Crescita: qual è la “scossa” che serve all’Italia per riprendersi?

L’economia italiana anche in questo 2016 non sembra proprio in grado di uscire dalle sabbie mobili della recessione, le difficoltà in cui continua a dibattersi sono legate ad un insieme di nodi difficili da sbrogliare: da una parte i nostri vizi antichi che già a partire dagli anni Novanta hanno messo il freno al nostro prodotto interno lordo, dall’altra le vicende europee con le sue regole vincolanti, che ci hanno imposto ormai da qualche anno un percorso di risanamento faticoso.
Sta il fatto che… è nel 2000 che il nostro Paese ha sperimentato per l’ultima volta una crescita robusta, con +3,7 per cento, ma poi in questo nuovo secolo l’incremento del Pil è tornato solo una volta sopra la soglia del 2 per cento. E subito dopo è iniziata la grande crisi, prima nel segno degli Stati Uniti e delle sue banche, poi dei debiti pubblici europei.
Il governo guidato da Matteo Renzi dovrà ancora una volta rivedere entro il corrente mese di settembre le proprie stime di crescita, dovendo prendere atto del dato sul prodotto del secondo trimestre, che l’Istat ha già diffuso. E lo stesso presidente del Consiglio e il suo Ministro dell’Economia …seppur a denti stretti, hanno già dovuto riconoscere… è così praticamente impossibile confermare l’obiettivo fissato ad inizio d’anno, ossia quel pur modesto incremento dello 0,8 per cento…

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Ora, è chiaro che non esiste una ricetta magica per la crescita. Né si può pensare che la spinta all’economia venga solo dall’azione di un governo. Ci sono però scelte che possono contribuire a riportare il Paese su un sentiero di sviluppo, soprattutto se perseguite con coerenza nel tempo. Il quadro è naturalmente variegato, ma alcuni importanti elementi in comune emergono nelle varie e pur diverse analisi in cui un po’ tutti si cimentano.

Vediamole: vi è la necessità di alleggerire in modo sensibile un carico fiscale che si è fatto insopportabile in particolare con l’avanzare della crisi. Quella di rilanciare davvero l’investimento pubblico, vera vittima della stagione della stretta sui bilanci… al momento di tagliare la mannaia è sempre caduta in maniera più pesante su questa voce anziché sulle uscite correnti. Ma una vera spinta agli investimenti non può che passare per l’Europa, e questo a sua volta richiede un cambio di marcia sia delle strutture comunitarie che degli stessi governi. Poi certo ci sono i mali atavici del nostro Paese, la burocrazia, l’insufficiente livello di innovazione: occorre agire anche su questi ma i tempi saranno inevitabilmente più lunghi.

La crescita è invece un imperativo urgente. In molti chiedono regole semplici, certe e stabili nel tempo. Ecco perché alcuni tra questi ritengono che le riforme costituzionali che andranno al referendum siano essenziali. Ritenendole la “chiave” per accendere il motore dell’economia. Non voglio dire di no. Ma mi sembra che se parallelamente non si attui un piano urgente di rilancio dell’economia reale, per far recuperare competitività e permettere alle nostre imprese di andare sui mercati esteri a pari condizioni con i concorrenti stranieri… le riforme da sole non serviranno un gran che.

Il perno di questa strategia: è puntare sull’impresa manifatturiera. Attuando un’azione retta da tre i pilastri: ridurre i costi, rilanciare gli investimenti, dare liquidità.
Per ridurre i costi occorre partire dal carico fiscale sul lavoro, abbattendo l’Irap, che è una vera tassa sull’occupazione, e dal costo dell’energia, evitando, come fatto con il taglia-bollette, di distribuire pochi benefici a centinaia di migliaia di soggetti.
Rilanciare quindi gli investimenti è il secondo imperativo, a partire da quelli in Ricerca & Innovazione. La leva fiscale è il grimaldello che se usato in modo virtuoso può dare frutti straordinari. In altri paesi che hanno seguito questa strada è stato così. Per questo serve liquidità. Vanno sbloccati i prestiti alle imprese, anche sfruttando le misure della BCE, e pagati subito tutti i debiti della PA.
Occorre un piano credibile per ridurre le imposte. Gli effetti della recessione picchiano ancora duro sulle imprese che continuano a chiudere e sulle famiglie, ancora molto prudenti per il futuro incerto.
Per Pil e consumi non c’è ancora nessun chiaro segnale di risveglio ed è evidente che l’export da solo non basta a spingere l’economia.
Il 2016 non sarà certamente l’anno della ripresa. In questo quadro la priorità è quella di un’unica, grande riforma economica: quella fiscale. Con l’obiettivo di ricostituire il potere di acquisto delle famiglie. Perché deve essere chiaro a tutti che l’attuale livello di pressione fiscale su famiglie e imprese è incompatibile con qualsiasi concreta prospettiva di ripresa.

Quello che serve, dunque, è una certa, graduale e sostenibile riduzione delle tasse perché solo così si possono stimolare nuovi investimenti, favorire nuova occupazione e soprattutto si può dare una “scossa” tangibile alla domanda interna che, per consumi e investimenti vale l’ottanta per cento del prodotto interno lordo e che può favorire una ripresa più robusta e duratura. Per fare questo occorre agire su due leve fondamentali: da un lato, controllo, riduzione e riqualificazione della spesa pubblica, e qui occorre davvero usare il bisturi su quegli ottanta-cento miliardi di sprechi ritenuti aggredibili sia a livello centrale che periferico.
Dall’altro, fare in modo che ogni euro recuperato dalla lotta all’evasione e all’elusione fiscale venga destinato alla riduzione della tasse.

Occorre recuperare la fiducia della gente …per spezzare la crisi. In questi mesi è cresciuta la valutazione internazionale dell’Italia e sono affluiti capitali sui nostri titoli azionari e di Stato e per gli aumenti di capitale (in particolare delle banche) che hanno avuto successo. Paradossalmente vi è più fiducia dall’estero verso l’Italia che di troppi italiani verso l’Italia stessa. Non bisogna arrendersi a stati d’animo del genere… certo nemmeno sottovalutare i gravi problemi esistenti: occorre non rassegnarsi ad essi ma favorire uno spirito costruttivo anche quando non gioca la Nazionale di calcio. Occorre rifiutare ogni pessimismo strumentale: non si tratta di diventare ottimisti comunque, ma di imprimere un ottimismo della volontà. In tal senso sarà decisiva la prossima legge di stabilità con le misure che emergeranno. Anche le recenti decisioni assunte dalla Bce per tutta l’Europa potranno contribuire a dare concretezza a un nuovo clima di fiducia. Non è un sogno astratto, ma un obiettivo concreto e realizzabile per innestare un nuovo circuito virtuoso per più produttività e occupazione, anche con più solidi valori etici.

Occorre, più libertà sul deficit per le spese produttive. L’Europa vive una fase difficile, ma deve capire quali siano i reali margini di manovra economici, ovvero fino a dove si possa arrivare per sostenere crescita e occupazione.

La questione che si pone in questa nuova fase è la stessa per tutti i paesi europei: intendiamo accontentarci di un tasso di crescita leggermente positivo dopo sei anni di segno negativo e di stagnazione, oppure ci decideremo finalmente a prendere misure all’altezza della situazione, molto più radicali, che prevedano spese d’investimento e un aumento transitorio del deficit pubblico nella maggior parte dei paesi europei?
In altri termini, o l’Europa si accontenta di registrare unicamente gli aumenti del deficit che sono conseguenza diretta della riduzione del Pil, oppure farà scelte più dinamiche e accetterà aumenti del debito per incoraggiare gli investimenti e facilitare la crescita.
Non mi riferisco a cifre o percentuali: è necessario mettersi d’accordo su quali spese si possano considerare produttive, educazione, ricerca, ambiente energie rinnovabili.
O l’Europa accetterà che queste spese possano essere finanziate con prestiti e questo servirà a tutti Italia compresa o continuerà con la sua politica puramente aritmetica.
Basta con le percentuali e le cifre magiche, bisogna essere intelligenti e pragmatici. eurozona
La crisi non è finita! E dopo anni di austerity anche la locomotiva Germania sta perdendo colpi. Segno che le politiche europee di contenimento della spesa pubblica e di tagli radicali agli investimenti (-47% in Italia solo nell’edilizia dall’inizio della crisi) non hanno sortito gli effetti sperati, anzi hanno contribuito alla recessione.

Tra le peggiori performance c’è sicuramente quella del nostro Paese che per ripartire non può che puntare sull’edilizia: unico vero motore del mercato interno. Messa in sicurezza delle scuole, manutenzione del territorio, riqualificazione delle città sono alcuni dei principali capitoli sui quali dobbiamo concentrarci nei prossimi mesi. Ma per riuscire a mettere in atto questi ambiziosi programmi, ci vuole una forte spinta politica e il coraggio di superare dogmi finanziari che hanno frenato finora ogni possibilità di ripresa.
Come il limite del 3% del rapporto deficit/Pil, un parametro anacronistico e arbitrario, o il patto di stabilità che non consente alle amministrazioni pubbliche di fare manutenzione, pagare le imprese e garantire servizi efficienti ai cittadini.
Ci vuole dunque un grande piano di opere pubbliche diffuse… su tutto il territorio da realizzare con regole ordinarie, all’insegna della trasparenza e della legalità.
Si, tutto questo, dentro il quadro di programma europeo di investimenti.
Infatti, tutta l’Europa è ferma… per un semplice motivo: manca una politica economica europea. All’interno del continente naturalmente c’è qualcuno che va avanti e qualcuno che va indietro, ma questo succede anche nel nostro Paese. E non ha senso rallegrarsi perché la Germania rallenta un po’, visto che il suo rallentamento danneggerà anche noi.
C’è una sola cosa da fare, subito: i 18 governi dell’Eurozona devono smettere di credere che questa sia composta da 18 Paesi indipendenti, come se l’Europa fosse solo un’espressione storico-geografica. È necessario agire insieme. Invece, come nel caso della polemica sulla flessibilità, passiamo il tempo a discutere su come interpretare la mole di regole che abbiamo prodotto.
La crescita però bisogna meritarsela: la Cina ad esempio è riuscita a ripartire dopo i provvedimenti del governo. Noi europei rischiamo di diventare l’ultimo vagone del treno globale, di dipendere da quello che si decide altrove.

globalizzazione

Dobbiamo piantarla con il giochino di darci la colpa l’un l’altro e iniziare a muoverci. In concreto, si tratta di attivare rapidamente un piano europeo di investimenti, un piano congiunto anche se differenziato nei vari Paesi. Le cose da fare sono quindi tante… e alle parole devono seguire i fatti… altrimenti continuerà il nostro declino.

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