
Dalla promessa delle primarie alla possibile Quarta Repubblica:
quando la sinistra smarrisce popolo e forma politica, la storia
torna a oscillare verso destra
Credo proprio, che sia finita la stagione delle finzioni. La vicenda delle primarie del campo largo non è una disputa sulle regole, ma il momento in cui il Partito Democratico è costretto a guardarsi allo specchio e a vedere ciò che per anni ha preferito non vedere: un partito che predica partecipazione e pratica controllo, invoca il popolo democratico e poi lo usa come manodopera elettorale, celebra i gazebo quando servono a legittimare una leadership ma li teme appena rischiano di produrre un risultato non addomesticabile. Iscritti e militanti vengono chiamati a tenere aperti circoli, presidiare piazze, reggere campagne difficili e riempire il vuoto lasciato dagli apparati; poi, quando si decide davvero su linea politica, alleanze, leadership e strategia, tornano comparse. Il problema non è solo Schlein, non è solo Conte, non è solo Franceschini. Il problema è un partito che ha trasformato la partecipazione in scenografia e la democrazia interna in una procedura sorvegliata dai soliti custodi del potere.
In questo quadro, le mosse di Dario Franceschini sulle primarie appaiono rivelatrici. In una prima fase, indicare Elly Schlein come candidata naturale del Partito Democratico alla guida della coalizione significava blindare la Segretaria, rafforzarne la legittimazione e chiudere la strada a soluzioni calate dall’alto. Le primarie, allora, erano il sigillo democratico: il modo per dire che chi guida il partito maggiore della coalizione deve poter chiedere direttamente agli elettori progressisti il mandato per sfidare la destra.
Ma quando quelle stesse primarie dopo le uscite agostane di Giuseppe Conte compresa la lettera sul woke, hanno cominciato a profilarsi non più come una consacrazione di Schlein, bensì come un possibile corpo a corpo con Giuseppe Conte da quest’ultimo cercato, il meccanismo ha cambiato segno. Da strumento di legittimazione è diventato rischio di frattura. Se vincesse Schlein, il Movimento 5 Stelle potrebbe sentirsi subordinato al PD; se vincesse Conte, il PD subirebbe l’umiliazione politica di consegnare la guida della coalizione a un leader esterno, per di più alla testa di un partito numericamente più debole. È qui che il partito mostra il suo corto circuito: le regole sono buone finché producono il risultato desiderato; diventano pericolose quando restituiscono un esito non controllabile.
Il problema, però, non nasce oggi. È inscritto nella storia recente e non del PD. Le primarie, nate come promessa di apertura, sono diventate nel tempo un rito ambiguo: troppo forti per essere ignorate, troppo deboli per fondare davvero una gerarchia democratica interna. Il segretario viene eletto da un corpo largo, talvolta molto più ampio degli iscritti, ma poi deve convivere con correnti parlamentari, notabili territoriali, ex ministri, amministratori e capicorrente che non riconoscono mai fino in fondo il verdetto politico. Il risultato è una leadership perennemente commissariata: formalmente investita dal popolo delle primarie, sostanzialmente ostaggio di chi controlla gruppi, liste, relazioni e posizionamenti.
Da questo punto di vista, il PD si è suicidato con il proprio statuto prima ancora che con i propri errori elettorali. Ha creato un sistema in cui il Segretario, oggi, la Segreteria è insieme troppo esposta e troppo poco sovrana: abbastanza visibile da prendersi tutte le sconfitte, non abbastanza forte da imporre una linea precisa. Ogni leader è candidato a essere logorato dall’interno. Veltroni, Bersani, Letta, Renzi, Zingaretti: tutti, in forme diverse, hanno sperimentato la fragilità di una struttura che non trasforma il consenso in comando politico, ma in una tregua temporanea tra gruppi rivali.
Schlein eredita questa macchina e ne diventa al tempo stesso beneficiaria e vittima. Beneficiaria, perché proprio le primarie le hanno consentito di rovesciare i pronostici e conquistare il partito contro l’apparato che sosteneva Stefano Bonaccini. Vittima, perché quello stesso apparato, una volta perso il congresso, non è scomparso: si è riorganizzato, ha atteso, ha negoziato, ha condizionato. In un partito dotato di una vera gerarchia democratica, la sconfitta congressuale produrrebbe opposizione interna ma anche riconoscimento della direzione scelta. Nel PD, invece, produce una guerriglia a bassa intensità permanente.
Il paradosso è che tutto questo avviene mentre il partito continua a usare il linguaggio della partecipazione. Ma quale partecipazione? I circoli sono spesso svuotati, gli iscritti contano poco, il radicamento sociale è intermittente, i luoghi del lavoro, della scuola, della sanità, della produzione e della cultura popolare vengono convocati più come scenografia che come soggetti reali di decisione. La militanza viene mobilitata quando serve consenso, non quando bisogna costruire potere democratico. È un partito che chiede energia alla base ma conserva la scelta ai vertici informali.
È dentro questa frattura che va letto anche il dato più imbarazzante per chi, nel PD, oggi pensa di poter galleggiare fino al 2027 con una proroga statutaria e qualche formula congressuale. Le regionali recenti hanno mandato un messaggio brutale: dove il centrosinistra si presenta unito e riconoscibile può travolgere la destra, come in Campania e Puglia; dove arriva debole, confuso o senza una proposta realmente competitiva, viene asfaltato, come in Veneto, nelle Marche e in Calabria. I numeri non sono più un dettaglio da convegno: sono una sentenza politica. Se il campo largo funziona solo quando ha candidati forti, radicati e capaci di parlare oltre il recinto del PD, allora il problema non è più soltanto scegliere se Schlein debba restare segretaria. Il problema è capire se il PD abbia ancora la forza di imporre una leadership nazionale o se debba ammettere che, senza alleati e senza figure esterne più spendibili, rischia di essere il primo partito di una coalizione che però non riesce più a guidare davvero. Dalla sua nascita il PD ha perso quasi sette milioni di voti rispetto alla prima prova politica nazionale: non una flessione, ma una fuga di massa. Una parte è finita nel Movimento 5 Stelle, una parte nelle scissioni a sinistra e al centro, un’altra nell’astensione. Quegli elettori non hanno semplicemente cambiato simbolo: hanno smesso di credere che il PD fosse il luogo in cui si decide qualcosa. E quando un partito perde il proprio popolo, non basta invocare lo statuto: serve una leadership che lo riporti a casa, oppure il coraggio di dire che quella leadership non c’è.
Il punto più esplosivo è che queste divisioni non sono più un normale pluralismo interno: sono una guerra di posizione mascherata da dibattito sulle regole. Da una parte c’è Schlein, che deve difendere il principio delle primarie perché senza quel passaggio rischia di apparire una leader tollerata più che riconosciuta; dall’altra ci sono pezzi determinanti del partito che temono il duello con Conte come una resa dei conti capace di spaccare tutto. Il fronte riformista non vuole consegnare il PD al traino del Movimento 5 Stelle; l’area più dialogante con Conte teme invece che insistere sulla primazia dem faccia saltare il campo largo; Bonaccini invita a mettere prima il programma, ma proprio questa prudenza rivela che nessuno si fida davvero degli altri; Franceschini e Speranza lavorano per evitare che il metodo diventi una trappola. È il vecchio vizio del PD: ogni corrente parla in nome dell’unità, ma intanto prepara il proprio piano B. Così Schlein resta segretaria, ma non controlla pienamente il partito; guida il PD, ma deve continuamente negoziare con chi l’ha sostenuta ieri, con chi l’ha subita oggi e con chi domani potrebbe scaricarla in nome della “competitività”.
Gli esempi peggiori, del resto, erano già tutti lì, sotto gli occhi di chiunque volesse guardarli senza ipocrisia. Prima il killeraggio su Franco Marini, poi soprattutto i 101 franchi tiratori che affondarono Romano Prodi nella corsa al Quirinale: non semplici incidenti parlamentari, ma il segnale di un partito incapace di garantire lealtà perfino nei momenti più solenni. Eppure, non si è mai voluto andare fino in fondo. Non si è mai davvero chiarito chi tradì, perché lo fece, quale rete di interessi e di correnti rese possibili quella demolizione dall’interno. Si è preferito archiviare, rimuovere, mettere una pietra sopra, come se bastasse dimenticare per mettere in sicurezza il partito. È kafkiano: il PD continua a parlare di statuto, primarie, proroghe e congressi, ma non ha mai risolto il suo problema originario, cioè l’incapacità di far rispettare le decisioni collettive ai propri gruppi dirigenti. È un disastro annunciato, e a pagarlo è sempre lo stesso popolo democratico, chiamato a crederci, a votare, a militare, a fidarsi, mentre una classe dirigente mediocre e autoreferenziale pensa prima di tutto a durare, a riposizionarsi, a sopravvivere ai risultati che non arrivano. In questo, purtroppo, il PD non è nemmeno un’eccezione: è il volto più sofisticato di una malattia che oggi accomuna quasi tutta la politica italiana, dove il successo non si misura più nella capacità di rappresentare e cambiare la realtà, ma nella capacità di restare comunque in piedi anche dopo aver perso consenso, credibilità e popolo.
E qui sta forse l’esegesi più amara: il PD era nato per essere la grande novità politica del dopoguerra repubblicano, il tentativo più avanzato di superare il Novecento italiano senza rinnegarlo. Doveva essere, in fondo, una specie di compromesso storico in miniatura: l’incontro finalmente compiuto tra la tradizione comunista e postcomunista, il cattolicesimo democratico, il riformismo socialista, l’europeismo liberale, l’amministrazione dei territori e una nuova idea di partito nazionale. Ma quel compromesso non è mai riuscito davvero. Le culture si sono sommate senza fondersi, le diffidenze sono rimaste, le appartenenze originarie hanno continuato a lavorare sottotraccia, i gruppi dirigenti hanno trasformato la pluralità in feudo e non in sintesi. Così il partito che prometteva di essere la forma politica più moderna della democrazia italiana è diventato spesso il luogo in cui nessuna decisione è mai definitiva, nessuna leadership è mai pienamente riconosciuta, nessuna sconfitta produce davvero responsabilità. Non il compimento del centrosinistra, ma il suo labirinto: un compromesso storico ridotto a condominio di correnti, con l’ambizione di guidare il Paese e l’incapacità cronica di governare sé stesso.
La storia italiana, del resto, non procede quasi mai in linea retta. Procede per strappi, ritorni, correzioni violente. Nel 1992-1994 Mani Pulite e Tangentopoli non produssero un semplice ricambio di governo: travolsero DC e PSI, modificarono il sistema dei partiti e aprirono la Seconda Repubblica senza che una riforma costituzionale l’avesse formalmente proclamata. Nel 1994 Silvio Berlusconi occupò il vuoto lasciato dai partiti tradizionali e trasformò il collasso della vecchia rappresentanza in nuova offerta politica. Nel 1998 il primo governo Prodi cadde per il ritiro dell’appoggio di Rifondazione Comunista, mostrando quanto fosse fragile una coalizione incapace di trasformare la vittoria elettorale in disciplina politica. Nel 2008 il Partito Democratico nacque promettendo vocazione maggioritaria, ma dopo la sconfitta nazionale e il crollo in Sardegna Walter Veltroni fu costretto alle dimissioni appena sedici mesi dopo l’elezione plebiscitaria alle primarie. Nel 2013 Pier Luigi Bersani vinse senza vincere, non riuscì a costruire una maggioranza, vide naufragare prima Franco Marini e poi Romano Prodi al Quirinale, e consegnò al Paese l’immagine di un partito che non riusciva nemmeno a obbedire a sé stesso. Il pendolo destra-sinistra non è una legge meccanica, ma un ricorso della storia politica: quando una parte esaurisce la propria spinta, l’altra occupa il vuoto lasciato aperto.
È accaduto più volte: dopo l’esaurimento del centrismo democristiano venne la stagione del craxismo e poi il suo crollo; dopo la crisi dei partiti della Prima Repubblica arrivò la destra berlusconiana, capace di occupare il vuoto con un racconto nuovo di modernizzazione, impresa e anticomunismo; dopo le promesse del maggioritario e dell’Ulivo tornarono frammentazione, veti e governi fragili; dopo il riformismo muscolare di Renzi esplose il voto di protesta del 2018; dopo l’onda antisistema del Movimento 5 Stelle, la domanda di ordine, identità e comando ha riportato la destra al centro della scena. Ogni fase nasce anche dal fallimento della precedente. Ogni pendolo si muove perché qualcuno perde forza, credibilità e popolo prima ancora che voti.
Questa contraddizione ha avuto conseguenze enormi sul Paese. Una destra con una gerarchia chiara, una leadership riconosciuta e un messaggio semplice ha potuto presentarsi come forza di governo, mentre il centrosinistra discuteva di formule, veti, federatori, primarie, alleanze variabili e candidati terzi. Giorgia Meloni ha beneficiato non solo dei meriti organizzativi della sua coalizione, ma anche dell’incapacità del campo progressista di dire agli elettori chi comanda, per fare cosa e con quali priorità. Quando l’alternativa appare come un congresso permanente, l’elettorato finisce per scegliere chi almeno dà l’impressione di sapere dove vuole andare.
Siamo forse davanti a un’altra svolta della storia politica italiana. Non una Quarta Repubblica proclamata da un’assemblea costituente o sancita da una riforma istituzionale, ma una Quarta Repubblica di fatto: nata dal collasso dei vecchi equilibri, dalla trasformazione dei partiti in comitati di potere, dall’astensione di massa e dal ritorno del pendolo verso una destra che ha saputo darsi forma, comando e racconto mentre il centrosinistra restava impigliato nelle proprie procedure. Con buona pace del popolo d’Italia, evocato nei comizi, inseguito nei sondaggi, chiamato alle urne quando serve, ma sempre meno ascoltato nei processi reali di decisione.
Il quadro geopolitico rende tutto ancora più grave. Il ritorno di Donald Trump e la sua visione transazionale dei rapporti internazionali hanno accentuato l’instabilità globale, indebolito le certezze dell’ordine occidentale e costretto l’Europa a fare i conti con sicurezza, industria, energia, difesa e autonomia strategica in modo molto più drammatico. In un mondo così, un’opposizione che non riesce nemmeno a stabilire il metodo con cui scegliere il proprio leader appare fuori scala rispetto alla durezza della fase storica.
La destra resterà probabilmente competitiva non solo perché occupa il governo, ma perché il centrosinistra continua a regalarle il vantaggio più prezioso: il tempo. Ogni mese passato a discutere di primarie senza sciogliere il nodo della leadership è un mese in cui la destra consolida immagine, agenda e racconto. Ogni esitazione del PD diventa un argomento implicito a favore di chi governa: magari discutibile, magari divisivo, ma almeno riconoscibile.
E adesso?
E adesso il PD dovrebbe compiere l’atto che finora ha sempre rinviato: decidere se vuole essere un partito di iscritti, un partito di elettori, una federazione di correnti o un comitato elettorale permanente. Tutte queste cose insieme non funzionano più. Se la segreteria deve comandare, lo statuto deve darle potere e responsabilità. Se devono comandare le primarie, il partito deve accettarne fino in fondo il verdetto. Se devono comandare le correnti, almeno lo si dica apertamente, senza mascherare l’oligarchia con il linguaggio della partecipazione.
La mossa di Franceschini, dunque, non è una nota di colore e men che meno un azzardo o addirittura una trappola sleale: è il segno di una politica che guarda prima di tutto a conservare ciò che esiste. È anche la radiografia definitiva del PD: un partito che usa le primarie per legittimare la leadership, poi le teme quando quella leadership può essere davvero contendibile; che celebra gli iscritti ma li consulta poco; che invoca il popolo democratico ma resta prigioniero dei suoi ceti dirigenti. Qui si chiude il cerchio della promessa mancata. Il partito nato per essere la più avanzata novità politica del dopoguerra, una sorta di compromesso storico finalmente realizzato tra culture popolari, riformiste, cattoliche, socialiste, comuniste ed europeiste, si è ridotto troppo spesso a un compromesso senza storia e senza popolo: non una sintesi, ma una somma di diffidenze; non una casa comune, ma un condominio di correnti; non una macchina democratica, ma un dispositivo di autoconservazione. Il risultato è feroce: il ritorno della storia sotto forma di pendolo. Quando la sinistra perde il proprio popolo, smette di organizzare interessi sociali riconoscibili e consuma la propria energia in conflitti interni, il pendolo torna inevitabilmente dall’altra parte. Questo non significa che il PD è finito, né che sia destinato a implodere, non ancora: dispone di un ceto di amministratori e radicamenti territoriali, elettori, competenze e una storia politica che nessuno può cancellare. Proprio per questo, però, è opportuno che una volta per tutte conosca la propria diagnosi e abbia il coraggio di rifletterci senza autoassolversi. Se resta così, la sua strada e la sua storia sono già tracciate: non verso la scomparsa immediata, ma verso una lunga irrilevanza competitiva, fatta di sopravvivenza, coalizioni necessarie e sconfitte spiegate sempre dopo. E allora l’appello non può che essere uno: il PD scelga finalmente se vuole essere il partito del popolo democratico o il guscio stanco dei suoi apparati; restituisca agli iscritti, agli elettori, ai lavoratori, ai giovani, ai territori e alle competenze reali il diritto di contare; dica con chiarezza chi guida, con quale programma, con quali alleanze e con quale idea d’Italia. Perché una democrazia senza alternativa credibile si impoverisce, una sinistra senza popolo si spegne, e un partito che non ha il coraggio di decidere finisce per essere deciso dagli eventi. Se il PD vuole ancora avere una storia, deve smettere di amministrare il proprio declino e ricominciare a rappresentare qualcuno. Adesso, non dopo l’ennesima sconfitta.
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