
Nel disordine prodotto dalla politica della forza, la prima risposta non è rassegnarsi: è ricostruire cittadinanza, verità pubblica e responsabilità democratica
La sensazione, leggendo i quotidiani italiani e alcune testate europee e americane, è che il mondo sia entrato in una zona di turbolenza permanente. Non una crisi, ma una somma di crisi: guerre che non finiscono, economie affaticate, società impaurite, democrazie stanche, istituzioni internazionali sempre più deboli. E sopra questo paesaggio si staglia l’immagine di una politica che sembra aver smarrito la propria funzione essenziale: prevenire il disastro, governare il conflitto, impedire che la forza diventi l’unica grammatica della storia.
Gli esempi non mancano. In Ucraina, la Russia ha riportato la guerra nel cuore dell’Europa con l’idea che i confini possano essere cambiati con i carri armati. A Gaza e nel Medio Oriente, la spirale tra terrorismo, rappresaglia, occupazione, sicurezza e catastrofe umanitaria mostra quanto fragile sia il confine tra diritto alla difesa e disumanizzazione. Nel Mar Rosso, gli attacchi alla navigazione hanno ricordato che una crisi regionale può colpire rotte commerciali, prezzi e catene di approvvigionamento. Nel Sahel, colpi di Stato, jihadismo e competizione tra potenze svuotano Stati già fragili. Intorno a Taiwan, la pressione cinese mantiene aperto uno dei punti più pericolosi dello scontro tra grandi potenze. In Sudan, una guerra civile devastante produce fame e sfollamenti quasi nell’indifferenza generale.
È troppo semplice, e insieme troppo comodo, dire che tutto dipenda da tre uomini: Donald Trump, Vladimir Putin, Benjamin Netanyahu. Eppure, sarebbe altrettanto ingenuo negare che il loro modo di intendere il potere abbia inciso profondamente sul nostro tempo. Il ritorno della logica di potenza negli Stati Uniti, l’aggressione russa all’Ucraina, la devastazione mediorientale e la tragedia di Gaza hanno contribuito a rendere più fragile l’idea stessa di ordine internazionale, alimentando un clima in cui il diritto appare negoziabile, la verità manipolabile, la vita umana subordinata al calcolo strategico.
Ma il punto più inquietante non è che esistano leader capaci di spingere il mondo verso il precipizio. Il punto è che intorno a loro si sia allargato uno spazio di assuefazione. Ci si abitua alla guerra come a una condizione meteorologica. Ci si abitua al linguaggio brutale, alla menzogna ripetuta, alla crudeltà esibita come fermezza. Ci si abitua perfino all’idea che la democrazia sia un lusso lento e inefficiente, mentre l’uomo forte promette decisione, protezione, identità. È qui che comincia il gorgo: non quando i potenti gridano, ma quando le società smettono di reagire.
È noto l’aforisma attribuito al filosofo e politico Edmund Burke: «Perché il male trionfi è sufficiente che i buoni rinuncino all’azione».
La domanda allora non è soltanto che cosa debbano fare i governi. È che cosa dobbiamo fare noi per non finire inghiottiti. La prima risposta è rifiutare la semplificazione. Il mondo non si salva con i tifosi, con le curve, con l’obbligo di scegliere tra cinismi contrapposti. Si salva tornando a distinguere: tra aggressore e aggredito, tra sicurezza e vendetta, tra critica legittima e propaganda, tra pace e resa, tra difesa dei confini e disprezzo dei diritti. Senza queste distinzioni, la politica torna all’età della clava.
La seconda risposta è pretendere una nuova serietà dalla classe dirigente. Non servono illusionisti, né predicatori dell’apocalisse. Servono politici capaci di parlare della complessità senza nascondersi dietro parole vuote: Europa, sicurezza, Pace, sviluppo, transizione, lavoro, migrazioni. Termini ripetuti fino a perdere peso, se non vengono tradotti in scelte. L’Europa, in particolare, non può continuare a oscillare tra moralismo e impotenza. Se vuole contare, deve diventare soggetto politico vero: unita nella difesa, autonoma nella diplomazia, giusta nella propria politica sociale, credibile quando parla di diritti perché capace di rispettarli anche nei momenti difficili.
In Italia questa assenza di leadership appare ancora più evidente. Non perché manchino dichiarazioni, presenze televisive o polemiche quotidiane, ma perché manca una visione all’altezza della frattura storica. La politica sembra spesso prigioniera del breve periodo: il sondaggio della settimana, la promessa fiscale, il riflesso di schieramento. Sul mondo che cambia, sulle guerre che ridisegnano equilibri, sulla necessità di una politica industriale, energetica e sociale coerente con la nuova instabilità globale, prevalgono prudenza tattica e propaganda domestica. Si commenta il caos, raramente lo si interpreta; lo si usa, ancora più raramente lo si governa.
È una contraddizione amara: proprio nella patria storica della democrazia liberale, tra Europa e America, gli strumenti della rappresentanza sembrano consumati dall’interno. I partiti parlano sempre più ai propri fedeli e sempre meno al Paese intero; selezionano leader capaci di vincere una stagione mediatica, non necessariamente di reggere una stagione storica; trasformano il dissenso in tifoseria e il governo in gestione dell’emergenza permanente. Così la democrazia resta formalmente in piedi, ma perde sangue: meno iscritti, meno luoghi di discussione, meno cultura politica, meno fiducia. E quando i partiti si svuotano, il cittadino resta solo davanti al potere economico, alla paura e all’algoritmo.
La terza risposta riguarda l’informazione. In un’epoca in cui ogni conflitto è anche guerra narrativa, leggere i giornali non basta se la lettura diventa solo conferma delle proprie paure. Bisogna tornare a cercare fatti, contesti, responsabilità. Bisogna diffidare della notizia che consola troppo e dell’indignazione che non costa nulla. Una società che non sa più distinguere tra informarsi e consumare rabbia diventa materiale infiammabile nelle mani di chi governa con il risentimento.
C’è poi il fronte interno, quello meno spettacolare e forse più decisivo. Le guerre lontane entrano nelle case attraverso il costo dell’energia, l’inflazione, la paura del futuro, la competizione sulle risorse, le migrazioni, la retorica dell’assedio. Quando le società si sentono abbandonate, diventano più disponibili a credere a chi offre colpevoli facili: lo straniero, l’Europa, il vicino, il giornalista, il giudice, il dissidente. Il caos geopolitico produce così caos democratico, e il caos democratico rende più facile altra instabilità geopolitica. È un circuito vizioso che va spezzato prima che diventi cultura comune.
Infine, c’è una risposta morale, forse la più difficile: non cedere alla disperazione elegante di chi conclude che “sono tutti uguali” e dunque nulla vale la pena. È una resa travestita da lucidità. I democratici non hanno il diritto di essere ingenui, ma non hanno nemmeno quello di diventare cinici. La democrazia vive se qualcuno continua a difenderla quando è scomoda, lenta, contraddittoria. Vive nei parlamenti, certo, ma anche nelle scuole, nei comuni, nei luoghi di lavoro, nelle redazioni, nelle associazioni, nelle conversazioni quotidiane in cui si decide se l’altro è ancora un interlocutore o soltanto un nemico.
Il cittadino, allora, non può limitarsi a essere pubblico, utente o spettatore indignato. Deve tornare a essere parte: votare, informarsi con disciplina, pretendere competenza, sostenere scuole, associazioni, sindacati, giornali liberi, amministrazioni locali quando fanno bene il loro mestiere. Significa non premiare chi urla di più, non condividere la menzogna solo perché conferma la propria rabbia, non trasformare ogni discussione in una guerra di appartenenza. La cittadinanza non è un sentimento: è un lavoro.
Non usciremo dal gorgo cercando un nuovo capo assoluto, né aspettando che la storia rinsavisca da sola. Ne usciremo solo se ricostruiremo anticorpi prima che sia troppo tardi: istituzioni più forti, cittadini più esigenti, media più responsabili, Europa più politica, politica più adulta. Ne usciremo se torneremo a pensare la pace non come pausa tra due guerre, ma come architettura concreta di diritti, sicurezza, sviluppo e giustizia; se capiremo che la democrazia non è soltanto il diritto di votare, ma il dovere di non consegnare la propria libertà al primo venditore di paura. Il caos non è un destino naturale: ha autori, complici, beneficiari e spettatori. E proprio per questo può essere contrastato. Ma non domani, non quando il precipizio sarà alle spalle. Ora. Perché il gorgo non inghiotte i popoli in un solo istante: li abitua lentamente a non vedere più l’acqua che sale.
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