una vera e propria “malattia” che l’Istat ha ormai misurato scientificamente, con un poderoso rapporto sulla “Partecipazione politica in Italia” negli ultimi vent’anni, dal 2003 al 2024. Attenzione, il report non parla solo della disaffezione per le urne e della crescita dell’astensione. L’Istat è invece andato a misurare quella che viene definita la “partecipazione invisibile” o indiretta, ovvero informarsi e discutere di politica, fino a forme di partecipazione più attiva, che sono comunque andate modificandosi negli anni, “anche grazie alla diffusione delle nuove tecnologie e alla progressiva alfabetizzazione digitale della popolazione”. Ed ecco i risultati – in generale negativi – ma che lasciano persino spazio a qualche scintilla di ottimismo sul futuro. Nel 2024, a informarsi di politica almeno una volta a settimana è meno della metà della popolazione di 14 anni e più, per la precisione il 48,2%, 8,9 punti percentuali in meno rispetto al 2003. Più di un quarto della popolazione di 14 anni e più (29,4%) non si informa mai di politica. Si tratta, in valori assoluti, di 8 milioni 900mila donne e 6 milioni 300mila uomini: pari rispettivamente al 33,4 e al 25,1%. Ancora più cospicua la componente di popolazione che non parla mai di politica (36,9%): più di 11 milioni e mezzo di donne (43,6%) e oltre 7 milioni e mezzo di uomini (29,9%). A interessarsi e parlare di politica regolarmente sono soprattutto le persone che appartengono a nuclei familiari agiati, cui solitamente si associano titoli di studio mediamente più elevati, mentre i meno abbienti sono più portati a non occuparsene mai. La disaffezione totale per l’informazione e la discussione politica è più diffusa in presenza di titoli di studio più bassi. Non si informa mai di politica l’11,3% dei laureati, una percentuale più che doppia di diplomati (24,4%) e quasi quadrupla di quanti hanno al più la licenza media (41,2%). Nonostante, la tendenza discendente accomuni uomini e donne, l’entità del calo è significativamente diversa. Se nel 2003 a informarsi con regolarità di politica era il 66,7% degli uomini a fronte del 48,2% delle donne, nel 2024 questi valori calano di 12,6 punti percentuali per gli uomini e di 5,7 punti per le donne (collocandosi rispettivamente al 54,1% e al 42,5%). La distanza tra uomini e donne passa da 18,5 a 11,6 punti percentuali. Insomma, almeno in questo le differenze di genere si attenuano, anche se più per demerito degli uomini che per un incremento delle donne. La partecipazione politica è infine molto differenziata sul territorio. Le aree del Centro-nord raggiungono livelli di partecipazione più alti che il resto del Paese: si informa di politica almeno una volta a settimana la maggioranza della popolazione del Centro-nord (con valori compresi tra il 52 e il 54%), contro il 40% circa di Sud e Isole. Sempre nelle regioni del Mezzogiorno una quota analoga (37,3%) non si informa mai a fronte del 25,0% circa delle regioni del Nord. In calo anche la partecipazione dei giovani alla politica. Brutte notizie per i talk show. Anche l’ascolto dei dibattiti politici ha fatto registrare un calo importante, essendosi quasi dimezzata la quota dei cittadini che li hanno seguiti almeno una volta nei 12 mesi precedenti l’intervista, dal 21,1% del 2003 all’10,8% del 2024. Il dimezzamento ha riguardato, anche in questo caso, soprattutto gli uomini (dal 26,1 al 12,8%), mentre tra le donne il calo è stato più contenuto (dal 16,4% all’8,9%). E notizie nere per i quotidiani di carta: si è dimezzata, passando dal 50,3 al 25,4% la quota di cittadini che si informano tramite i giornali comprati in edicola. Attenzione però. Se non desta sorprese apprendere che quasi la metà degli utenti di Internet (47,5%, 8,2 punti percentuali in più rispetto al 2014) si informano attraverso i social network, colpisce che circa i due terzi (65,4%) di quanti usano la rete per informarsi di politica lo fa ancora attraverso i quotidiani (le versioni on line dei quotidiani) e le news che occupano il primo posto nella graduatoria dei canali Internet, andando a compensare il forte calo registrato dai quotidiani tra i canali tradizionali. Insomma, la malattia è ormai certa e la domanda è: ma si può ancora guarire? In questo nostro Paese (ma non siamo i soli) l’ottimismo è ormai un lontano ricordo, in quanto negli ultimi due decenni la ripartenza economica non c’è stata anzi gli ultimi dati ben oltre l’apparenza della propaganda governativa, ci parlano ancora di una possibile ulteriore recessione e così il rancore dilaga. Questa in una battuta, fa sì che la situazione sociale dell’Italia e conseguentemente noi italiani siamo diventati tutti: “più intolleranti fino alla cattiveria”. Negli ultimi anni la tanto attesa ripresa economica non è arrivata, mantenendo il popolo italiano in un limbo a metà tra la crisi e una ripartenza che stentava a mettersi in moto… siamo arrivati a 31 mesi su 34 di governo Meloni di calo della produzione industriale su base annua. La stessa Confindustria ammette che se non ci fossero i miliardi del Pnrr il dato dell’avvenuto ulteriore ridimensionamento della nostra produzione industriale tornata così a scendere dopo cinque anni, ci ripropone una recessione del settore… e comunque più in generale una diminuzione delle stime previste per nostro Pil nel prossimo periodo. Di male in peggio! Una situazione che nel corso del tempo ha trasformato l’italiano in quello che vediamo al giorno d’oggi: “un’arrabbiato senza fiducia nella politica, diffidente verso ciò che non conosce, deluso dalla condizione economica in cui vive, che spesso lo porta a dover rinunciare anche a fattori importanti come la cura della salute”. Una fotografia che ci segnala come nelle dinamiche collettive si vede ormai ad occhio nudo come i processi in atto confermano un’antica verità ovvero che sono solo le risoluzioni delle crisi che inducono una ripresa dello sviluppo… e l’Italia a riguardo sta a zero! Una situazione che vede un rabbuiarsi dell’orizzonte di ottimismo e nella quale si accentuano lo squilibrio dei processi d’inclusione dovuto alla contraddittoria gestione dei flussi d’immigrazione. L’insicurezza sembrerebbe la parola chiave che descrive la nostra società, dove l’assistenza viene interamente scaricata sulle famiglie e sul volontariato, dove le istituzioni formative sono alle prese con un vistoso calo di reputazione, dove si accentua il cedimento rovinoso della macchina burocratica pubblica e della digitalizzazione dell’azione amministrativa. In questo scenario viene da pensare che tutto arretra con gli italiani “incapsulati” in un Paese pieno di rancore e incerto nel programmare il futuro. Grande è la delusione. Si guarda alla politica dell’annuncio anche quando a quest’ultimo manca la dimensione tecnico-economica necessaria a dare seguito al proprio progetto. Ma se ignorare il cambiamento sociale è stato l’errore più grave della nostra classe dirigente del trascorso decennio (ma anche prima), l’errore attuale rischia di essere quello di dimenticare che lo sviluppo italiano continua ad essere diffuso ma diseguale. Di qui, scaturisce la necessità di “un dibattito serio sull’orientamento del nostro sviluppo e sulla capacità politica di definirne i nuovi traguardi”. Perché all’Italia di oggi: “basterebbe una responsabilità politica che non abbia paura della complessità, ma si misuri con la sfida complessa di governare un complesso ecosistema di attori e processi”. Queste le sottolineature di molti commentatori dell’economia italiana. Il dato che dice tutto: soltanto un italiano su cinque ha un atteggiamento positivo sul momento che vive; per il resto, prevalgono rabbia, disorientamento, pessimismo. E’ questo è lo stato d’animo degli italiani fotografato altresì nall’ultimo rapporto del Censis: “su 100 italiani, 30 si dicono “arrabbiati” perché troppe cose non vanno bene e nessuno fa niente per cambiarle; 28 “disorientati” in quanto ammettono di non capire cosa stia accadendo; 21 vedono tutto in “negativo” e pensano che le cose andranno sempre peggio; e soltanto altri 21 guardano invece alla realtà con uno stato d’animo “positivo”, in quanto viviamo un’epoca di grandi cambiamenti e riferiscono di avere fiducia nel futuro”. Una conferma arriva da altre ricerche sociali: due italiani su tre sono convinti che “non ci sia nessuno a difendere interessi e identità” e dunque sono costretti a farlo “da soli”. Se il 64% la pensa così, la percentuale si impenna a quota 72 fra coloro che hanno un basso titolo di studio, a 71 per chi ha redditi bassi, a 67 fra i residenti al Sud e nelle due Isole, a 65 fra le donne (ist. Cattaneo). Riassumendo: “non c’è fiducia nella politica!” Già qual è il rapporto degli italiani con la politica? Per metà degli italiani, i politici sono tutti uguali, e per oltre la metà, in Italia niente cambia. A esprimere quella che un tempo si sarebbe definita come una considerazione ‘qualunquista’ – ovvero che “i politici sono tutti uguali” – è il 49,5% degli italiani e la percentuale supera la metà di loro nel caso di persone con reddito basso (54,8%), donne (52,9%), giovani tra i 18 e i 34 anni (52,5%), chi ha un basso titolo di studio (52,2%) e i meridionali (50,6%). Quanto ai pessimisti per i quali “le cose in Italia non stanno cambiando”, in media il 56,3% degli italiani, in testa risultano essere di gran lunga gli studenti (73,1%) seguiti a distanza dagli anziani ultrasessantacinquenni (62,2%), dai residenti nel Nord-Ovest (60,7%), dalle donne (60,2%), dai laureati (60,2%) e da coloro che percepiscono redditi medio-bassi (58,1%). Confrontando questi dati (Ist. Cattaneo) di questi studi paralleli sulla situazione sociale italiana si potrebbe definire che questa fase della “missione della politica” va dall’assalto al cielo alla difesa delle trincee” in quanto “l’evoluzione della partecipazione e del consenso elettorale racconta da un lato il disimpegno degli elettori come esito del distacco dalla politica e dall’altro la frammentazione del consenso conferito ai principali partiti in campo, che significa in sintesi il consolidamento di un gap tra politica e società oramai fisiologico”. Quindi sono definitivamente passati i tempi in cui la politica non rifletteva umori ed emozioni come un semplice specchio, ma riusciva a discernere, selezionare, combinare, in una parola: a mediare. Mentre oggi sembra finito quel gioco combinatorio di identità e interessi che si proiettava nella domanda politica, anche perché sono sempre più sfumati i profili identitari dei diversi gruppi sociali e le relative ‘costituency’ degli interessi. Ciò aiuta a comprendere perché oggi, probabilmente per sfuggire al rischio dell’indistinzione, i nostri politici rinunciano a ogni pratica mediatoria, radicalizzando almeno verbalmente quel che può distinguerli o renderli visibili e più duraturi nel ruminare impietoso del circo mediatico. Così, la politica rilancia ogni umore ed emozione estremi che circolano in modo più o meno sommerso nella società o fragorosamente visibili sui social network. E questo è divenuto il meccanismo perverso della politica italiana (ma non solo) che riflette la società e ne rilancia le voci più assordanti e virulente. Dopo il rancore, la cattiveria! Così sembrano confermare le ricerche dei vari Istituti analoghi… tutti sottolineano che gli italiani sono diventati nel quotidiano “intolleranti fino alla cattiveria” e quindi la politica e le sue retoriche rincorrono, riflettono o semplicemente provano a compiacere una sorta di “sovranismo psitico” che si è installato ormai oltre che nella “pancia” anche nella testa e nei comportamenti degli italiani, che dimostrerebbero così una “consapevolezza lucida e disincantata” che le cose non vanno e più ancora che non cambieranno affatto in meglio. Ecco che per uscire da questa situazione: “gli italiani sono ormai pronti a un funambolico camminare sul ciglio di un fossato che mai prima d’ora si era visto e mostrano una “disponibilità pressoché incondizionata e non importa se il salto è molto rischioso e dall’esito incerto, non importa se l’altrove è un territorio indefinito e inesplorato, non importa se per arrivarci si rende necessario forzare, fino a romperli, gli schemi canonici politico-istituzionali e di gestione delle finanze pubbliche. Si tratta di una reazione prepolitica, molto più lucida di quanto in genere si sia pronti a riconoscere, perché viene da lontano e ha profonde radici sociali che hanno finito per alimentare una sorta di sovranismo psichico prima ancora che politico. Alimentato da alcune “disillusioni”: una ripresa rimasta inchiodata, un Pil che ristagna, i consumi che non ripartono, la produzione industriale che flette, le retribuzioni che restano basse. Così, l’Europa non è più un ponte verso il mondo né la zattera della salvezza e il Mediterraneo non è più la culla della civiltà ma ritorna a essere confine, un fossato invalicabile”. Si tratta del tema cruciale, notano i ricercatori dell’Istituto nazionale di statistica, “per la coesione e il benessere della collettività perché dalla natura del rapporto tra cittadini, gruppi e istituzioni politiche che caratterizza un sistema politico dipende, in ultima analisi, la qualità stessa della democrazia”. La domanda principale resta se dà questa malattia ormai conclamata, si può ancora guarire?!

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