Democrazia sotto assedio

Dalla Silicon Valley a Washington, da Roma a Budapest, cresce un’alleanza tra miliardari tech, destre radicali e governi autoritari: lascia in piedi le urne, ma svuota la democrazia dall’interno

La crisi non nasce solo nei palazzi del potere. Comincia nella vita quotidiana: nella scuola ridotta a fabbrica di competenze, nel lavoro che vale meno della rendita, nella memoria storica trattata come un fastidio, nelle relazioni filtrate dagli schermi, nel bene comune diventato una parola fuori moda. In quel vuoto sono entrati mercato, tecnologia e denaro. La politica, invece di chiedersi quale società vogliamo costruire, si è spesso ridotta ad amministrazione. Così capitale e tecnica hanno occupato il suo spazio: non più scelte collettive, ma gestione privata di dati, bisogni, paure e desideri. È dentro questa crisi che pochi ultraricchi hanno smesso di limitarsi a influenzare la politica. Ora la finanziano, la occupano e la piegano ai propri interessi. Parlano di libertà, ma costruiscono dipendenza. Attaccano lo Stato quando aiuta i cittadini, ma lo vogliono forte quando difende profitti, monopoli e dati. Il rischio non è solo economico. È democratico: i cittadini diventano utenti, consumatori, bersagli elettorali e lavoratori controllati. Negli Stati Uniti, Trump ha portato al centro del governo ricchezze enormi. Il denaro non resta fuori dal potere: entra, pesa e decide. Una minoranza legata a tecnologia, media, finanza e dati trasforma la ricchezza in influenza politica. Il caso Elon Musk è il simbolo di questa stagione: centinaia di milioni di dollari spesi nel 2024 per sostenere Trump e i repubblicani. Non beneficenza, ma investimento politico. Se chi possiede piattaforme, satelliti, social network e contratti pubblici finanzia il potere, quanta politica resta davvero libera? La questione è ormai evidente: che cosa resta della politica se le grandi piattaforme decidono cosa vediamo, leggiamo e diciamo? Chi controlla reti, algoritmi e dati controlla una parte della vita pubblica. La democrazia rischia di diventare una facciata, mentre cresce un potere privato e poco trasparente che orienta le persone e controlla il lavoro. Cambridge Analytica ha mostrato il volto politico di questo meccanismo: dati personali e paura trasformati in messaggi elettorali mirati. Citizens United ha aperto la strada al denaro privato nelle campagne americane. Quando pochi miliardari possono pesare più di milioni di cittadini, non è pluralismo: è potere comprato. Con l’intelligenza artificiale il salto è ancora più pericoloso. Società come Palantir lavorano con governi su dati, sicurezza e immigrazione. Quando aziende private aiutano lo Stato a collegare banche dati, creare profili e indicare bersagli, il confine tra sicurezza e persecuzione si assottiglia. Se tutto questo incontra nazionalismo e razzismo, la discriminazione può diventare una procedura tecnica. La frontiera più estrema è l’incontro tra tecnologia e genetica. Test genetici, AI e selezione degli embrioni possono aprire una nuova eugenetica di mercato: non più imposta dallo Stato, ma venduta come scelta privata. I ricchi potrebbero comprare prevenzione e selezione; i poveri restare esclusi e colpevolizzati. I dati genetici potrebbero pesare su lavoro, assicurazioni e servizi. Una macchina potrebbe decidere quanto vale una persona prima ancora che nasca.
Per questo servono regole forti: stop agli usi eugenetici della genetica; divieto di usare dati genetici e biometrici per lavoro, assicurazioni, credito o controllo sociale; autorizzazione pubblica per l’AI in sanità, scuola, lavoro, migrazione e sicurezza; controlli indipendenti sugli algoritmi. Senza regole vere, sarà il mercato a decidere il destino biologico e digitale delle persone. Non è solo una questione americana. Nel trumpismo e nei suoi imitatori internazionali il legame tra ricchezza privata, tecnologia, propaganda e autoritarismo è particolarmente visibile. Parlano di ribellione al sistema, ma costruiscono un sistema ancora più chiuso e diseguale. Gli autocrati sono il laboratorio di questo modello. Orbán ha mostrato come si possa mantenere il voto e, nello stesso tempo, svuotare stampa, magistratura, università e società civile. Altri regimi usano sorveglianza, propaganda digitale e controllo dei dati. I miliardari offrono soldi e tecnologia; gli autocrati il metodo; i populisti la traduzione elettorale. I casi recenti lo confermano: Putin usa guerra e repressione; Erdoğan concentra il potere; Bukele governa con lo stato d’eccezione; la Cina è il modello più avanzato di controllo digitale. È una globalizzazione autoritaria: regimi che imparano gli uni dagli altri e si scambiano strumenti, linguaggi e impunità. In Italia, l’avvicinamento di Giorgia Meloni al modello MAGA si inserisce in una storia politica precisa: Movimento Sociale Italiano, Alleanza Nazionale, Fratelli d’Italia. Non significa dire che siamo tornati al Ventennio. Significa riconoscere una cultura dell’ordine, del capo, dell’identità contro il pluralismo. Una democrazia ridotta a governo del leader, con sospetto verso avversari, giudici, stampa e minoranze. La contraddizione è evidente. Si parla di popolo, ma il potere va ai padroni delle piattaforme. Si parla di sovranità, ma si dipende da infrastrutture private globali. Si promette protezione, ma si prepara disciplina. Il rischio è una democrazia che continua a votare, ma diventa sempre più autoritaria, diseguale e dura con migranti, poveri, minoranze e dissidenti. Di fronte a questa offensiva, la sinistra appare spesso senza voce. La sua crisi non è solo di voti: è di idee. Ha smarrito il sogno che la rendeva necessaria — dignità del lavoro, uguaglianza, libertà, accoglienza, convivenza tra culture diverse. Mentre la destra costruisce potere, reti e propaganda, la sinistra resta sulla difensiva, aggrappata a regole e procedure. Ma contro un progetto mondiale di dominio serve un progetto mondiale di liberazione. Rilanciare la sinistra significa tornare nei luoghi dove i problemi si vedono: lavoro povero, affitti impossibili, sanità lenta, scuole fragili, giovani senza futuro, anziani soli. Le battaglie devono essere poche e riconoscibili: salari dignitosi, casa, sanità e scuola pubbliche, ambiente, diritti, tecnologia controllata dai cittadini. La sinistra deve parlare semplice, dire chi guadagna e chi paga, unire chi oggi è diviso. Non basta vincere le elezioni: bisogna ricostruire comunità e potere collettivo. È un lavoro enorme, ma necessario. La sinistra deve difendere la democrazia liberale non come un rito stanco, ma come spazio vivo di libertà, diritti, pluralismo e controllo del potere. E deve legarla a un’economia per tutti: salari dignitosi, casa, sanità, scuola, lavoro stabile, tecnologia al servizio delle persone e non dei monopoli. Senza giustizia sociale la democrazia diventa fragile; senza democrazia l’economia diventa dominio dei più forti. Un futuro diverso è possibile, ma va costruito. Serve tassare grandi patrimoni e monopoli digitali, riportare dati e Al sotto controllo pubblico, ricostruire welfare, salari e servizi, difendere migranti e minoranze, unire lavoro, ambiente e diritti. Non si tratta di rendere l’oligarchia più gentile. Si tratta di toglierle il comando. La posta in gioco è questa. Il nuovo potere non deve cancellare la democrazia: gli basta svuotarla. Lascia il voto, ma lo rende debole. Lascia le istituzioni, ma le piega ai più forti. Si veste da efficienza, sicurezza e innovazione. Ma il suo nome è dominio. Non modernità, non sovranità, non popolo. È il dominio dei nuovi padroni sulle nostre vite, senza chiederci più il permesso.

Maurizio Dal Santo

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