Politica: Quando il capitalismo americano significava uguaglianza. Così la sinistra senza base popolare, si è piegata alle regole del capitalismo peggiore… Altro che popolo in rivolta, il pericolo per la democrazia sono le élite multimiliardarie. Così le sparate di Trump e Musk rischiano di travolgere Meloni…

Parte seconda

Illudersi che la fine del trumpismo possa significare il ritorno ai sogni democratici di una “società aperta” altrettanto povera è una pura sciocchezza. Salvare le liberaldemocrazie ha una sola ricetta: ridistribuire al loro interno la ricchezza prodotta. E questo tanto da “destra” che da “sinistra”. La vittoria di Donald Trump, e ciò che rappresenta, impone un ragionamento – per capirne portata e prospettive – sul chi nel mondo ha staccato il “dividendo” della globalizzazione. Questo dividendo è stato staccato innanzi tutto dei paesi che l’Occidente, la sua economia, la sua tecnica, la sua predominanza politica e militare, hanno portato nella globalizzazione, tanto da rendere loro possibile di pensare di entrare nell’azionariato di comando dei processi economici, e politici, della globalizzazione. Quello che stanno facendo i BRICS, e che continueranno a fare perché la globalizzazione non si può fermare, e perché hanno per altro dalla loro i numeri dell’economia, e quelli della demografia. Dagli anni Duemila, il gruppo informale dei Brics raccoglie Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica, in riunioni annuali in cui trovano spazio le istanze delle economie emergenti mondiali. Da gennaio 2024, con il primo allargamento in 13 anni, ha incluso anche gli Emirati Arabi Uniti,  l’Iran, l’Egitto e Arabia Saudita e con gennaio 2025  Argentina e Etiopia: ora rappresenta il 41% della popolazione mondiale e il 37% del Pil globale. Questo ha scatenato un dibattito sulla crescente influenza internazionale della piattaforma informale a guida russa e cinese. Tra cinquant’anni l’Occidente euro-atlantico rappresenterà solo il dieci per cento della popolazione mondiale, mentre tra l’Otto e il Novecento l’Europa rappresentava ben il 26% dell’umanità e produceva la metà della ricchezza mondiale. Per giunta i paesi guida di questo sommovimento i BRICS e non pochi degli interessi globali che esprimono, sono retti da autocrazie, la cui forza, potrà anche spiacerci, viene non solo dagli assetti storici di lungo periodo delle società che le esprimono, ma anche dalla congiuntura di aver guidato i loro paesi a staccare il dividendo per loro positivo della globalizzazione riportandoli nella grande storia in cui per secoli erano stati relegati in una sudditanza servile. Ora la tragedia liberaldemocratica non è che l’Occidente euro-atlantico non abbia staccato il suo dividendo dalla globalizzazione, pur nella riduzione relativa della ricchezza mondiale prodotta e controllata. L’altro lato del foglio di questa riduzione è un più giusto equilibrio della ricchezza sul pianeta. Qualcosa di inevitabile a meno che non ci si illudesse di potere vivere in un regime di colonizzazione a proprio vantaggio. Ma che nelle liberaldemocrazie il dividendo della globalizzazione, l’aumento della ricchezza assoluta comunque posseduta, si è concentrato nel comando capitalistico economico-finanziario, e delle oligarchie plutocratiche in cui è organizzato, venendo largamente meno al welfare dei loro popoli, che se si lamentano ed esprimono il “populismo”, come con gli occhi foderati di prosciutto hanno largamente inteso le élites di “sinistra” e più lucidamente sfruttato le élites di destra. Il che spiega la ribellione in atto alle élites di servizio a queste poche mani, il comando oligarchico-plutocratico, in cui si è concentrata la ricchezza del capitalismo delle liberaldemocrazie. Il primo tempo di questa ribellione è la perdita di consenso delle élites di sinistra addomesticate o addomesticatesi in proprio al regime oligarchico plutocratico occidentale in cui vivono (il loro cedimento al liberismo, con non pochi vantaggi di “servizio”). La loro scelta, nell’incapacità di rispondere ai bisogni, di proteggere, anziché i bisogni, i desideri sempre più ristretti ai diritti civili della sfera privata, per i quali non c’è nessuna faticosa ridistribuzione economica da governare, ma solo una legislazione di favore da implementare, le ha definitivamente affossate nella loro credibilità a tutelare il ritorno di bisogni primari in vaste fasce della popolazione. Il secondo tempo di questa ribellione verrà più avanti, e sarà ancora più dissolvente il tessuto liberaldemocratico delle nostre società. Avremo quindi una Democrazia dal futuro incerto per non dire una “Democrazia senza futuro”. Perché le élites di destra più spudoratamente, sceneggiando una resistenza alla protezione dei desideri in nome dei valori tradizionali, del mondo quando andava meglio delle società affluenti, hanno puntato e puntano a proteggere i bisogni delle masse impoverite, chiamate a votarle, contrapponendoli ai bisogni delle fasce deboli e più marginali della popolazione, invece che al comando plutocratico della società. ormai direttamente ammesso, con Elon Musk, nella Sala Ovale. Una risposta ai bisogni delle società defluenti che durerà il tempo di capire l’illusione di reggere la realtà produttiva delle nostre società, mentre sta venendo meno l’esercito indigeno di mano (e mente) d’opera per la crisi demografica, senza ricorrere all’esercito di riserva immigrato o da far migrare nei propri confini. Illudersi, però, che la fine del trumpismo, con un’America che non torna affatto grande alla scala delle vite quotidiane, possa significare il ritorno ai sogni democratici di una “società aperta” altrettanto povera è una pura sciocchezza. Salvare le liberaldemocrazie ha una sola ricetta: occorre ridistribuire al loro interno la ricchezza prodotta. E questo sia chiaro, tanto da “destra” che da “sinistra”. Se ancora vogliamo che l’Occidente possa essere di rito elettorale liberaldemocratico… Dicevo che la Sinistra si è concentrata di più sul terreno culturale e dei diritti civili. E invece si è orientata più verso il centro sul terreno delle politiche economiche e dei diritti sociali, trascurando il contrasto delle disuguaglianze che nel frattempo sono molto cresciute. Si determina così una sorta di mismatch tra le domande di sostegno della base popolare tradizionale della Sinistra e l’offerta del partito, sempre più presidiato dalle élites istruite e dai nuovi ceti medi cosmopoliti inseriti nella globalizzazione. L’esito delle elezioni americane ha innescato un dibattito sulle implicazioni che se ne possono trarre per i destini della Sinistra stessa, ovviamente anche di quella italiana. In America da un lato, c’è chi ritiene che la sinistra abbia perso perché è apparsa ostaggio delle componenti più radicali (alle quali veniva e ancora viene associata la stessa Kamala Harris), e quindi perché è andata troppo a sinistra, sotto l’influenza delle élites istruite delle grandi università delle due coste, dei giovani radicalizzati, dei movimenti per i diritti civili. Il suggerimento per i democratici è dunque di invertire decisamente la rotta e di guardare più al centro. Ma dall’altro lato c’è chi invece pensa il contrario: la Sinistra ha perso perché è andata troppo verso il centro sul piano delle politiche economiche e sociali. Dimenticandosi dunque dei ‘forgotten men’, di coloro le cui aspettative di miglioramento delle condizioni di vita e di quelle dei loro figli sembrano sempre più richiudersi per effetto della globalizzazione e dell’innovazione tecnologica. Una vasta area sociale fatta dalla classe operaia tradizionale, dallo small business e dalle attività rurali, molto lontana dalla modernizzazione culturale cosmopolita e libertaria delle grandi conurbazioni. In realtà queste due letture sono solo apparentemente in contrasto. Si potrebbe infatti dire che la Sinistra si è spostata più a sinistra, o meglio si è concentrata di più, sul terreno culturale e dei diritti civili. E invece si è orientata più verso il centro sul terreno delle politiche economiche e dei diritti sociali, trascurando il contrasto delle disuguaglianze che nel frattempo sono molto cresciute. “In effetti l’orientamento politico è sempre più influenzato da due dimensioni distinte. Quella economica, o di classe, varia tra le preferenze per più mercato da un lato o maggiore regolazione politica e redistribuzione dall’altro. La dimensione culturale varia invece dalla condivisione di orientamenti più tradizionalisti (su famiglia, ruolo delle donne, religione, orientamenti sessuali, sicurezza, immigrazione, ecc.) all’adesione a una visione più libertaria e cosmopolita. Fino ad alcuni decenni fa i gruppi sociali che erano più favorevoli a interventi regolativi dello stato e a una incisiva redistribuzione (a partire dalla classe operaia) condividevano maggiormente gli obiettivi di una moderata modernizzazione culturale. Questo relativo equilibrio era il frutto di una modernizzazione culturale ancora limitata ma anche di un forte impegno della sinistra nel contrastare le disuguaglianze attraverso la piena occupazione e interventi a favore del lavoro, il welfare, le relazioni industriali. Un impegno capace di combinare le lotte per i diritti sociali con quelle per i diritti civili (si pensi alla mobilitazione degli anni ’60 negli Usa su temi come il contrasto del razzismo e le condizioni delle donne e insieme all’estensione delle politiche di protezione sociale). Questo equilibrio relativo tra rivendicazioni economico-sociali e culturali si rompe a partire dagli anni ’80 (e non solo negli Usa). I partiti di Sinistra – com’è stato documentato da varie ricerche – si spostano verso il centro sul piano economico e sociale, subendo l’offensiva del neoliberismo e delle sue ricette. Un sempio: il salario minimo legale non salverà la comunità del lavoro (ancor meno la sinistra e il sindacato). E tendono a distinguersi da quelli conservatori più sul terreno dell’azione per i diritti civili (si pensi al tema dell’aborto nella campagna della Harris). Si determina così una sorta di mismatch tra le domande di sostegno della base popolare tradizionale della sinistra e l’offerta del partito, sempre più presidiato dalle élites istruite e dai nuovi ceti medi cosmopoliti ben inseriti nella globalizzazione. Il fossato non solo politico ma anche umano tra questi gruppi e la base popolare ha offerto ad abili imprenditori politici – non solo negli Usa – un terreno fertile per un’azione che punta a mobilitare le identità culturali tradizionali alimentando il risentimento verso l’establishment. In questo modo viene anche fatta passare, almeno per qualche tempo, una strategia di politica economica, basata su neo-protezionismo e ulteriori ribassi delle tasse ai più ricchi, che non potrà che portare a disastri. E che è contraria agli interessi stessi della base popolare. Ma se è così, la lezione per la sinistra non può essere quella di un generico guardare al centro, nel senso di adeguarsi ancora di più agli standard del riformismo tradizionale che ha fallito. Ci vuole evidentemente una ricetta diversa, ma non è detto che la Sinistra riesca a realizzarla… Altro che popolo in rivolta, il pericolo per la democrazia sono le élite multimiliardarie. Così le sparate di Trump e Musk rischiano di travolgere Giorgia Meloni. Scrive il Prof. Piero Ignazi su Domani del 13.11.2024: “La Premier ha fatto filtrare il suo «grande rispetto» per le parole del presidente Sergio Mattarella. Non basta. L’intrusione sfacciata del patron di Tesla va condannata esplicitamente. Il rispetto per le nostre istituzioni vale più di un contratto. Quando si cinguetta con personaggi disinvolti si rischia di essere trascinati lungo strade accidentate. È quanto sta succedendo in queste ore a Giorgia Meloni. L’algoritmo che presiede al funzionamento del cervello di Elon Musk evidentemente è andato in crash. E, con la sua derapata non controllata nella curva del Quirinale, ha travolto anche il suo grande sponsor italiana. Ancora una volta, Meloni si è dimostrata prima di tutto una capa di partito. E di che partito. Vero e proprio ‘Orgoglio’ neofascista. Eppure, c’è stato un tempo, tra la fine degli anni Ottanta e i primi anni Novanta, all’interno del Msi, e poi in Alleanza nazionale, in cui la destra nostalgica voleva dismettere quei panni e, soprattutto, ottundere la sua partecipazione o complicità alle violenze degli anni Settanta, di cui è stato protagonista anche chi occupa alte cariche dello stato. In molti affiorava un ripensamento critico di quella temperie. Invece, archiviata l’esperienza di Alleanza nazionale, con il ritorno in campo dei missini duri e puri, guidati dall’impavida “Valchiria della Garbatella”, è come fosse stata avviata un’altra opera di rivisitazione del passato. Ma di segno contrario. Non di più profonda autocritica, bensì di fiera rivendicazione. L’orgoglio neofascista, sottaciuto per tanto tempo per ragioni più meno sincere, è ora esploso con la potenza di un geyser. Questo orgoglio si ripresenta in diverse vesti. Quello della «radici che non gelano» e quello, più recente, della sintonia con i sovranismi e le democrazie illiberali di mezzo mondo. Così come Meloni nel suo celebrato libro autobiografico, pubblicato appena tre anni fa, rivendicava amicizia e stima per Vladimir Putin, ora si muove in sintonia con i sovranisti delle due sponde dell’Atlantico da Viktor Orbán alla coppia Donald Trump-Musk”. Ora l’imbarazzo della Capa del governo è stato evidente. Costretta a doversi accodare alle parole del Presidente della Repubblica, ma non è arrivata però a formulare alcuna reprimenda per il suo amico Elon. Troppo forti i legami (forse gli interessi economici?) con il tycoon americano per dirgli di non permettersi di lanciare accuse alle nostre istituzioni e ai loro rappresentanti. È vero che chi aspira a essere incoronato dal popolo sulla base di una acclamazione e disdegna, perché mai metabolizzati, gli istituti della democrazia rappresentativa, in fondo non può che condividere le sparate del nuovo esponente del governo statunitense (appena nominato al neonato Dipartimento per l’efficienza energetica). La lotta ingaggiata da Meloni contro la magistratura la colloca oggettivamente dalla parte di Musk. Il problema è proprio questo. O ha ragione il proprietario della Tesla e di Starlink e questi magistrati devono essere messi sotto controllo perché non possono permettersi di ostacolare il cammino del governo, o ha ragione il presidente Mattarella a dire che il nostro sistema va rispettato per come è, e non ha bisogno di consigli da un miliardario. Di fronte a una intrusione così sfacciata non basta condividere le parole del Capo dello Stato. L’inquilina di Palazzo Chigi doveva condannare esplicitamente le parole di Musk. Anche perché, e non è un dettaglio, sono in gioco corposi interessi economici, quali l’utilizzo della rete dei satelliti Starlink, tra l’imprenditore e lo stato italiano. Il rispetto per le nostre istituzioni vale più di un contratto…
(fine)

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