COME FUNZIONA IL COACHING EMOZIONALE?

 

UTILIZZARE LE EMOZIONI PER RISOLVERE I PROBLEMI
CON SE STESSI E CON GLI ALTRI

Il Coaching Emozionale permette di sciogliere in breve tempo i problemi e i disagi perché modifica il sistema comunicativo e di creazione dei significati che crea e mantiene i problemi. L’intervento di Coaching Emozionale esplicita i processi comunicativi e di creazione di significato e li modifica agendo su pochi punti-chiave del problema affrontato.

Accade, anche piuttosto spesso, che uno o due incontri siano già risolutivi per gran parte degli aspetti del problema.
In questi casi la soluzione raggiunta può apparire in seguito banale come un trucco svelato: spesso si trattava di rimuovere un ostacolo prima invisibile, un automatismo che rende ciechi, uno schema difensivo.

Qui di seguito delineo un processo-tipo di Coaching Emozionale giusto per darvi un’idea, ma voi sapete che può variare di persona in persona.

In genere il primo incontro prende avvio dalla definizione del problema in termini di disagio per giungere a definirlo nei termini dell’obiettivo da raggiungere. Seguono di solito da 1 a 4 incontri, che consistono essenzialmente in colloqui, alla conclusione dei quali si è invitati a seguire un programma di esercitazioni (spesso brevissime, di pochi istanti o minuti) centrato sui fulcri comunicativi generatori del problema o del disagio.

Si viene guidati nelle esercitazioni modificando il programma in funzione dei risultati. L’ultima fase è di supervisione, ha lo scopo di consolidare ed estendere i primi miglioramenti trasformando la risoluzione del problema in apprendimento.

UTILIZZARE LE EMOZIONI PER RISOLVERE I PROBLEMI
CON SE STESSI E CON GLI ALTRI 

E’ TEMPO DI COACHING!

CORSO LIBERO PER USARE BENE LE EMOZIONI:

Ecco un modo per imparare a riconoscere bene come si fa ad offendersi

Ti divertirai ad accorgerti di quanto sei efficace e veloce ad offenderti profondamente.

A che scopo riconoscere i meccanismi dell’offendersi?

Per affrontare bene qualsiasi problema è necessario prima di tutto uscire dallo stato di offesa che ci rende ciechi su quel che è importante per noi.

Sapendo riconoscere il nostro modo di offenderci stiamo molto meglio, ci sentiamo più liberi potenti e responsabili.

Ti sembra troppo? Prova …e comprenderai!

Di fatto quando saprai riconoscere bene come fai ad offenderti, saprai riconoscere via via ogni altra emozione e finalmente potrai usarla per quel che è importante per te invece che tentare di soffocarla, controllarla, gestirla o negarla.

Premessa importante: Questo non è un corso di think positive, non punteremo a sostituire un pensiero orrendo con uno rosa. E’ un lavoro sull’attenzione, su come osserviamo, non su quel che vediamo. Impareremo a liberare l’attenzione.

Considera l’attenzione come il fascio di luce di una torcia elettrica, dovunque lo punti puoi vedere. Ovunque lo sposti illumini, pertanto potresti illuderti di illuminare tutto, ma di fatto stai illuminando solo lì dove stai puntando il fascio di luce.

Per esempio: che sensazione provi in questo momento in una parte del tuo corpo? Scegli tu quale.

Per rispondere (anzi, ancora prima, nel capire la domanda) sposta il tuo fascio di luce in modo da illuminare …il tuo piede sinistro (l’hai scelto tu…) e accorgerti della sensazione che provi lì.
La sensazione era presente anche prima che la illuminassi, ma te ne accorgi nel momento in cui la illumini con la tua attenzione.

Ora cominciamo ad osservare, cominciamo a puntare la torcia: Come ti accorgi di esserti offeso?
Come fai esattamente ad offenderti?

Ormai ci offendiamo con grande velocità, offenderci ci viene automatico e può apparirci un tutt’uno, un blocco indistinto, qualcosa che ci capita e non qualcosa che facciamo. Ma offendersi non è un’operazione né naturale né semplice, è un processo complesso che implica un lungo addestramento.

Se tu volessi spiegare ad un bimbo marziano come offendersi, cosa gli diresti esattamente?

Cosa deve osservare, cosa credere, in quale relazione deve porsi con l’interlocutore, cosa deve temere, cosa valutare… per riuscire ad offendersi tanto? Ricorda una volta in cui ti sei offeso.

Se non ti viene in mente una volta in cui ti sei offeso …eccoti una ricetta per offenderti profondamente: prendi una persona a cui vuoi bene o che è importante per te (un amico, un genitore, un capo) dagli autorità in modo che i suoi pareri diventino commenti su di te; supponi che dia un giudizio negativo su di te rispetto a qualcosa che pensi determini il tuo valore e la tua identità; devi pensare che sia lui ad offenderti, perciò devi evitare di accorgerti di come tutto avvenga fra te e i tuoi pensieri;

Adesso di tutto questo processo mi interessa che tu punti l’attenzione sulla sensazione fisica dell’offendersi: in quale parte del corpo senti la sensazione di offesa? quanto è grande? a cosa assomiglia? come si modifica?

Insieme alla sensazione fisica dell’offesa ti venivano pensieri?

I pensieri danno significato alla sensazione e la acuiscono, la sensazione suscita i pensieri che specificano la sensazione.

Cosa ti dicevi? Con quale tono? Cosa ti immaginavi? Ti accorgi che pensieri e sensazione sono collegati?

Ti descrivo la dinamica dell’offendersi, seguila facendo riferimento ad una specifica volta in cui ti sei offeso.

Inutile cercare di capire in generale. Questa descrizione serve ad osservare:

  1.  Puoi certamente spostare il tuo fascio di luce…
  2.  …ma è bene che tu ti accorga che quando ti offendi la tua attenzione (il tuo fascio di luce) rimane catturata all’interno di un’area.

Ed è questo è Il punto centrale!

Con la tua attenzione catturata in questa area ti dividi in due:

  • da una parte ti immedesimi nell’idea di come dovresti essere da qui in avanti. E’ un’immagine che ha a che vedere con il futuro,
  • dall’altra ti immedesimi nell’idea di come temi di essere stato. E’ un’immagine che ha a che vedere con il passato.

Ti accorgi che quella volta in cui ti sei offeso stavi confrontando due immagini?

Ti accorgi che per tutto il tempo in cui ti stavi offendendo, rimbalzando tra il passato e il futuro, ti stavi perdendo il presente perdendoti quel che ti succedeva lì dov’eri in quel momento.

Con la paura di essere escluso e non amabile confronti queste immagini nel tentativo di farle corrispondere.

Il giudizio su di te emerge con il dialogo interno che commenta le due immagini.

Cosa ti dicevi esattamente? Con quali parole? Con quale tono?

Parlavi forse di giusto/sbagliato, di vero/falso o di ragione/torto? Oppure ne facevi una questione di principio, cercavi il colpevole, ti giustificavi… Cos’altro?

Se affermi con te stesso che corrispondi all’idea di come dovresti essere, quando ti offendi reagisci con RABBIA?
Quella volta lì, quella dell’episodio specifico a cui stai pensando, ti sei arrabbiato?

Se invece pensi di corrispondere all’immagine di come temi di essere stato reagisci con TRISTEZZA?

Ti sei intristito quella volta?

Spesso per contenere la rabbia ti deprimi (confondendo per realtà l’immagine di come temi di essere stato)?

Spesso per uscire dalla tristezza ti dai una botta di rabbia (affermando di corrispondere a come credi di dover essere)?

Rabbia e tristezza sono due aspetti dello stesso gioco di immedesimazione, si specificano a vicenda nel confronto e spesso si alternano sempre più velocemente fino a portarti al PANICO e/o alla DEPRESSIONE.
Ti ripetevi più volte le stesse frasi? Riconosci nella ripetizione una sorta di ossessione più o meno lunga e intensa?

Immedesimarsi nel futuro è molto utile per pianificare, come immedesimarsi nel passato lo è per apprendere.

Perciò non ti sto dicendo di non farti immagini, ma solo di non confonderle con la realtà in modo da mantenerti presente.

Questo significa utilizzare i tuoi pensieri invece che tentare di cambiarli o di sfuggirli.

Per pianificare fai qualche salto nel futuro, ti immedesimi e raccogli le inform-azioni che ti servono per dare risposta ai tuoi veri bisogni.

Per apprendere fai qualche salto nel passato e raccogli le inform-azioni che ti servono per proteggerti da quel che temi.

Se smetti di confonderli con la realtà, i pensieri (che sono ricchi di inform-azioni) diventano utili per dare forma alle azioni volte a soddisfare i tuoi bisogni e a proteggerti da quel che temi.

Quando esplori i tuoi pensieri per mantenerti presente puoi tener d’occhio: i tuoi veri bisogni, ciò che temi, il nesso fra ciò che fai e ciò che ottieni e i tuoi pensieri senza confonderli con la realtà.

Quando stai male tendi a fare affermazioni e agisci in modo da confermare i tuoi giudizi e le tue presunzioni?

Ti sei accorto che quando invece sei responsabile (capace di rispondere alla realtà) ti mantieni curioso, fai domande relative alle tue ipotesi?

Quando stai male, inseguendo immagini, sei in uno stato di dipendenza dal perfezionismo e non sei mai soddisfatto?

Ti sei accorto che quando tieni d’occhio i tuoi bisogni puoi dare forma responsabile alle tue azioni individuando per essi una misura di quanto basta a te?

Altro punto centrale di tutto ciò.

Quando ci offendiamo siamo completamente distratti da quel che conta per noi. Per questo siamo estremamente manipolabili.

La nostra attenzione si sposta continuamente su e giù dall’immagine di come dovremmo essere a quella che rappresenta come temiamo di essere stati.

Cerchiamo gratificazione (e sfuggiamo punizioni) adeguandoci a queste immagini, ecco perché diventa facile manipolarci.

E’ importante che tu ti accorga che per il tempo in cui rimani offeso sei cieco (metafora stretta) ai tuoi veri bisogni e pertanto non sei più capace di soddisfarli responsabilmente.

Mi sono spiegato?

E’ chiaro ora che nessuno ti offende e che, dividendoti, confrontandoti, attribuendo autorità, incastrandoti in un gioco di potere, immedesimandoti in immagini… sei tu a farlo?

Insomma, qualcuno dirà o farà una certa cosa, ma sei tu che ti offendi!

Ora puoi riconoscere una trappola manipolatoria tremenda: l’autostima.

Quando ci sentiamo male il sistema consigliato dal think positive è di stimarci di più, quello di sostituire il giudizio negativo su di noi con uno positivo.

Ti consigliano per esempio di affermare allo specchio “io sono bello, mi accetto, sono un vincente”.

Ti intrappolano con domande tipo “sei come vuoi essere?”, e nel rispondere assumiamo automaticamente i suoi presupposti impliciti: devi essere qualcuno, se vuoi puoi, puoi sapere come sei, puoi cambiarti, essere diversi da come si è desiderabile, insomma, ci illude della libertà di scegliere come essere mentre ci toglie quella di essere come siamo.

E’ un invito ad auto offendersi, a dimostrare di essere come pensiamo di dover essere e intanto che ci alieniamo da quel che siamo.

Che orrore! E’ un sistema per prendersi un po’ di droga autoprodotta!

Siamo indotti all’assuefazione e alla dipendenza. E saremo complici nel chiedere di manipolarci di più per procurarci una droga che non ci basterà mai.

Per smettere di offendersi non bisogna imparare a giudicarsi meglio o cambiare il giudizio, bisogna proprio smettere di giudicarsi.

E’ chiaro?

Cosa ti succede di terribile se smetti di giudicarti?

Vuoi migliorare te stesso?

Se ti chiedi “chi sono?” ti accorgi di non essere un oggetto, di non poter essere definito, e che qualsiasi tentativo di giudicarti ti trasforma in oggetto.

Puoi giudicare se il tuo agire soddisfa i tuoi veri bisogni, ma non te stesso.

Puoi migliorare il tuo modo di soddisfare i tuoi bisogni, ma non te stesso.

Per non crearti ostacoli a modificare i tuoi comportamenti in funzione di quel che conta per te, renditi conto che: non sei quel che pensi di te né il tuo comportamento né i risultati che ottieni; non sei neppure la tua buona intenzione, la buona intenzione (in cui capita di immedesimarsi, altra trappola) non garantisce che il comportamento sia adatto ad ottenere quel che si vuole, perciò fai attenzione a ciò che ottieni e modula il comportamento osservando le conseguenze di quel che fai.

Ogni tuo bisogno è definito da una misura di quanto ti basta, il tuo “abbastanza”, così puoi liberarti del perfetto o della credenza che di più significhi meglio.

Fai un elenco dei tuoi bisogni e definisci un livello di abbastanza per ciascuno.

Ti sei accorto ormai che per offenderti fai molto velocemente e in automatico una complessa operazione: ti giudichi dividendoti in due immedesimandoti in immagini accuratamente costruite nel tempo con la paura di essere escluso.

Nel farlo perdi di vista quel che è per te importante: non vedi i tuoi bisogni e il nesso fra ciò che fai e ciò che ottieni, e prendi i tuoi pensieri per realtà.

Chiaro che ne consegue un gran senso di impotenza, paura, scoramento ecc. che ti fa un gran male.

E allora, perché continui ad offenderti?

Perché ti droghi, ecco la risposta…

Hai solo bisogno di accorgerti che continui a cercare di ottenere quel che detesti.

Eccoti una lista di vantaggi perversi nel mantenere lo stato di offesa, leggila (facendo riferimento ad un tuo specifico episodio, per riconoscere il tuo godimento tossico.

Ti senti superiore, giusto, nella ragione, accusi, ti giustifichi, cerchi il colpevole del tuo star male, ne fai una questione di principio, ti senti vittima, credi di sapere quello che gli altri pensano, fai il processo alle intenzioni, ti immedesimi nelle tue buone intenzioni, ti immedesimi nella conformità del tuo comportamento, presumi di sapere già, parli di vero/falso e di giusto/sbagliato, non distingui i fatti dai significati che attribuisci loro… e cos’altro?

Insomma, ecco la forma del circolo tossico dell’offesa: ti ammiri in quanto soffri, e per poter continuare ad ammirarti mantieni la tua condizione di impotenza con la credenza che qualcun altro sia responsabile del tuo star male.

Quando sei tossico di offesa, nelle relazioni vai a caccia di collusione, di chi accetta e di chi ti dà le tue dosi di droga accogliendo e nutrendo il tuo senso di superiorità in quanto vittima.

E’ una danza macabra, se osservi bene ti accorgi che chi è offeso invita gli altri ad offendersi comunicandogli implicitamente di essere valutabile, non amabile incondizionatamente e identificato con il comportamento o i risultati che ottiene.

E poi il disastro: la conformità diventa la misura della tua sicurezza, il tuo sistema per ottenere premi e sfuggire punizioni, e questa sicurezza diventa la tua unica soddisfazione.

Sei ormai tossico di sicurezza, non crei fiducia.

E a quel punto sei nel gioco oppresso/oppressore: non punti a liberarti con la responsabilità di riconoscere e soddisfare i tuoi bisogni, ma punti a prenderti la tua dose punendo chi non si conforma, chi non si opprime come fai tu con te.

Preferirai avere a che fare con persone che ti premiano proprio per la tua alienazione in un circolo di inviti reciproci ad alienarsi per … che cosa?

Per non sentire il dolore dell’alienarti ti alieni.

E pensare che basta non perdere di vista i propri veri bisogni per accorgersi, farsi presente, rispondere e fare tutto un altro gioco.

Quando ti offendi ti immedesimi nei tuoi pensieri come al cinema ti immedesimi nel film: reagisci ai pensieri come se fossero realtà.

Cosa fai esattamente per immedesimarti?

Quando entri nella sala del cinema sei ancora presente a te stesso, ti guardi in giro e rimani contattabile per chi ti sta intorno.

Poi ti disponi ad immedesimarti: cerchi un posto comodo, è comodo un posto in cui non ricevi stimoli cui devi adattarti, cerchi una via libera fra le teste di chi ti sta davanti per poter guardare il film ignorandole, via via si impone il silenzio dei presenti perché si possa escludere dalla coscienza la loro presenza e non si debba rispondere loro, le luci si spengono e rimane solo lo stretto fascio di luce dello schermo che tu guardi come se fosse l’intera realtà cui rispondere.

Eccoti immedesimato, con un passaggio digitale, totale, 0-1, o sei immedesimato o sei presente.

Puoi passare dallo stato presente a quello di immedesimazione anche molte volte e anche velocemente, ma o sei immedesimato e reagisci al film, o sei presente e rispondi alla realtà.

Nessuna gradualità dunque. E se ci accorgiamo bene di questo siamo a cavallo!

Sì, perché vuol dire aver trovato una via per osservare i pensieri senza rimanere intrappolati nell’immedesimazione.

Si tratta di recuperare una posizione percettiva: puoi riallargare il fascio di luce fino a vedere con la coda degli occhi che ci sei, puoi ascoltare i rumori, suoni, parole, vicini e lontani e riappropriarti del posto nella vastità che stai considerando, puoi stare seduto sul tuo sedere e dentro le tue spalle accorgendoti dello spazio che occupi.

Questo mi è difficile da spiegare per post, molto più facile sarebbe farlo in tua presenza: ti accorgeresti di fatto, senza tante parole e ragionamenti, del cambio immediato di postura e della propriocezione, della percezione di te stesso.

Parlo proprio della percezione di te stesso lì dove sei adesso, non di giudizi, opinioni o altre idee di te stesso.

Immedesimarsi è utile per raccogliere informazioni per pianificare e per imparare.

Sapersi immedesimare è molto importante, altrimenti addio empatia.

Il punto è saper tornare presenti, non rimanere intrappolati nei pensieri confondendoli con la realtà.

Siamo molto lontani da think positive: lo scopo non è modificare i pensieri ma riconoscerne la natura di pensiero e non confonderli con la realtà, così da poterli utilizzare.

Fai questa prova: datti qualche secondo fra un passaggio e l’altro: pensa a un episodio specifico collegato ad emozioni sgradevoli (qualsiasi siano: rabbia, dispiacere, paura, disgusto, tristezza, gelosia, delusione…), dove provi nel corpo l’emozione? quanto forte la provi (vota da 1 a 10)?

Se la tua emozione è abbastanza forte (diciamo almeno 5) ti accorgerai che ti stai rappresentando mentalmente un film in cui ti immedesimi restringendo ad esso la tua attenzione.

Il tuo fascio di luce si restringe e, come al cinema, perdi di vista tutto ciò che non ne è illuminato, fino a non considerarne la presenza.

Ti accorgerai anche che se invece pensi a quello stesso episodio osservando ciò che ti sta intorno (come se al cinema mentre il film viene proiettato ti mettessi ad osservare la gente, i sedili…) diminuisce l’intensità della sensazione dell’emozione.

Segui passo passo questo esercizio:

L’esercizio ci guida in un processo semplice, in 5 tappe, che può sia rasserenarci sia aprirci alla trasformazione creativa della relazione.

Qui la spiegazione che vi aiuterà ad impostare passo passo il vostro esercizio.

1. Fare un elenco di episodi sgradevoli ai quali abbiamo reagito con un atteggiamento conflittuale.

Sono molto utili gli episodi in cui ci siamo sentiti aggrediti e quelli in cui siamo rimasti male, sia che abbiamo reagito con sottomissione sia con aggressione.

Non è necessario scrivere tutto con precisione, basta qualche parola chiave che ci permetta di ritornare mentalmente con velocità e precisione a ciascun episodio specifico.

E’ invece importante redigere un elenco piuttosto completo, o almeno lungo, in modo da rendere evidenti gli schemi ripetitivi delle nostre risposte.

Esempio:

a) Maria è entrata urlando nell’ufficio,

b) Giovanni non mi ha richiamata anche se me lo aveva promesso,

c) L’uomo mi ha superato in coda,

d) Il capo mi ha detto che avevo fatto male il lavoro solo perché non lo ha guardato bene

e) Vittorio non ha eseguito il compito come doveva

f) Franco è arrivato in ritardo anche se gli avevo detto che era importante

g) Valerio mi ha insultata

h) –

i) –

j) – …

2. Per ognuno degli episodi fare emergere a cosa esattamente abbiamo reagito.

Quando siamo bloccati in atteggiamenti conflittuali non reagiamo a ciò che accade, ma ad una nostra interpretazione di ciò che accade.

In questo caso la nostra reazione, automatica e veloce, ci appare l’unica possibile.

La forza di questo automatismo si fonda su due pilastri: lo stress e un’equivalenza arbitraria.

Rimaniamo chiusi nel circolo vizioso creato dall’interpretazione di ciò che accade come minaccioso e dallo stress che favorisce questo tipo di interpretazione.

Per far emergere a cosa abbiamo reagito automaticamente, dunque per fare emergere le equivalenze in base alle quali la nostra risposta ci è sembrata l’unica possibile, si può utilizzare questa struttura:

“il fatto che …(ciò che è accaduto) significa che …(ciò a cui presumibilmente ho reagito)”.

Riconoscere specificatamente quale sia l’interpretazione a cui abbiamo reagito apre uno spazio fra la nostra interpretazione e la risposta che diamo.

Questo passaggio ci serve anche a riconoscere l’emozione che tendiamo a negare agendo automaticamente, magari invocando la giustizia, le nostre ragioni e le nostre buone intenzioni.

Esempio:

  • Il fatto che Anna sia entrata urlando in ufficio significa che non rispetta il mio ruolo (emozione: come mi avessero calpestato),
  • Il fatto che Giovanni non mi abbia richiamato significa che non mi pensa (emozione: come fossi abbandonato),
  • Il fatto che l’uomo mi abbia superato in coda significa che al mondo non c’è più giustizia (emozione: come se tutto fosse sbagliato),
  • Il fatto che il Capo abbia criticato il lavoro significa che non gli importa dei nostri obiettivi (emozione: delusione)
  • Il fatto che Vittorio non abbia eseguito il compito significa che non mi rispetta (emozione: rabbia)

3. Per ciascuna equivalenza ipotizzare almeno 5 alternative.

Lo scopo di questo passaggio è di aprirci ad alternative invece che incanalarci in una reazione automatica.

Non è necessario che crediamo alle ipotesi che formuliamo, ciò che conta è che le formuliamo.

Se sono realistiche bene, se sono folli e umoristiche bene, e se sono depressive bene lo stesso, ma è preferibile trovare alternative che ipotizzino un’intenzione, che noi accettiamo, del nostro interlocutore.

Esempio:

Anna era spaventata, Anna aveva un granchio appeso alla gonna, Anna non conosce il mio ruolo, Anna non conosce i miei obiettivi,
Anna è diventata sorda,

Giovanni è finito in un burrone, Giovanni ha perso il numero telefonico, teme orribilmente le cornette del telefono, ha perso la voce, non vuole più vedermi

L’uomo stava correndo all’ospedale con il figlio in pericolo, si sente più potente quando supera le altre automobili, odia le auto come la mia, … …

4. Formulare tre domande per verificare ogni ipotesi.

Imparare a formulare delle domande è utile per disidentificarsi da qualsiasi interpretazione della realtà stiamo dando per scontata.

Esempio:

Temi qualcosa? Hai un granchio attaccato alla gonna? Sai a cosa serve qui la mia presenza? Sei finito in un burrone? Hai perso il numero telefonico? Temi orribilmente le cornette del telefono? … …

E’ fondamentale che la domanda sia una vera domanda e non una domanda retorica.

Ciò che distingue una vera domanda da una domanda retorica è l’apertura ad una risposta inattesa e potenzialmente spiazzante.

Sappiamo fare domande genuine quando ci pregustiamo gli eventuali spiazzamenti.

5. Scegliere la domanda che si preferisce in base alla piacevolezza dell’umore che suscita, al contesto che si vuole creare insieme al nostro interlocutore o alla possibilità di condividere quel contesto.

E’ assolutamente necessario che le domande siano poste con sincera curiosità, vale a dire con un vero interesse ad ascoltare la risposta.

Se manca l’interesse alla risposta, non faremmo che riconfermare sotto mentite spoglie la nostra reazione automatica.

Con questo esercizio è possibile imparare a:

  • darsi tempo, risorsa necessaria per permettersi di cercare alternative di comportamento agli automatismi,
  •  riconoscere i propri automatismi reattivi,
  •  riconoscersi responsabili, invece che vittime, delle proprie emozioni,
  •  accorgersi delle proprie emozioni invece che impersonarle,
  •  abbandonare la gabbia dell’aver ragione e la fiducia cieca nelle proprie intenzioni,
  •  accorgersi che reagiamo ai significati che attribuiamo ai fatti e non ai fatti direttamente,
  •  riconoscere i presupposti che guidano i propri comportamenti reattivi,
  •  flessibilizzare il sistema di attribuzione dei significati ai fatti, aprendosi all’ascolto di presupposti diversi,
  •  guadagnare una posizione percettiva di testimonianza rispetto ai propri stati d’animo e ai propri presupposti,
  •  riconoscere schemi abituali di reazione e motivarsi a cercare risposte alternative per essere liberi,
  •  proporre agli altri uno scambio che parte da una domanda amorevole invece che da una più o meno esplicita affermazione contrappositiva,
  • mettersi per scelta in una posizione spiazzata, e che dunque non teme lo spiazzamento,
  •  ridere

Come ogni esercizio anche questo necessita della ripetizione per esprimere tutta la propria potenza, ma già dai primi momenti è possibile coglierne il valore.

Sono pochi passaggi, poche attenzioni, perciò è possibile agirlo immediatamente.

Quanto più lo si sarà praticato in condizione di stress sopportabile, tanto più facile sarà applicarlo anche in situazioni altamente stressanti.

Questo esercizio ti è utile ad allenare la tua posizione percettiva di ri-spetto, quella in cui osservi e ri-osservi e continui ad osservare e basta, senza saltare a giudicare per prenderti una dose.

Quel che conta, nello svolgere l’esercizio, è che tu ti renda conto che astenerti dal giudizio e mantenerti curioso al paesaggio mentale altrui è gradevole.

Per questo è importante che alla fine dell’esercizio tu ti domandi “come mi sarei sentito se avessi posto questa domanda?” e poi che tu ti accorga dove esattamente nel corpo senti gradevolezza.

Dopo qualche volta che ti eserciti, diciamo anche meno di una decina di volte, il tuo corpo, che è più intelligente di te, perseguirà quella gradevolezza al posto della droga a cui lo avevi abituato.

“CI SIAMO, ORA SE TI OFFENDI VUOL DIRE CHE SEI PROPRIO SCEMO”
(ti sei accorto della forma di questa battuta?)

 

E’ TEMPO DI COACHING!

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