
Primarie usate come scorciatoia, riformisti ridotti a veto interno e un’alleanza che rischia di perdere prima ancora di diventare credibile
C’è un momento, nella vita delle coalizioni, in cui le parole smettono di coprire la realtà. Per il campo largo quel momento è arrivato sull’Ucraina: lì dove la politica non può più rifugiarsi nei comunicati prudenti e nei sorrisi di circostanza. La frattura tra Giuseppe Conte ed Elly Schlein non è un incidente, ma la prova di un’alleanza annunciata e mai davvero costruita. Mentre nei palazzi si misurano rapporti di forza, fuori c’è chi conta i giorni che mancano allo stipendio, rinvia una visita, teme una bolletta, guarda la guerra in Europa come una minaccia reale. Il Paese chiede serietà e direzione; una parte dell’opposizione offre sospetti, calcoli e paure reciproche. Anche i numeri raffreddano ogni entusiasmo: alle europee del 2024 il Pd raccolse il 24,11%, il Movimento 5 Stelle il 9,98%, due bacini non solo diseguali, ma spesso distanti per cultura politica, Europa e politica estera.
Schlein pensava di avere in tasca l’investitura a candidata premier; Conte era convinto di aver chiarito che il M5S non avrebbe fatto da portatore d’acqua al Pd. È qui che l’ambizione diventa presunzione. Secondo le rilevazioni Swg per il Tg La7, il Pd è al 20,6%, il M5S al 13%, Fratelli d’Italia al 27%: una distanza che dovrebbe imporre umiltà, non psicodrammi. Il centrodestra litiga, ma non mette in discussione la cornice comune del governo; nel campo progressista, invece, si discute il regolamento del condominio mentre la casa è ancora da costruire. Le primarie, in questo quadro, rischiano di diventare la scorciatoia perfetta: si convoca il popolo per evitare il partito, si invoca la partecipazione per non affrontare il conflitto, si affida a una conta esterna ciò che dovrebbe essere chiarito prima dentro il Pd. Senza una sintesi su Europa, guerra, lavoro, alleanze e riforme, le primarie non decidono: certificano la fuga dalla decisione. E questa non è la strada dell’alternativa, ma la strada più breve verso la prossima sconfitta.
Dentro il Nazareno il nodo è ancora più profondo. I cosiddetti riformisti rivendicano moderazione, cultura di governo, europeismo pragmatico, rapporto con imprese e ceti produttivi, ma troppo spesso questa identità si traduce più in potere di veto che in proposta. Vogliono contribuire a una sintesi del Pd, oppure restare abbastanza dentro da condizionarlo e abbastanza fuori da non rispondere fino in fondo delle sue scelte? Non costruiscono una linea alternativa compiuta: impediscono che la linea della segreteria diventi davvero linea del partito. Così custodiscono un secondo partito dentro il partito, abbastanza forte da frenare ogni sintesi, troppo reticente per proporne una propria. Due partiti in uno, però, non fanno un partito più grande: fanno un partito che non c’è. Intanto Conte sente crescere la pressione di chi vorrebbe archiviare il campo largo e ripartire da una campagna pacifista, identitaria, contro tutti. AVS può permettersi la purezza testimoniale, Renzi e Calenda hanno trasformato il centro in una disputa tra leadership incompatibili, ma Pd e M5S non possono giocare allo stesso gioco se pretendono di guidare il Paese.
Il punto, dunque, non è solo Conte contro Schlein. È la credibilità di un campo che parla di alternativa senza avere ancora una linea comune. L’Italia ha già visto coalizioni nate più contro qualcuno che per qualcosa: l’Unione di Prodi logorata dai veti, il governo gialloverde trasformato in convivenza armata, il Terzo Polo consumato dai personalismi. Possibile che da quei precedenti non sia arrivata nessuna lezione? Se domani in Parlamento arrivasse un nuovo voto sugli aiuti militari a Kiev, quale sarebbe la posizione comune? Il Pd voterebbe con la maggioranza europeista? Il M5S si smarcherebbe in nome del pacifismo? E il candidato premier difenderebbe la scelta in Aula o la smentirebbe in conferenza stampa? È su casi così, non sulle formule di laboratorio, che si misura una coalizione. Perché mentre loro pesano le parole, una famiglia pesa la spesa; mentre discutono leadership, un infermiere copre turni impossibili; mentre calcolano primarie e veti, un giovane decide se restare in Italia o partire. La politica non è un gioco di sigle: e salari, sanità, scuola, sicurezza senza propaganda, pace senza ambiguità. È verità, dignità delle istituzioni, giustizia sociale, libertà, solidarietà, Europa. Chi chiede fiducia deve meritarsela. Se il campo largo non sa difendere questi valori quando costano, se il Pd scambia le primarie per una via di fuga dalla propria verità interna, se i riformisti scelgono il veto invece della responsabilità, allora questa non è la costruzione di un’alternativa: è il copione già scritto di una sconfitta. Come può pretendere di governare l’Italia domani chi non riesce nemmeno a dire oggi che cosa vuole essere?
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