Coronavirus: i problemi dell’Italia oggi si chiamano Matteo… Salvini e Renzi…

Ecco le grandi manovre al tempo del Covid-19, sono intrecciate in modo stretto per tenere insieme tutti coloro che vorrebbero fare a meno di Giuseppe Conte a Palazzo Chigi. Perfino adesso, dietro l’emergenza e ancora in piena epidemia. E i protagonisti sono trasversali ma in fondo alquanto prevedibili… la fase 2 agita quindi il Governo. E già s’avanzano quattro ipotesi per il futuro dell’Esecutivo e in tre di queste non c’è più Giuseppe Conte… Si basano su una convinzione: il premier è debole e destinato a un calo di popolarità nel post lockdown, con un futuro di stretto respiro politico. Così, non passa giorno senza che Matteo Renzi chiami Gianni Letta, raccontano ormai apertamente in tanti dentro Forza Italia. L’ex presidente del Consiglio è il più mobile e irrequieto, in uno scenario nel quale non si rassegna a non essere protagonista. “Prima facciamo uscire di casa gli italiani, poi vediamo se uscire dalla maggioranza noi”, ha dichiarato nell’intervista a Repubblica di qualche giorno fa. Come dire, mezzo avviso di sfratto e tra qualche settimana se ne riparla. Ma insoddisfatto dell’accoglienza ricevuta dal suo ‘avvertimento’, Renzi lo scorso giovedì ha calato un ennesimo ultimatum, intervenendo al Senato: “Non abbiamo negato i pieni poteri a Salvini per darli a lei”. Ma l’ex premier non è il solo a muoversi. Si agita, e anche tanto, l’altro Matteo. Quel Salvini che nello spazio di un AC-DC – ovvero tra l’ante e il post coronavirus – ha perso sul campo 5, secondo qualche sondaggista addirittura 9, punti percentuali. Conte al comando e lui tagliato fuori da tutto. Il capo della Lega, senza le sue piazze, senza i selfie e coi social meno compiacenti, sta vivendo una marginalità per lui insostenibile… Ma veniamo al merito delle questioni. Da mesi, ovvero molto prima del Coronavirus, in Italia discutevamo della crisi economica come se si trattasse di una vincita al totocalcio, con maggioranza e opposizione che si sfidavano in una gara al rialzo sulla responsabilità della stessa, salvo poi scaricare qualunque intoppo sull’egoismo e la miopia dell’Europa. Adesso che la crisi si è fatta ancor più grave mettendo insieme emergenza pandemica con emergenza economica, il dibattito sull’Europa assume connotati ancor più kafkiani come se un tesoro senza fondo per qualche misteriosa ragione fosse finito nelle mani di questi famigerati tedeschi e olandesi, che non vogliono restituircelo. E poi ci meravigliamo se nei sondaggi gli italiani si dichiarano sempre meno europeisti. Avere inseguito Salvini sul suo terreno, com’era prevedibile, rende ora tanto più complicato distaccarsene, spiegando come e perché quel che fino a ieri era indigeribile sia diventato di colpo una prelibatezza. Eppure di spiegarlo c’è bisogno, disperatamente, se non vogliamo scivolare di nuovo lungo la china che porta alla fantafinanza leghista dei minibot, dei prestiti alla patria e dell’uscita dall’euro. Perché l’appartenenza all’Unione europea e all’area euro è praticamente tutto ciò che ancora ci tiene al riparo – ma chissà per quanto tempo, di questo passo – da una crisi di tipo sudamericano. Ora che l’ultima euro-giravolta è stata compiuta, e al ministero dell’Economia si comincia a parlare di rapporto deficit/pil al 10 per cento, debito al 155 e pil a meno otto, c’è da augurarsi che anche il dibattito pubblico torni a rispettare il principio di realtà. Atteso pazientemente che Conte finisse di recitare la sua filastrocca sul Mes che non è il Mes e il Recovery Fund che è tutto merito suo. Racconto che permettesse così ai 5 stelle di restare convinti del loro ruolo centrale rispetto all’attuale  Governo. Adesso è venuto il momento di “mandare a letto i bambini” e cominciare a fare sul serio, prima che sia troppo tardi. E’ il caso di dirlo: La festa euro-populista è durata anche troppo, ora anche basta! È il momento di dirci la verità. Or bene: il presidente del Consiglio mostra sempre più qualche limite… Di Maio ormai lo conosciamo, meno male che nei momenti cruciali tutto sommato gli adulti del Pd (Gualtieri in testa) riescono a contenerli, ma ancora per quanto? È ancora il leader leghista, a sprecare ogni opportunità di dimostrarsi uno statista e a impegnarsi costantemente a spingerci verso il baratro. C’è un che di eversivo nella indisciplina delle Regioni. Con Salvini che spinge e soffia sul fuoco, perché vuole cacciare Conte in piena epidemia di coronavirus. Il danno per il Paese è già enorme. E si vede serpeggiare qua e là qualche segno di ribellione. Non è vero che in questi due mesi gli italiani si siano pacati. Si sono invece incazzati di più. E ..hanno anche qualche ragione. Non si può più far finta di nulla, e vedere la Lega di Salvini comportarsi a questo modo. Senza giri di parole, la Lega va indicata come una vera disgrazia  per l’Italia. Aiutata non poco, da quell’ascaro di Matteo Renzi che par altresì comportarsi sempre più da ‘bischero’. Già, Giuseppe Conte è quello che è, in ogni caso si vede l’affanno,  la sua traiettoria politica appare segnata. Probabilmente verso la fine di questa legislatura, se non addirittura prima Conte dovrà comunque passare la campanella a qualcuno di maggior calibro politico ed economico, che ci porti elettoralmente nel post pandemia… A Palazzo Chigi potrebbero finire Mario Draghi, o un leader del Partito democratico  – Dario Franceschini è il nome più forte – o una figura di mediazione. Ma davvero la testa di Giuseppe Conte rischia di rotolare? Questa volta l’impressione è che Matteo Renzi, l’uomo che ha fatto nascere il governo Conte per sbarrare il passo ai “pieni poteri” dell’uomo del Papeete, ha deciso di farlo cadere. Di provarci, almeno. I giochi sono in pieno svolgimento. L’epilogo è tuttavia legato a molte incognite, prima fra tutte l’andamento dei contagi, prima che la curva cali non succederà niente. Ma a giugno, o comunque appena la fase dell’emergenza sarà stata superata, la questione di un nuovo governo verrà posta. Certo bisognerà aver in testa una exit strategy, e non siamo ancora a questo punto. Gli scenari infatti sarebbero molteplici. L’iniziativa messa in moto da Renzi con le parole sul presidente del Consiglio che calpesta la Costituzione, è un vero atto di guerra, non può essere condotta contro il Partito democratico ma eventualmente insieme a esso… Una manovra avvolgente, in qualche modo concordata, per chiedere la testa di Conte e una nuova discussione sulla ricostruzione del Paese sulle macerie del virus. Magari portando a Palazzo Chigi proprio un uomo del Pd, «Un premier dem con la stessa maggioranza di adesso non ci vedrebbe contrari», dicono i renziani. Secondo scenario, un allargamento della maggioranza a Forza Italia (c’è un gran lavorio di Gianni Letta in questo senso) ma sempre con un premier diverso da Conte e chiaramente con un nuovo programma. Ma questa strada non sembra proprio essere nei desideri del Pd. Terzo scenario, l’ipotesi di cui si parla da settimane, un governo Draghi di unità nazionale sostenuto da tutti i partiti, tranne da una frangia del M5S, i parlamentari vicini a Di Battista. Un governo con molti ministri tecnici. Uno scenario al momento tutto da scrivere e senza precedenti – l’esperienza di Monti non è paragonabile – uno scenario molto diverso e anche e soprattutto una destra molto meno aggressiva di quella attuale a trazione Salvini – Meloni. Infine, un Conte ter con l’uscita di Italia viva e contestuale ingresso di Forza Italia (più altri parlamentari “indipendenti” o “responsabili” che dir si voglia) nella maggioranza. Ma questa viene considerata dai renziani un’ipotesi debole e molto improbabile (“Vogliamo vedere i Cinquestelle governare con Berlusconi e senza di noi”). Luigi Di Maio è un ritratto bianco su sfondo bianco da prendere purtroppo sul serio non solo perché nomina nella holding degli armamenti italiani il suo compagno di banco all’Ena di Pomigliano d’Arco, ma perché i colleghi di partito sono se possibile più imbarazzanti di lui, non solo Crimi e il Dibba, ma anche il nuovo astro nascente, Ignazio Ingrao da Alcamo, che l’altro giorno, ha svelato ai lettori di Repubblica il grande complotto ordito dal Mes secondo cui, attenzione perché lo scoop è di quelli notevoli, «i soldi prima o poi li devi restituire». I grillini sappiamo chi sono, insomma: si sono dimostrati dannosi per la società, per l’economia, per il paese, culturalmente innanzitutto, ancor più che per il decreto dignità, il reddito di cittadinanza e le mille altre idiozie che si sono intestati. Sono un freno, un ostacolo, un impedimento, talmente inadeguati ai compiti che sono chiamati a svolgere da essere tutto sommato fino ad oggi stati contenuti, come è stato dimostrato mandandoli in difficoltà sul Mes e su tutto il resto. Ma fino a quando sarà possibile farlo? Il vero problema politico dell’Italia diciamocelo con franchezza restano i due Matteo. In molti ci sono cascati, in questi anni, spiegando in vari momenti che Salvini fascisteggiava solo per calcolo politico, ma che una volta arrivato a Palazzo Chigi avrebbe invece indossato la grisaglia e poi governato da tradizionale esponente del centrodestra. Il leader leghista ha avuto decine di occasioni per realizzare la fantasia dei cosiddetti “liberali per Salvini” e mostrarsi un conservatore serio, ma tutte le volte non solo ha dimostrato che si trattava di una bufala ma si è anche ulteriormente coperto di ridicolo, non prendendo le distanze da Claudio Borghi e da Alberto Bagnai, per non parlare di quegli amministratori locali apertamente fascisti. La pandemia di coronavirus è stata la sua ultima grande occasione, una specie di rigore a porta vuota grazie al quale con un solo tiro avrebbe potuto liberarsi di Conte, imbarazzare il Partito democratico, tornare a contare qualcosa oltre TikTok, acquisire credibilità e passare alla storia per il salvatore del paese. Abbandonando l’antieuropeismo da operetta e distaccandosi da Mosca e dall’estrema destra europea sarebbe potuto diventare l’azionista di maggioranza di un nuovo governo di unità nazionale, guidato a quel punto da una figura autorevole come Mario Draghi, e ottenere il massimo dall’Europa per far ripartire il paese. Con un’operazione di questo tipo che si sarebbe potuto facilmente intestare, non solo avrebbe salvato l’Italia, invece di continuare a spingerla verso il baratro, ma sarebbe diventato improvvisamente un leader politico plausibile in vista delle prossime elezioni, cui sarebbe arrivato con buona parte dei problemi economici affrontati e risolti e magari facendo anche dimenticare le imbarazzanti performance lombarde del suo uomo a capo della Regione Lombardia Attilio Fontana. Invece, il modello di Salvini è quello autarchico, autoritario e illiberale, simile a Vladimir Putin e Viktor Orbàn, lontano anni luce dallo spirito collaborativo e nazionale del leader del centrodestra portoghese, Rui Rio, il quale qualche giorno fa di fronte ai problemi creati dal virus ha detto in Parlamento che: «la minaccia che dobbiamo combattere esige unità, solidarietà, senso di responsabilità, per me, in questo momento, il governo non è l’espressione di un partito avversario, ma la guida dell’intera nazione che tutti abbiamo il dovere di aiutare. Non parliamo più di opposizione, ma di collaborazione. Signor primo ministro Antonio Costa conti sul nostro aiuto. Le auguriamo coraggio, nervi d’acciaio e buona fortuna perché la sua fortuna è la nostra fortuna». Invece del modello Rui Rio, in verità un’eccezione nella destra internazionale, la linea della destra italiana da Matteo Salvini a Giorgia Meloni, con l’eccezione di Silvio Berlusconi, è quella suicida di Borghi e di Bagnai. Con la furbastra Meloni in crescita nel centrodestra e sempre più spina nel fianco di Salvini. Fratelli d’Italia con le sue truppe non più tardi di fine settimana scorsa in Parlamento hanno dato una notevole prova di irresponsabilità con un ostruzionismo in tempo di pandemia che ha costretto i parlamentari di maggioranza a essere presenti in aula con tanti saluti alle precauzioni sul distanziamento sociale. A questo punto si può serenamente dire che Salvini crede davvero nelle barzellette di Borghi e Bagnai secondo cui l’Italia starebbe meglio se battesse moneta come noccioline e nonostante i precedenti del Venezuela e dell’Argentina. E il leghista sempre più furioso ora vuole occupare l’aula del Senato ad oltranza. Gli fa eco Renzi che sull’Europa è allineato a Conte ma che non sa rinunciare a strapazzarlo a ogni occasione: “L’ultimo decreto è uno scandalo costituzionale”. A questo punto vale chiedersi, se il rottamatore prepara un nuovo governo? ”Portiamo il Dpcm in Parlamento: trasformiamo il testo in un decreto legge e portiamolo in Parlamento per discuterlo democraticamente”. Nella ricordata intervista a Repubblica, l’ex premier già attacca la presunta “dittatura del Masaniello Conte”. Chiedendo un passaggio parlamentare. Esattamente come fa il centrodestra. Ma come detto senza Forza Italia… I due Mattei si lamentano che la ripartenza è troppo lenta” e assieme chiedono da molti giorni di riaprire tutte le attività economiche. Per evitare dicono il crollo dell’economia, ferma da ben due mesi …troppo tempo. E la pandemia? E’ sotto controllo. Non dicono questo però i virologi. La loro comune replica: “Non si rendono conto che in autunno ci sarà una carneficina di posti di lavoro. Ma in ogni caso il testo del Dpcm è un errore politico, economico e costituzionale. Politico perché delega al comitato tecnico scientifico una scelta che è tutta politica: contemperare i rischi. Lo scienziato ti dice che c’è il Coronavirus, il politico decide come affrontarlo”. Poi critica il no a riaperture differenziate sul territorio. “E se in Umbria o Alto Adige non ci sono contagi, queste regioni non possono avere le stesse restrizioni della provincia di Piacenza”. La mancata regionalizzazione delle misure, secondo il leader di Italia Viva Renzi e della Lega Salvini nonché dell’outsider Meloni con i suoi Fratelli d’Italia: “è una scelta sbagliata”. Poi Renzi tenta di mascherarsi e prova a metterla in politica. “E’ tutto controproducente. Perché serve a Salvini, per recuperare una centralità politica mentre invece era in un angolo”. Ma che strano. Allora perché gli dai questo ennesimo ‘assist’ tirandolo fuori dall’angolo dove era finito? E continua: “Un presidente del Consiglio non deve guardare gli indici di gradimento. Ma il numero dei posti di lavoro, l’andamento del Pil, le previsioni internazionali”. Renzi in ogni situazione (Covid-19 compreso) non sa prescindere da se stesso e dal modello ideale di Premier che secondo lui ha saputo mirabilmente impersonare quando era a Palazzo Chigi e che buttò via con il referendum costituzionale del 2016… Per lui esiste sicuramente un problema, di origine psicologica che lo ha colpito profondamente ferendo gravemente il suo ego smisurato. Ma che dovrebbero fare gli elettori… poveri, votarlo per forza? Anche se è sempre più un un ‘cazzaro’ tremendo. Ora la tempistica dell’affondo renziano non è sicuramente casuale. Dopo le barricate sulla prescrizione… La rottura urlata, tirando il ballo la Costituzione, rischia di essere totale. Proprio mentre Conte è in evidente difficoltà sulla ripartenza e le linee della Fase 2. Messo sotto attacco dai Vescovi per la cautela mostrata su quando far ripartire le messe… al pari di quei commercianti e bottegai che reclamano soldi a fondo perduto per portare avanti attività già prima del virus sull’orlo del fallimento… al pari delle grandi lobby del lavoro autonomo di commercianti e artigiani… che Dio ci scampi – da una simile visione. Riassumendo: ai problemi da Coronavirus, il governo italiano, somma le frustrazioni di Matteo Salvini e Matteo Renzi… convinti di rappresentare l’humus economico sociale del Paese e angosciati da un protagonismo di Conte che sottrae loro leadership politica…

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