
Il debito pubblico è alla base di tutto: crisi demografica, calo della produttività, emigrazione dei giovani. Se ne parla da molti anni senza riuscire a superare il sottosviluppo intellettuale che conduce i politici a ricorrere al debito per consolidare il consenso tra gli italiani che, a loro volta, fanno finta di non sapere che il bonus, la regalia, l’accaparramento di una erogazione di denaro pubblico sono altrettante speranze di vita tolte alle generazioni successive. Eh già perché il debito pubblico è prima di tutto una ingiustizia generazionale. Chi è in pensione oggi pretende da chi lavora le risorse per poter vivere bene.
Ma se le generazioni precedenti hanno lasciato un indebitamento che supera la crescita del Pil chi verrà dopo non avrà lo stesso trattamento e l’economia nazionale sarà indebolita per carenza di investimenti. Ora, secondo gli ultimi dati dell’Eurostat, nel corso del 2023 il settore privato non finanziario italiano è quello che, nel confronto europeo, ha investito di più nel debito pubblico del proprio Paese. Infatti, famiglie e imprese non finanziarie hanno accresciuto di 119 miliardi di euro rispetto al 2022 l’ammontare di debito pubblico italiano da esse detenuto, portandolo a complessivi 383 miliardi, pari al 13,4% del debito totale (era il 9,6% nel 2022). L’intero debito pubblico italiano ammontava, secondo i dati del 2022, a 2.757miliardi di euro. Per ben 1.755,9 miliardi, ovvero il 63,7%, è costituito da titoli posseduti da quelle che sono definite “aziende finanziarie”, in gran parte banche, assicurazioni e dalla Banca Centrale del nostro Paese. Siamo tra gli Stati membri della Ue in cui questa percentuale è più alta: solo le banche di Danimarca, Svezia e Croazia possiedono più debito pubblico del proprio Paese e cioè, rispettivamente, il 74,6%, del 74,5% e del 66,7%.
Si tratta però di economie molto più piccole e questo significa che in valore assoluto a essere più esposto al debito pubblico del proprio Paese è proprio il settore finanziario italiano, in cui ha un ruolo importantissimo la Banca d’Italia, che detiene 721,1 miliardi, il 26,1% del totale. Via XX Settembre ha acquistato i nostri titoli per conto della Bce, nel quadro del Quantitative Easing messo in atto da Francoforte dal 2015 in poi. Un altro dato molto interessante è anche quello che riguarda le famiglie: nelle mani di quelle italiane vi sono 212,7 miliardi di titoli di Stato, che corrispondono al 7,7% del nostro debito. Da questo punto di vista l’Italia è al quinto posto dopo Ungheria, Malta, Portogallo, Irlanda. Non sono presenti dati sulla Germania, ma il confronto con Francia e Spagna è eloquente. In questi due Paesi i privati residenti hanno investito nel debito del proprio Paese solo 1,4 e 3,3 miliardi rispettivamente. Quasi nulla: si tratta dello 0,05% e dello 0,21% dell’ammontare complessivo. Negli ultimi due anni il nostro debito pubblico è salito ulteriormente ed è vicino a sfondare la soglia dei 3000miliardi. La domanda cruciale è: per cosa è stato fatto il debito? Per migliorare l’infrastrutturazione del Paese e sostenere lo sviluppo economico o per lenire le insoddisfazioni sociali incentivando i consumi? Tutta la politica dei bonus e degli incentivi all’acquisto di veicoli rientra in quest’ultima categoria. Non lascia nulla alle generazioni future consumando persino i frutti del loro lavoro. La formula italiana è sconcertante: più debito, meno scolarizzazione, meno formazione e ricerca, minori retribuzioni. Il calo della natalità e l’emigrazione dei giovani completano il quadretto. La speranza che i vuoti saranno riempiti dall’immigrazione è un espediente per sfuggire alle proprie responsabilità. «La rivoluzione, quella che l’Europa ci chiede nella finanza pubblica, ha un nome semplice: sguardo lungo. Invece del monitoraggio anno per anno dobbiamo guardare alle tendenze di lungo periodo per assicurare la sostenibilità del nostro debito. Ciò richiede un’inversione di tendenza: possiamo chiamarla tecnicamente “differenza fra disavanzo tendenziale e programmatico” ma sempre di quello si tratta: la modifica percentuale del deficit deve essere negativa, cioè una riduzione anche solo dello zero virgola. Invece si ragiona con un punto fermo, quello zero virgola è positivo, cioè un aumento del deficit».
Giampaolo Galli, economista con un PhD al Mit, dirige l’Osservatorio sui conti pubblici e insegna all’Università Cattolica. Identifica i “bullet point” dove arginare il debito pubblico che alla fine di quest’anno arriverà a 3 mila miliardi. «Il punto di partenza, per stare alle indicazioni della Commissione, è appunto il deficit. Solo quando si sarà ridotto (oggi è del 4,3% dopo il livello monstre del 7,2% nel 2023 per la contabilità anticipata del superbonus) e sarà stato portato nei pressi del 3%, si avvierà la riduzione del rapporto debito/Pil». I tempi sono quelli concordati con Bruxelles, inseriti nel patto di Stabilità e confermati dall’accordo europeo del 20 luglio: quattro anni che possono arrivare a sette per i Paesi che si impegnano nelle riforme strutturali. C’è un’altra clausola spesso dimenticata: una volta completato l’aggiustamento, occorre aver messo in sicurezza il bilancio pubblico in modo tale che per i dieci anni successivi non ci sia il rischio che i conti deraglino nuovamente. È credibile un meccanismo di così lungo termine quando i tempi della politica, non solo in Italia, sono per definizione di corto respiro? A parte che è previsto che in occasione delle elezioni politiche venga accordata al Paese una pausa di riflessione e di eventuali modifiche, è l’unica via per garantire stabilità all’Unione. È la pietra angolare su cui edificare l’Europa del futuro di cui parlano Draghi e Letta ai quali l’Europa ha affidato gli studi dai quali far emergere le proposte operative alle quali l’Unione Europea dovrà ricorrere per aumentare la propria unità nel senso di una maggiore integrazione politica e di un più grande mercato unico solido e coeso, dotato di un bilancio proprio con cui finanziare beni comuni come la difesa, in grado di tenere testa ai giganti mondiali. È la base di tutto. Lo stesso Def 2024 contiene un ampio capitolo dedicato alle prospettive di lungo termine di deficit e debito che considerano variabili fondamentali come la demografia, i tassi d’interesse, gli avanzi primari ancora da conseguire. Cosa si legge in queste pagine trascurate del Def? Intanto che in mancanza di misure strutturali, ovvero le agognate riforme, il debito è destinato a impennarsi fino al 151% nel 2031 e poi chissà.
Con le riforme, invece, ci sarà sì un ulteriore ritocco verso l’alto fino al 141% (dall’attuale 137%) nel 2026, sempre per i costi del superbonus, e poi si dovrebbe imboccare finalmente il lento recupero che ci porterà al 136% nel 2031, per poi procedere ulteriormente sulla via virtuosa. Per centrare questo obiettivo però ci sono alcune riforme urgenti. Vediamo quali? Qualcuna è già avviata come la giustizia civile e in parte la concorrenza. Molte altre da attuare, molte già previste nel Pnrr: contrattazione da reimpostare su base decentrata d’accordo con i sindacati, competizione nel trasporto pubblico, politiche attive del lavoro, formazione, integrazione di più immigrati. Tutte avrebbero un riscontro in termini di punti di Pil. Il rammarico è che di queste riforme si sente il bisogno da decenni ma raramente abbiamo avuto un governo che, ci piaccia o no, è dotato di una maggioranza così forte come l’attuale. È sicuramente un’occasione forse e probabilmente irripetibile.
Ma non sembra essere tutto ciò che l’Esecutivo in carica vuole realizzare. I loro disegni dimostrano invece una volontà contraria con misure divisive come l’autonomia differenziata e il premierato. Mentre per il salto di qualità servono competenze, coordinamento, volontà politica (come dimostrano i ritardi sul Pnrr) qualità invece piuttosto carenti. Il governo punta sulla politica per le famiglie. È sbagliato? No, purché non tocchino l’assegno unico e magari rinuncino al braccio di ferro con la Ue sulla questione degli immigrati non residenti, e poi realizzino asili nido e misure per conciliare famiglia e lavoro. Il problema è che è arduo valutare misure per la natalità in termini di crescita: possono servire dieci o vent’anni perché le nuove famiglie si convincano che si possono fare figli, e poi altri venti perché questi si affaccino sul modo del lavoro. Per fare cassa si insiste ancora sulle privatizzazioni anche se una tantum. Si può procedere ancora in questa direzione? Giampaolo Galli, dice chiaramente: «Qualcosa si può fare con Poste ed eventualmente un’altra piccola tranche di Eni. Però il discorso potrebbe non finire qui: penso alla Rai, purché ci siano regole che evitino la formazione di monopoli privati (non vorrei che la comprasse Elon Musk), e perché no alle Fs».
Carrozzoni di Stato in cronico deficit… dice ancora Galli: «Dipende dal contratto di servizio e dai criteri di finanziamento. Da anni è invalso l’uso di finanziare in anticipo il contratto minimizzando le perdite». Ma torniamo alla manovra. Le Finanze hanno comunicato che fra gennaio e giugno le entrate fiscali sono migliorate di 13 miliardi, il 3,4%, e manca ancora una parte di contribuenti visto che per l’Irpef c’è tempo sino a fine mese. Però nello stesso tempo nell’“assestato di bilancio”, la previsione pubblicata dal Tesoro l’8 agosto, c’è una rivalutazione delle entrate per 26 miliardi affiancata da una rivalutazione delle uscite di pari valore. C’è quindi un “tesoretto”? «Insomma, non ci sono certezze è tutto da vedere». Chiarisce Galli. E che fine ha fatto la spending review? Continua Galli «Quasi non ce n’è parola nei documenti. Eppure, di spese da tagliare ce ne sarebbero, a partire dalla giungla di deduzioni e detrazioni fiscali. Per cominciare si potrebbe ridurne la regressività riservandole ai meno abbienti. Invece sono i più ricchi ad avvantaggiarsene. Serve una struttura dedicata presso il Mef come quella che aveva creato Carlo Cottarelli dieci anni fa, che invece si è dissolta nel disinteresse generale». Chi governa (qualunque sia) deve decidersi o per meglio dire “determinarsi” … l’Europa ci chiede una rivoluzione che nella nostra finanza pubblica ci porti ad avere uno sguardo sulle tendenze di lungo periodo… altrimenti, il nostro Paese rimarrà affossato da un debito pubblico, che continuerà a salire, togliendo ogni prospettiva di benessere alle attuali giovani generazioni e a quelle future…
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