Contro la destra della clava, la lezione democratica di Mattarella…

Le parole di Sergio Mattarella alla cerimonia del Ventaglio vanno prese per quello che sono: un argine politico e morale contro una destra che confonde governo e prepotenza, autorità e vendetta, sicurezza e propaganda. Il Presidente non ha fatto un comizio, ma ha detto una verità che oggi va difesa a voce alta: la democrazia non è il dominio di chi vince, è il limite che impedisce alla maggioranza di appropriarsi dello Stato. Per questo al governo e ai suoi megafoni saranno fischiate le orecchie. Sul caso Roggero, davanti al carcere di Bollate, si è visto il repertorio più cupo della destra forcaiola: la visita politica al detenuto, la grazia agitata come plebiscito contro i giudici, la piazza contro le sentenze, il “bravo cittadino” trasformato in eroe perché ha sparato. È una cultura politica precisa: se la legge colpisce gli ultimi, va irrigidita; se tocca i propri miti armati e proprietari, va piegata, delegittimata, assediata. Mattarella ha rovesciato l’inganno: lo Stato che abdica non è quello che applica le regole, ma quello che lascia la pistola al posto della legge. Il richiamo vale per tutti, anche per chi ha balbettato davanti alla violenza in Val di Susa. Ma proprio qui esplode l’ipocrisia della destra: pugno di ferro con studenti, migranti, poveri e periferie; carezze politiche quando di mezzo ci sono proprietà, rancore, armi, fisco amico. La loro legalità è classista e intermittente: manganello contro gli altri, gomma da cancellare per i propri simboli. Qui sta la terzietà di Mattarella: non neutralità gelida, ma scelta costituzionale. Stare sopra le parti non significa mettere sullo stesso piano diritto e abuso; significa schierarsi dalla parte degli argini democratici contro chi li vuole travolgere con lo squadrismo verbale, la giustizia sommaria, la paura trasformata in consenso e la rabbia sociale convertita in Codice penale. In questo Mattarella richiama la migliore tradizione dei leader democratici: da Washington, che mostrò che un presidente non è un re, a Merkel, capace di difendere la pazienza delle procedure, fino a Biden quando ha opposto le istituzioni all’assalto populista. Storie diverse, un principio comune: il potere democratico non si misura dalla forza con cui travolge i limiti, ma dalla disciplina con cui li accetta. Il caso Roggero è solo il simbolo. Lo schema è sempre lo stesso: si prende un fatto di cronaca, lo si gonfia a emergenza, si indica un nemico, si promette galera, si accusa chi difende le garanzie di stare con i criminali. Rave, Cutro, Caivano, occupazioni, proteste, carceri, Albania, fermo preventivo: tutto diventa materia prima per fabbricare paura e disciplina sociale. Non governo dei problemi, ma sfruttamento politico del panico; non sicurezza, ma ideologia penale; non ordine democratico, ma educazione all’obbedienza. È propaganda securitaria allo stato puro: prendere una paura reale e trasformarla in rendita politica. Non si rafforzano scuola, servizi, procure, forze dell’ordine e prevenzione: si annuncia l’ennesima stretta, si inventa l’ennesimo nemico, si prepara l’ennesimo titolo. Norme-manifesto, riconoscimento facciale agitato come totem, decreti scritti per occupare i telegiornali più che per governare davvero. La sicurezza richiede competenza; la destra preferisce il manganello retorico. I numeri smontano la sceneggiata. Nel 2024 gli omicidi volontari sono stati 327, in calo del 2,1 per cento sul 2023; nel decennio 2015-2024 sono diminuiti del 33 per cento. Eppure, il 26,6 per cento delle famiglie percepisce rischio criminalità nella propria zona. È lì che la macchina della paura lavora: gonfia l’allarme anche quando i reati più gravi non descrivono affatto un Paese fuori controllo. Intanto il carcere, risposta universale della destra penale, scoppia: 61.861 detenuti a fine 2024, affollamento al 120,6 per cento, con stime effettive oltre il 132 per cento. Più galera non significa più sicurezza: significa più propaganda, più disperazione, più fallimento dello Stato. La qualità del governo si vede quando finisce la propaganda. Con leggi simili si possono produrre disastri o risultati: lasciare degenerare la Val di Susa o gestire una grande manifestazione senza trasformarla in campo di battaglia. La differenza non la fanno i proclami, ma cultura istituzionale, dossier conosciuti, garanzie rispettate. Tutto ciò che la destra della clava considera un fastidio. Per questo la lezione di Mattarella va raccolta come una linea di resistenza democratica. Il Paese non è una caserma, la giustizia non è un regolamento di conti, la sicurezza non è una clava elettorale. La Repubblica non appartiene a chi urla di più, né a chi brandisce il voto come lasciapassare per piegare tutto. Appartiene alle regole comuni, alla Costituzione, agli argini che impediscono al potere di diventare abuso. Mattarella li ha indicati. Ora la politica scelga da che parte stare: con la democrazia delle garanzie o con la destra che continua a picconarle…

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