Politica: stanno crollando i pilastri del sovranismo, per il Centrosinistra è giunto il momento di scrivere il programma. Dopo parleremo anche di leadership…

Ci voleva Donald Trump per fare esplodere la contraddizione di fondo del sovranismo. Rivendicando il diritto a espandere la propria sfera decisionale ben oltre l’autonomia degli altri Paesi, in nome del primato nazionale e negando i vantaggi della cooperazione Trump a presentato ogni forma di governo che pretenda autonomia e rispetto istituzionale come nemica dell’America First. Questo “mors tua vita mea” ha retto sin qui perché recitato da leader all’opposizione o al governo di Paesi incapaci di incidere sugli equilibri globali, dunque impossibilitati di fatto a tradurre in pratica il sovranismo. Più retorica che sostanza, utile a mobilitare l’elettorato di riferimento. Non per questo era innocuo: ha ritardato il processo di integrazione europea, generato sprechi nella gestione di beni comuni, come la difesa e l’ambiente, impedito risposte adeguate sull’immigrazione. Ma non ha spinto i sovranisti a scontrarsi tra di loro: potevano, al contrario, coordinarsi (i loro profili su Twitter-X sono molto più interconnessi di quelli dei leader non populisti) e sostenersi a vicenda. Giorgia Meloni poteva elogiare Viktor Orbán che, con i suoi veti, paralizzava l’Europa e la disarmava davanti all’imperialismo russo, Matteo Salvini poteva allearsi al Parlamento europeo a Geert Wilders che chiedeva alla Commissione di non destinare un solo cent all’Italia. Tanto né l’uno né l’altro erano in grado di condizionare le decisioni comunitarie. Con Trump la conflittualità insita nel sovranismo è emersa. I leader sovranisti si sono trovati di fronte a chi potesse agire davvero, sacrificando gli altri al proprio interesse nazionale. “Maga” è diventato per molti “Paga e taci”. Per un po’ i sovranisti nostrani hanno incassato, subendo i dazi senza proferir verbo, collocandosi, secondo l’Economist, nelle Azzorre, tra gli Stati Uniti e l’Europa. Hanno anche accettato il livore di Trump contro l’Ue, accomunandolo alla propria ostilità nei confronti della burocrazia di Bruxelles. Ma quando il sovranismo Maga ha fatto impennare il costo dei carburanti, quando Trump si è scagliato contro il capo della Chiesa cattolica, reo di invocare la pace anche quando la guerra è stata scatenata da chi voleva per sé il Nobel per la pace, le contraddizioni sono esplose. Oggi il re, è il caso di dirlo, è nudo. Il sovranismo si rivela non solo incapace di risolvere i problemi globali, ma persino dannoso per la sovranità nazionale e per quella spirituale. Se la maggioranza di governo non può più sventolare la bandiera del sovranismo e Salvini ha dovuto in fretta e furia cambiare gli slogan della manifestazione indetta per sabato 18 aprile (da remigrazione a sospensione del Patto di stabilità), il problema per l’opposizione è ancora più serio. Non può coalizzarsi nell’opporsi a qualcosa che non c’è più. Deve riempire un vuoto di proposte condivise. Sarebbe un errore contrapporre il cosmopolitismo al sovranismo. Se il sovranismo populista è morto, non lo è certo la domanda di protezione di fronte alla grande incertezza che ci circonda. Come documenta l’ultimo rapporto del Fondo monetario, gli indici di incertezza politica ed economica hanno in questi mesi raggiunto nuovi picchi nel caos degli editti e delle esternazioni di Trump. Certo, nelle sfide geopolitiche si può essere sovrani solo in Europa. Ma su molte altre materie cruciali per la vita dei cittadini — dalla sicurezza sociale alla sicurezza pubblica, dalla salute alla casa — si può e si deve essere sovrani nel proprio Paese. Affrontare questi problemi è anche il modo più convincente per dare risposte alle preoccupazioni dei cittadini per l’immigrazione, l’unico argomento rimasto in mano agli ex sovranisti, temuta soprattutto nel suo impatto sulla criminalità e sulla spesa per prestazioni sociali. Rivendicare sovranità nel salvare il nostro sistema di protezione sociale di fronte alle sfide imposte da demografia, globalizzazione e vincoli di bilancio non è affatto in contraddizione con l’identità europea. Al contrario, ne è un tratto fondante. Tutti i Paesi europei sono oggi chiamati a salvare e ammodernare il proprio welfare state e dalle strategie che ognuno di questi, autonomamente, cercherà di mettere in atto si possono imparare lezioni importanti. Per tutti… E veniamo qui da noi, al Centrosinistra. Io sono solo uno dei tanti elettori di centrosinistra, e in quanto tale mi sento in dovere di dire ciò che penso intervenendo nel dibattito già in corso tra i vari leader di partito in vista delle prossime elezioni politiche nel 2027. Esigo farlo in quanto siccome è “la sinistra”, ciò di cui stiamo discutendo, che è nata apposta per suggerire una concezione sociale della politica, non certo personale ma collettiva, e che quindi nessuna leadership, nemmeno la più carismatica, può permettersi il lusso di scavalcare o di trascurare. Prima viene la politica. Poi viene la leadership. E il leader del Centrosinistra, come scrive Michele Serra: “non è un “capo”. Ma è il responsabile di un progetto politico condiviso da una squadra di governo e dai cittadini che lo hanno votato. Il mito del Capo assoluto lasciamolo a Trump e a questa povera destra, che le togliamo questo mito, non sa nemmeno chi è e cosa vuole… Sono sicuro che gli elettori — molti dei quali sono solo potenziali — del Centrosinistra, torniamo a chiamarci così, ha più senso che discutere della ampiezza e/o lunghezza del campo di gioco. Dopo il referendum e la vittoria del No, alla riforma ingiusta della Giustizia, spira un’aria nuova. Le destre in edizione nazionalpopulista cominciano a pagare il prezzo del proprio azzardo autoritario e della loro mala educazione civile. Come dimostrano anche le elezioni ungheresi che hanno mandato a casa Orban. Come dimostrano i sempre maggiori contrasti che Trump trova in patria e le disfatte che ne caratterizzano l’agire guerrafondaio in Medioriente assieme al criminale Netanyahu. Il tempo stringe. Anzi: è proprio l’aria nuova a sollecitare nuova energia e nuove idee, e a farci misurare l’enorme ritardo con il quale i partiti e le forze dell’opposizione organizzano il loro futuro, forse dimenticando che è anche e soprattutto il nostro futuro di cittadini. Quindi datevi una mossa, voi che guidate i partiti all’opposizione. Vedete di fiutare l’aria e datevi una mossa. Basta con questo faticoso, inespressivo tergiversare tattico, che nasconde interessi di partito e mire personali. Non ne vogliamo sapere niente. Sono comprensibili e anche legittime, ma in questo momento le vediamo come un imperdonabile intralcio al lavoro che vi aspetta, ovvero, quello di unire le forze e mettere nero su bianco un programma di governo. Per prima cosa, che è al tempo stesso più importante e più urgente di ogni altra: serve un programma comune. Serve per sapere per cosa ci si batte, per quali obiettivi si va a votare, quale lavoro sarà chiamato a svolgere, se vincesse, il nuovo governo. Le cose sulle quali Pd, Cinquestelle, Avs ed eventuali forze democratiche centriste possono trovare una solida convergenza (per esempio la lotta all’evasione fiscale, il rilancio del welfare a partire da scuola e sanità, il salario minimo, un ministero dell’Ambiente che conti e investa tanto quanto i dicasteri tradizionalmente di maggior peso) sono molte di più di quelle sulle quali l’accordo è complicato. Ma anche se così non fosse, se cioè gli elementi di divisione fossero tanti, e di seria natura, non cambierebbe l’obbligo (l’obbligo!) di far prevalere i punti che uniscono. Nessuno potrebbe perdonare il fallimento di un’alleanza politica che può vincere le elezioni e governare, per le impuntature di questo o quel partito. I principi fondamentali sono già ben detti nella Costituzione: inviolati quelli, tutto il resto, ma proprio tutto, è passibile di trattativa e di compromesso… Poi, solamente dopo, viene la questione del leader. A partire da primarie no, primarie sì. Questione molto rilevante, certamente. Ma da tenere nel suo alveo specifico, impedendole di tracimare. Dicono che Schlein e Conte non abbiano alcuna intenzione di fare un passo indietro. Che Silvia Salis sia una outsider di forte impatto. Più varie ed eventuali. Ma non può essere accettabile che la discussione sulla leadership, con le polemiche e le tossine che inevitabilmente porta con sé, offuschi o ritardi ciò che la precede di gran lunga, ovvero la formazione di un’alleanza politica e la stesura di un programma comune. Meglio: la stesura di un programma comune come condizione di un’alleanza politica. Fatto il programma, chiunque vinca eventuali primarie, o chiunque sia convocato al Quirinale (al quale spetta la nomina) per ricevere l’incarico, sarà comunque qualcuna, qualcuno che ha sottoscritto quel programma. Che a quel programma, a quel patto con gli elettori non solo del proprio partito, ma dell’intera coalizione, deve attenersi. Cosa che rende decisamente meno gravi anche eventuali asprezze interne alla coalizione, in caso di primarie: perché chiunque prevalga sarà comunque legato, al pari dei suoi competitori, al patto di programma. E in assenza di primarie sdrammatizza l’attribuzione dell’incarico presumibilmente al leader del partito più votato, perché non è al suo partito, ma al programma di coalizione che deve rendere conto. Certamente quello che qui scrivo è sicuramente approssimato e non privo di omissioni: l’argomento è delicato e complicato. E conosciamo le difficoltà che dovrà affrontare chi è responsabile di costruire (o distruggere) un percorso di alternativa civile che restituisca a questo vecchio Paese un poco di fiducia nel futuro, e una visione di sé più lucida e più serena. L’importante è che sia chiara la sostanza: il compito di Schlein, Conte, Bonelli, Fratoianni, Renzi ed eventuali altri è cercare e trovare una strada comune da percorrere. Mettere mano subito, immediatamente, a un programma di governo. Sottomettere a quel programma la questione del leader, che mediaticamente minaccia di rubare la scena a tutto il resto. Un eventuale match Schlein-Conte può appassionare i bookmaker e le rispettive tifoserie. Molto più appassionante, per la maggioranza dei cittadini (non solo di centrosinistra) sarebbe capire quale Italia ha in mente l’attuale opposizione al governo Meloni. Qualche milione di italiane e italiani aspetta vostre notizie.

E’ sempre tempo di Coaching!

Se hai domande o riflessioni da fare ti invito a lasciare un commento a questo post: riceverai una risposta oppure prendi appuntamento per una  sessione di coaching gratuita

 

0

Aggiungi un commento