Politica: Meloni governa con qualche fatica, ma conservando un ampio consenso. Il suo segreto è governare senza disturbare troppo gli italiani e soprattutto con una diplomazia lenta e una politica estera fatta di prudenza, pragmatismo e cautela, senza fughe in avanti che non potrebbe permettersi…

 

“Poche riforme incisive, molte promesse mancate e un Pnrr gestito male: nonostante risultati modesti, il consenso di Giorgia Meloni regge grazie soprattutto a un’opposizione debole e a una strategia comunicativa molto efficace”…

Giorgia Meloni governa l’Italia da oltre tre anni senza crisi parlamentari, con una maggioranza che nonostante una dialettica spesso veemente da parte di Salvini, resta comunque solida e con un consenso che non accenna a crollare. È già uno dei governi più longevi della storia repubblicana, e non solo per gli standard dell’ultimo ventennio. Ecco gli ultimi sondaggi di fine 2025: Supermedia liste (confronto con il 27 dicembre 2024): FdI 29,6 (+0,7); PD 21,9 (-1,4); M5S 12,7 (+1,2); Forza Italia 8,6 (-0,5); Lega 8,3 (-0,4); Verdi/Sinistra 6,4 (+0,3); Azione 3,3 (+0,8); Italia Viva 2,4 (+0,1); +Europa 1,6 (-0,4); Noi Moderati 1,1 (=)* non rilevato da Tecnè – Supermedia coalizioni: Centrodestra 47,5 (-0,6); Centrosinistra 29,9 (-1,6); M5S 12,7 (+1,2); Terzo Polo 5,6 (+0,8); Altri 4,1 (=). Ma cosa è rimasto davvero di questi tre anni di governo? Per ora una sola legge davvero importante: quella del ministro della Giustizia Carlo Nordio che ha abolito il reato di abuso d’ufficio e protetto gli indagati dalla pubblicazione selvaggia delle intercettazioni. Poi qualche norma draconiana o spot a misura di tg: il decreto rave, il nuovo codice della strada e i fallimentari centri migranti in Albania. Il resto dell’attività parlamentare fa volume, senza aver inciso davvero sulla vita degli italiani. Tantissime le promesse: il Ponte sullo Stretto, la riforma del premierato, la nuova legge elettorale. Se tra i risultati della legislatura state pensando alla legge quadro sull’autonomia differenziata vi fermiamo subito: senza i milioni di euro per garantire i livelli essenziali di prestazione, dalla Calabria alla Lombardia, quella norma è solo chiacchiere e distintivo, una cornice senza contenuto. Così come la riforma sulla separazione delle carriere di pm e magistrati ha il gigantesco asterisco del referendum. Certo, in politica tutto è provvisorio e il giornalismo è sempre costretto a scattare foto sfocate, ma finora il governo Meloni soffre la stessa sindrome dell’esecutivo più lungo di sempre, quello guidato da Berlusconi dal 2001 al 2006. Di quella eterna stagione ricordiamo solo tre cose: la patente a punti, il divieto di fumo nei luoghi pubblici e il rapporto complicatissimo tra politica e magistratura. Un déjà vu, vent’anni dopo. Finora l’unica promessa mantenuta dalla campagna elettorale è stata quella di aver spezzato le reni al perfido amichettismo di sinistra, piazzando con disinvoltura persone di fiducia nelle poltrone di Rai e istituzioni culturali. Non era così difficile, in fondo. Per la riduzione delle accise, il blocco navale e altri slogan impossibili da tradurre in legge, dovremo aspettare. Meloni ha avuto il pregio di capire subito che il governo ha le sue ragioni che l’opposizione non conosce e ha mantenuto l’Italia un alleato fedele degli Stati Uniti, a prescindere da chi fosse alla Casa Bianca. Non ha condotto una masochista guerra campale contro l’Unione europea, come invece molti si aspettavano. In questo caso più che scrivere una nuova Storia, Meloni ha sconfessato la sua. La stessa che per anni tuonava contro l’Europa dei burocrati oggi si è trasformata in interprete disciplinata delle sue regole, al punto da rivendicare una relazione speciale con Ursula von der Leyen, non ricordando alla sua base che la presidente della Commissione europea è stata confermata anche coi voti dei socialisti dell’Europarlamento. Le ultime tre leggi di bilancio sono il manifesto dell’impotenza fiscale del governo. La coperta è cortissima: con un debito al 135 per cento del Pil, i margini sono stati assorbiti da pensioni, sanità e rinnovi contrattuali. Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha attuato una spending review dal sapore (tre-montiano) con implacabili tagli lineari che non toccano l’architettura dei conti. Il risultato sono tre manovre quasi indistinguibili con due novità che entusiasmano i commercialisti ma non hanno effetti strutturali sulla crescita: il taglio del cuneo contributivo per lavoratori medio-bassi, trasformato da misura una tantum a stabilizzazione progressiva e la miniriforma Irpef a due aliquote per redditi bassi e medi. Gli interventi annunciati sulla natalità sono rimasti frammentati e insufficienti, con nessuna nuova politica familiare capace di invertire la curva demografica… Ma soprattutto Meloni è una campionessa nell’uso di una diplomazia lenta che le permette di esprimere il conservatorismo soprattutto con una politica estera fatta di prudenza, pragmatismo e cautela, senza fughe in avanti che non potrebbe permettersi. Un conservatorismo quello di Giorgia Meloni, ben lungi dal ridursi a una pura restaurazione identitaria, prende forma soprattutto in politica estera, dove si fa programma realista fondato su pragmatismo e consapevolezza dei limiti sistemici. Il realismo, la scuola dominante nella tradizione delle relazioni internazionali, invita a diffidare delle grandi utopie e degli automatismi ideologici: la politica mondiale è un sistema anarchico, popolato da attori che perseguono la sicurezza, la stabilità e la difesa del proprio spazio di manovra. È qui che la sensibilità conservatrice s’innesta, intuendo che l’arte di governo è spesso una gestione accorta delle costrizioni e dei vincoli, che la cautela vale più dell’audacia e che il compito primario dello Stato non è cambiare il mondo, ma impedire che i cambiamenti del mondo cambino in peggio le condizioni della nazione. Meloni ha portato questa grammatica tradizionale sul tavolo delle crisi, preferendo soluzioni mediane e attente agli equilibri contestuali, sempre legate sia alla stabilità interna sia alla proiezione esterna. Nessuna fuga in avanti e nessun ritiro autarchico, ma un’immersione nei meandri di un sistema internazionale fragile e pieno di insidie. La sfida più immediata per Meloni si è giocata sull’asse europeo. Giunta a Palazzo Chigi in un clima di diffidenza tra i partner continentali, la presidente del Consiglio ha superato l’ostilità iniziale con gesti concreti di lealtà all’architettura comunitaria. In questo processo, è stato decisivo il rapporto con Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea. Tale relazione si è ulteriormente consolidata dopo le elezioni europee del duemila ventiquattro, che hanno registrato uno spostamento a destra dell’opinione pubblica europea e messo il Partito Popolare Europeo nella condizione di dover trovare interlocutori tra i conservatori europei. L’intesa personale tra Meloni e von der Leyen ha contribuito a sdrammatizzare i timori sulle derive «sovraniste» dell’Italia, consentendo a Roma di tornare a dialogare su diversi tavoli: energia, competitività industriale, sicurezza. Il rapporto si è rafforzato attorno a una visione comune delle priorità, con Meloni pronta a sostenere la Commissione sulle politiche migratorie, di bilancio e di difesa, ma senza rinunciare a contrastare l’eredità del passato, soprattutto in materia di transizione ecologica. La presenza di Raffaele Fitto, unico rappresentante del gruppo dei Conservatori e Riformisti tra i membri di vertice della Commissione, è stato uno degli snodi simbolici di questa nuova stagione. Fitto non è soltanto la sponda italiana nei processi di decisione europea, ma il segnale tangibile che la destra conservatrice, da corpo estraneo, è diventata soggetto integrato e capace di incidere sull’agenda comunitaria. Attraverso Fitto, Meloni ha potuto orientare e monitorare i dossier strategici, collegando l’ordinaria gestione del potere istituzionale al rilancio di una nuova visione conservatrice europea, più moderata e lontana dagli eccessi di Viktor Orbán e Marine Le Pen. Uno degli strumenti privilegiati della nuova proiezione esterna italiana è stato il «Piano Mattei» per l’Africa. Nato come risposta strutturale alla questione migratoria e all’instabilità mediterranea, questo piano, pur rimasto sottotraccia nel dibattito pubblico, rappresenta una delle principali innovazioni introdotte dal realismo meloniano. Attraverso la creazione di partnership energetiche, programmi di investimento in infrastrutture, accordi di formazione e sviluppo, il governo Meloni ha cercato di rafforzare l’influenza italiana in Africa e, al tempo stesso, porre un freno ai flussi migratori irregolari attraverso la cooperazione con i Paesi di origine e di transito. Il Piano Mattei dovrebbe essere architrave di una politica mediterranea rinnovata: Roma ambisce a essere il ponte tra Europa e Sud globale, promuovendo la crescita nei Paesi africani su basi di reciprocità e responsabilità condivisa. La posta in palio è duplice. Da un lato, arginare l’instabilità che alimenta i traffici illeciti e l’emergenza migratoria; dall’altro, consolidare il ruolo dell’Italia e dell’Europa come attori di sviluppo autentico, in grado di competere con nuove potenze emergenti come Cina o Russia. Determinare il successo del Piano Mattei non è semplice oggi, ma appare comunque come un passo strategico incoraggiante che resta appeso a un interrogativo: quante risorse serviranno e quante il governo saprà ricavarne per raggiungere risultati solidi e duraturi? Tra gli elementi più difficili da decodificare, quando si guarda alla politica estera italiana, c’è il rapporto con la Casa Bianca. Meloni deve molta della sua credibilità internazionale all’aver costruito un buon rapporto con Joe Biden tra il duemila ventidue e il duemila ventiquattro. In quegli anni, la presidente del Consiglio e la sua coalizione hanno dimostrato di saper tenere la posizione di sostegno all’Ucraina e di ridurre la partnership strategica dell’Italia con la Cina, molto accentuata nei governi guidati da Giuseppe Conte. Sono queste le due linee rosse tracciate dal potere americano, su cui si discrimina tra alleati e no. Posizione che Meloni ha provato a coltivare con il ritorno di Donald Trump: con i Repubblicani, il partito di Meloni ha rapporti consolidati e di lungo periodo. Meloni non si è mai divincolata dall’alleanza politica con Trump e ha cercato di posizionarsi nel mezzo, tra i capi di governo europei più critici verso l’ex presidente, come Emmanuel Macron e Pedro Sánchez, e lo stesso leader populista. Tale posizione le è valsa, almeno a parole, la benevolenza di Trump, che però non ha risparmiato l’Italia dai dazi. Proprio sul protezionismo, forse, il governo italiano riteneva di poter ottenere di più, sia in termini di sconti da parte dell’amministrazione americana sui propri prodotti, sia sulle condizioni generali imposte all’Unione Europea. Da questo punto di vista, il ruolo di ponte che Meloni avrebbe potuto giocare è fallito. Meloni ha seguito la linea di Trump in altri campi. Lo ha fatto rispetto al Medio Oriente, dove la posizione del governo italiano è andata di pari passo con la Casa Bianca, soprattutto nel calibrare la relazione con Israele, senza accelerazioni nella condanna di Benjamin Netanyahu e senza riconoscere la Palestina, al contrario di altri Paesi europei. Lo ha fatto rispetto alla coalizione dei volenterosi in Ucraina, agevolando, con il suo rifiuto rispetto a un eventuale invio di truppe, la volontà di Trump di tenere gli europei ai margini delle trattative. Meloni ha poi assecondato la richiesta di Trump di spendere maggiormente sul piano militare, con l’Italia che nei duemilaventicinque raggiungerà per la prima volta dopo decenni il due per cento di spesa sul Pil in questo settore, dichiarandosi favorevole alla ricerca di nuove soluzioni europee per investire in difesa. In termini generali, Meloni continua a riconoscersi nell’idea di Occidente, resta molto legata sul piano politico e diplomatico alla Casa Bianca e non sembra voler riconoscere, in termini realistici, grandi spazi di autonomia a un’Europa senza il sostegno americano. La guerra in Ucraina rappresenta la prova più esplicita del realismo meloniano: l’Italia ha sostenuto convintamente Kiev sia in ambito europeo sia nella cornice Nato, assicurando aiuti politici, logistici e finanziai, senza mai oltrepassare la linea rossa dell’invio di truppe sul terreno – di qui la presa di distanza di Meloni dall’avanguardia della coalizione dei volenterosi costituita da Francia e Regno Unito. Nel Medio Oriente attraversato dalla nuova guerra a Gaza, il realismo conservatore del governo Meloni si è espresso ancora una volta in una politica senza strappi netti. Dopo la condanna netta delle azioni di Hamas, il governo italiano ha invitato Israele al rispetto della proporzionalità e del diritto internazionale, assumendo una posizione di sostegno costruttivo e non ideologico. Roma si è impegnata al tavolo europeo per promuovere una soluzione a due Stati, subordinata alla liberazione degli ostaggi e all’esclusione delle fazioni estremiste dal futuro assetto palestinese. Oggi, dopo l’invasione di Gaza da parte degli israeliani e tramontata l’ipotesi dei due Stati, il governo italiano resta a supporto della soluzione tracciata da Trump per il governo della Striscia, con la creazione di un comitato internazionale per stabilizzare il cessate il fuoco e dare avvio alla ricostruzione. L’esplosione della questione umanitaria dei palestinesi nell’opinione pubblica ha costretto Meloni, che fino all’estate dei duemilaventicinque aveva mantenuto una posizione defilata, ma di fatto di moderato sostegno al governo israeliano, a condannare più nettamente il comportamento di Israele pur senza sposare le posizioni di altri Paesi europei e delle opposizioni, favorevoli al riconoscimento della Palestina. a politica estera di Giorgia Meloni, figlia di un conservatorismo pragmatico e di un realismo maturato nel confronto con una realtà internazionale complessa e instabile, si muove all’interno della tradizione euroatlantica italiana. Torsioni sovraniste, euroscettiche o strappi interventisti sono stati evitati. Al tempo stesso, la crescita della destra sovranista in tutta Europa, con partiti oggi al governo o prossimi a entrarci in vari Stati europei, permette a Meloni di evitare l’isolamento diplomatico che tocca ai leader di centrosinistra. L’Italia si propone come attore capace di dialogare tanto a Bruxelles quanto a Washington, di proporre soluzioni originali nello spazio mediterraneo come su quello globale, pronta a tradurre il capitale politico accumulato in un ruolo sistemico che, nei prossimi anni, se Meloni resterà alla guida del Paese, cercherà di trascendere il suo mero peso economico. Rispetto a tutta ciò una opposizione frammentata e urlante su questo o quell’emendamento presentato, ritirato e ripresentato coretto in Manovra Finanziaria, non ha avuto alcuna reale efficacia e quindi incidenza di cambiare alcunché… e purtroppo non sembra crescere un altrettanto anelito unitario tra le forze del Campo Largo di centro sinistra in modo di costruire ere un’alternativa politica vera al governo della destra… e francamente ansando avanti così, anche la prossima volta nel 2027 ci sono tutti i presupposti per riperde…

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