2) Crisi della democrazia…

… … E’ un tema che negli ultimi tempi è sempre più frequente nelle discussioni sullo stato del mondo e dei suoi paesi, ma anche sempre più banalizzato… una specie di modo di dire che spiega ogni cosa senza spiegare niente. La democrazia resta invece… una realtà o quantomeno un ideale normativo e politico positivo! Quali pericoli essa corre, oggi, nel mondo e in Italia? La democrazia, è una cosa seria e va presa sul serio: si caratterizza come possibilità degli individui e delle comunità di determinare la propria esistenza, partecipando in modo egualitario all’elaborazione, ma anche all’attuazione, delle scelte di comune interesse. L’Economist di qualche settimana fa invece, le dedicava la copertina e un lungo articolo che cerca di ricostruire e mettere in ordine di cosa si tratti davvero: “What’s gone wrong with democracy?” (Che cosa è andato storto con la democrazia) quale sia la sua sostanza reale e quali le soluzioni auspicabili…economist Or bene domandiamoci una volta per tutte …cos’è una democrazia?  Benché ci capiti di abusare del termine “democratico”, riferendolo ai processi e ai tratti più vari delle nostre società, una democrazia è tecnicamente un sistema di governo in cui a tutti i cittadini è concesso di votare per determinare le decisioni della comunità.  Ma poiché questo da solo non garantisce un sistema efficace e corretto di funzionamento delle democrazie, associamo loro come imprescindibili anche una serie di ulteriori garanzie e libertà: controlli e limiti sui poteri di chi governa, libertà di parola e associazione, tutela delle minoranze e delle loro scelte. Se fino a oggi la democrazia è stata un’aspirazione di milioni di persone e molti popoli che non ne godono, è perché i dati e la storia dicono che le democrazie sono in media più ricche, sono meno impegnate in guerre e sono più in grado di combattere la corruzione e offrono ai loro cittadini: libertà e opportunità per se stessi e per i propri figli. A dar conto di ciò …le vittorie del Novecento! La seconda metà del secolo scorso ha celebrato una impressionante serie di successi da parte della democrazia: tra le tantissime cose, ha sconfitto il peggior regime dittatoriale di sempre, la Germania nazista; si è insediata in India, lo stato più popoloso del mondo; ha battuto ed eliminato il sistema discriminatorio più simbolico l’apartheid sudafricano. Con la fine del colonialismo, la democrazia ha raggiunto molti paesi in Africa e Asia; ha rimpiazzato dittature in Italia, Spagna, Grecia e diversi paesi sudamericani, creando in Europa occidentale una pace stabile e duratura come non si era mai vista. E infine, con la caduta dell’Unione Sovietica, ha sostituito i regimi comunisti in quasi tutta l’Europa dell’Est. liberta-di-stampaNel 2000 il think tank Freedom House classificò come democrazie 120 paesi, il 63% del totale mondiale. In questi ultimi 20 anni qualcosa è tuttavia cambiato… assistiamo di fatto ad “uno schema preoccupante che va ripetendosi capitale dopo capitale” scrive l’Economist: “La gente si riunisce a protestare nelle piazze. I regimi dittatoriali o comunque non pienamente democratici reagiscono con violenza, l’opinione pubblica mondiale esprime sostegno alla fermezza popolare e alle proteste, il mondo applaude il crollo del regime e offre aiuto per costruire una democrazia. Ma questa è un’impresa più ardua che quella di cacciare un dittatore. Il nuovo governo barcolla, l’economia traballa e il paese si trova rapidamente in condizioni uguali o peggiori a quelle precedenti”.primavera_araba È quello che è successo in molti paesi della “primavera araba” e anche in Ucraina dopo la “rivoluzione arancione” del 2004: cacciò Viktor Yanukovych, non fu in grado di governare il paese, e ottenne il ritorno di Yanukovych nel 2010, dopo elezioni e pressioni russe. Chi si batte contro le dittature e vuole creare nuove democrazie ha dimostrato in questi anni di non essere in grado di costruire delle alternative funzionanti. Non è una novità, che la democrazia fatichi, spiega l’Economist. Il sistema la cui nascita leghiamo all’antica Grecia dovette aspettare duemila anni per ritrovare concretezza, da allora all’Illuminismo. Nel Diciassettesimo secolo il suo unico modello funzionante fu quello degli Stati Uniti. Nel Diciannovesimo le monarchie seppero reprimere e contenere largamente le proposte democratiche. Ancora nella prima metà del Novecento le nuove democrazie in Spagna, Italia e Germania furono rimpiazzate da regimi autoritari. Nel 1941 le democrazie nel mondo erano appena undici. E nel Ventunesimo secolo, dopo i successi del mezzo secolo precedente, crescita e successi della democrazia sono di nuovo in crisi. Freedom House dice che nel 2013 le “libertà globali” sono diminuite per l’ottavo anno consecutivo. Non sono solo nate meno democrazie, ma alcune di quelle esistenti hanno diminuito le loro libertà e le loro garanzie e diritti, pur mantenendo un’ ”apparenza democratica”. E infine, c’è un grosso problema non solo con le nuove e giovani democrazie: una nuova e imprevista difficoltà riguarda il funzionamento e i risultati della democrazia nei paesi in cui è più solida e longeva, nell’Occidente dove la democrazia viene oggi spesso associata a fallimenti economici, malfunzionamenti e inefficienze interni, e prepotenze e fallimenti all’estero. Due cause del problema: la crisi finanziaria ed economica e la Cina. Se “la democrazia ha perso la sua forza progressiva” le ragioni sono due, secondo la ricostruzione dell’Economist: “la crisi finanziaria del 2007-2008 e la crescita della Cina”. Il danno provocato dalla crisi è stato sia psicologico che finanziario. Ha rivelato sostanziose debolezze dei sistemi politici dell’Occidente, minando uno dei loro grandi asset, la sicurezza di sé. crisis-economica1 Agli occhi dei propri cittadini e di quelli del resto del mondo, le democrazie occidentali si sono rivelate fragili – illuse di poter accumulare debiti e ignorare i cicli economici – e poi indegne di fiducia quando hanno appoggiato e aiutato i responsabili dei fallimenti finanziari.  Contemporaneamente, “il Partito Comunista cinese ha rotto il monopolio del mondo democratico sulla crescita economica”, superando i tassi di sviluppo degli Stati Uniti nei tempi migliori. E sostenendo così che il modello cinese – rigido controllo da parte del Partito associato a un impegno incessante nell’arruolare dirigenti di talento – sia più efficiente della democrazia e meno soggetto ai rischi di impotenza. Se è vero che tutto questo è pagato con le limitazioni della libertà personale, il controllo sul diritto di opinione, la censura, la repressione del dissenso, è anche vero che questo paradossalmente vincola il potere a una maggiore attenzione verso opinione e dissenso, e che la leadership cinese è riuscita in pochi anni a superare problemi che le democrazie non riescono ad affrontare in decenni: per esempio nell’estendere il suo sistema pensionistico a 240 milioni di cittadini in più, abitanti delle zone rurali del paese. democrazia_cina-1E questo genera una crescita di consenso molto estesa, come mostrano dati e ricerche e i pareri di diversi esperti accademici locali: due di loro, riferisce l’articolo dell’Economist, dicono per esempio che “la democrazia sta distruggendo l’Occidente, perché istituzionalizza l’impasse decisionale, impoverisce i processi di decisione e promuove leader mediocri” (come George W. Bush e oggi, Trump) così, alla fine la democrazia complica cose semplici e permette ai politici di ingannare la gente. Per questo, molti paesi emergenti – come il Ruanda, gli Emirati Arabi Uniti, il Vietnam – sono più tentati da rapporti con il modello cinese che con quello dei paesi democratici, che chiedono loro garanzie sui diritti e la crescita democratica e offrono prospettive di minor successo. Sono i tre fallimenti della democrazia nel Duemila. Nel nuovo millennio tre grandi insuccessi mostrano i limiti del progetto di democratizzazione del mondo: putin_zar_5001. La Russia, che dalla caduta del comunismo è uscita con un percorso che ha portato al regime di Putin, “zar postmoderno che ha distrutto la sostanza della democrazia mantenendone l’apparenza: tutti possono votare, basta che vinca lui”. Questo modello è stato imitato in Venezuela, Ucraina, Argentina e altrove: la “conservazione di un simulacro di democrazia piuttosto che la sua eliminazione completa, che finisce per screditarla ancora di più”.
busch-blair2. La guerra in Iraq, legittimata in buona o cattiva fede col progetto di promozione della democrazia d’alto e imposta con “la guerra preventiva”, ha avuto il risultato di sconvolgere e convincere il mondo: che la democrazia sia solo

l’alibi per le ambizioni imperialiste statunitensi e/o che la costruzione della democrazia alla fine generi solo maggiori instabilità o  addirittura, che la democrazia non possa funzionare in determinati contesti. primavera-araba3. L’Egitto, con i catastrofici sviluppi e le tremende delusioni seguiti alla deposizione di Mubarak e giunti a un nuovo regime autoritario e a una repressione violentissima. Insieme alla guerra in Siria e all’anarchia libica, l’Egitto ha demolito le speranze sulla nascita della democrazia nei paesi nordafricani e mediorientali. In aggiunta: il modello sudafricano si è trasformato nel potere di un solo partito autoconservativo per vent’anni, lontano dal risolvere molti problemi del paese; il modello turco di islamismo democratico è alle prese con grossi problemi di corruzione e autoritarismo; e in Bangladesh, Thailandia e Cambogia le opposizioni hanno contestato le elezioni “democratiche”. Tutto questo ha dimostrato che costruire le istituzioni necessarie a sostenere la democrazia è un lavoro molto lento, e ha demolito l’idea un tempo popolare che la democrazia fiorisca rapidamente e spontaneamente quando i suoi semi siano gettati. Bisogna coltivare le virtù democratiche virtuavendo cura delle radici. Infatti, per quanto essa possa essere una “aspirazione universale”, come insistevano Bush e Blair, è una pratica che deve avere radici culturali profonde. Ma oggi bisogna constatare un altro problema  …che anche dove queste radici esistono, le cose non vanno bene per niente…

(continua)

 

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