
Conte usa il tema woke per spostare il campo largo: primarie e leadership tornano una partita aperta
La notizia del record di durata di Elly Schlein alla guida del Pd non mi sembra una medaglia da appendere al petto… forse un campanello da ascoltare? Superare Pier Luigi Bersani per permanenza consecutiva al Nazareno significa entrare in una piccola pagina di storia interna del Partito democratico; ma il precedente dovrebbe indurre più inquietudine che trionfalismo. A Bersani quel record non portò bene: guidò il Pd, vinse senza vincere, e a Palazzo Chigi non arrivò mai. È la lezione più scomoda per Schlein: durare non equivale a conquistare il governo, né a essere automaticamente la candidata naturale alla premiership. È questo l’ossimoro politico della giornata: Schlein dura, dunque resiste; ma proprio mentre resiste, attorno a lei sembrano cominciare le operazioni di sfratto. Non uno sfratto dichiarato, non ancora almeno, ma un lavorio fatto di distinguo, riposizionamenti, cautele lessicali e improvvise revisioni delle regole del gioco. La sua leadership appare solida sul piano formale, molto meno blindata sul piano strategico. D’altronde già si sapeva. Il Pd può anche restare il perno dell’opposizione, ma non è affatto scontato che tutti, dentro e attorno al centrosinistra, considerino la segretaria la prima scelta per sfidare Giorgia Meloni nel 2027.
Va riconosciuto, però, che questo ciclo interno Schlein lo ha in larga misura vinto. Ha stabilizzato un partito reduce da sconfitte, fratture e leadership consumate in fretta; ha ridato al Pd un profilo identitario più netto sui diritti, sul lavoro, sulla sanità pubblica e sulla critica alle disuguaglianze; ha riportato una parte dell’elettorato progressista dentro un perimetro riconoscibile; ha evitato, almeno finora, che il Nazareno implodesse nella consueta guerra permanente tra correnti. Il suo successo principale è dunque interno: ha resistito, ha ricompattato, ha imposto una grammatica politica nuova e ha obbligato il partito ad accettare una guida non prodotta dai vecchi equilibri. Ma proprio qui sembra esaurirsi il ciclo del rafforzamento. Aver conquistato e tenuto il Pd non significa automaticamente aver conquistato la leadership del campo largo, né l’investitura per Palazzo Chigi.
Da qui la necessità di leggere con attenzione le mosse e le parole di Giuseppe Conte. Il leader del Movimento 5 Stelle continua a muoversi su un crinale ambiguo: alleato potenziale e insieme competitore interno al campo progressista, interlocutore necessario ma anche custode di un capitale politico personale che non intende consegnare automaticamente al Pd. Ogni sua apertura sulle alleanze convive con una rivendicazione di autonomia; ogni richiamo all’unità contiene, implicitamente, la domanda su chi debba guidarla.
Il passaggio sul woke non è un dettaglio culturale, ma una mossa politica. Conte, prendendo le distanze dalle degenerazioni del politicamente corretto e dall’idea di una sinistra percepita come minoritaria, linguistica e identitaria, prova a spostare il baricentro del campo largo su salari, disuguaglianze, lavoro e redistribuzione. In apparenza parla di agenda progressista; in realtà ridisegna il terreno della leadership. Se la Schlein è stata spesso identificata, anche dai suoi avversari, con una sinistra dei diritti e delle nuove sensibilità civili, Conte prova a presentarsi come il leader capace di parlare ai ceti popolari, agli esclusi, agli elettori che chiedono protezione materiale prima ancora che riconoscimento simbolico. È qui che la sua critica al woke diventa una sfida diretta alla segretaria: non le contesta solo una linea culturale, ma la capacità di essere maggioritaria.
Da fuori, dunque, Conte ridiscute il perimetro politico dell’alleanza; da dentro, Franceschini rimette mano al meccanismo della legittimazione. Due movimenti diversi, ma convergenti: entrambi dicono che la partita sulla leadership del centrosinistra non può essere considerata chiusa solo perché il Pd ha una segretaria stabilizzata.
In questo quadro le parole di Dario Franceschini pesano più di quanto sembri. Perché quando uno dei custodi più esperti degli equilibri democratici prima esalta le primarie come strumento necessario per sciogliere il nodo della leadership e poi ne ridimensiona la portata, non siamo davanti a una semplice sfumatura procedurale. Siamo davanti a un segnale politico. Le primarie diventano sacre quando servono a legittimare un percorso, e improvvisamente trattabili quando rischiano di incoronare il nome sbagliato o di consegnare la partita a un equilibrio non controllabile.
Qui si apre la contraddizione più evidente. Un partito che ha fatto delle primarie il proprio rito fondativo sembra pronto a discuterle proprio quando dovrebbero servire davvero: non per celebrare una leadership già decisa, ma per stabilire chi possa guidare l’alternativa a Meloni. È il vecchio riflesso condizionato del Pd: invocare il popolo quando il popolo conferma la linea del gruppo dirigente, temerlo quando potrebbe scompaginare i piani. E quando si comincia a litigare sulle regole prima ancora dei candidati, significa che la resa dei conti è già iniziata.
Per questo il record di Schlein non chiude la fase, semmai la illumina. Mostra una segretaria capace di restare al comando in un partito storicamente instabile, ma rivela anche il limite di una stabilità che non basta da sola a trasformarsi in investitura nazionale. Bersani insegna che si può essere il leader più longevo del Pd e restare comunque fuori dalla porta di Palazzo Chigi. Il Pd può celebrare la durata della sua leader, ma non può evitare la domanda di fondo: chi incarna davvero, agli occhi degli elettori del centrosinistra, l’alternativa più credibile a Meloni?
La risposta non è ancora scritta, ma il copione sembra già familiare. Se Conte alzerà il prezzo dell’alleanza, rivendicherà pari dignità nella scelta della guida del campo largo o lascerà intendere che la candidatura a Palazzo Chigi non può essere una semplice estensione della segreteria democratica, allora il nodo Schlein diventerà esplicito. A quel punto il Pd dovrà scegliere: trasformare la discussione in una nuova guerra di correnti oppure aprire un confronto vero.
Un dialogo utile tra correnti dovrebbe partire da qui: sinistra interna, riformisti, amministratori locali, area cattolica ed ecologista seduti allo stesso tavolo non per contarsi, ma per rispondere a tre domande semplici: quale programma, quale alleanza, quale candidato può davvero parlare al Paese? Agli iscritti del Pd e agli elettori del centrosinistra va detto senza ambiguità: non basta chiedere fedeltà a una leader, bisogna costruire una possibilità reale di governo. Schlein ha vinto la battaglia interna, ma ora il Pd deve decidere se quella vittoria basta anche per Palazzo Chigi. Perché la durata può fare curriculum; solo la credibilità può fare alternativa.
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