Disuguaglianze in forte aumento e all’indomani della crisi, l’Italia peggio dell’Europa…

“…per dare un futuro alla vita

e valore al futuro”

(motto dell’ASviS)

Lo so che già lo sapete e che ho già scritto diffusamente del tema delle diseguaglianze… ma non sapete del  riscontro ampio che ricevo sull’argomento. Proprio nella mia attività di Life& Business Coach… Ora essendo un  Coach più per passione che per altro… mi ritrovo spesso molti  potenziali coachee, che mi contattano per chiedermi dei servizi di Business coaching  pensati e progettati per affrontare i cambiamenti del “nuovo” mondo lavorativo disegnati dal Job Act…  chiedendomi anche, sul versante Life di come posso aiutarli nel superare l’ulteriore frustrazione provocatagli dal gap delle diseguaglianze retributive. Lo incontrano ormai giornalmente nella ricerca di un occupazione qualsiasi, fatto che ancor di più precarizza la loro vita lavorativa e alla fine la loro qualità esistenziale…

Dunque il 10% più ricco della popolazione nell’area Ocse ha un reddito medio disponibile che vale nove volte quello del 10% più povero. Ma in Italia è anche peggio, il divario è pari a 11 volte. Se dal dopoguerra in poi le disuguaglianze si erano lentamente attenuate, negli ultimi vent’anni il fenomeno s’è invertito e con la crisi le distanze tra poveri e ricchi si sono accentuate. L’indicatore composito elaborato dall’ASviS (Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile – un’organizzazione nata l’anno scorso 3 febbraio 2016, su iniziativa della Fondazione Unipolis e dell’Università di Roma ‘Tor Vergata’) …per l’Obiettivo 10 dell’Agenda 2030 dell’Onu indica un significativo peggioramento della situazione italiana, perché passa dall’86 del 2004 al 68,4 del 2015 a causa della variazione negativa del reddito familiare pro-capite e dell’indice di disuguaglianza del reddito disponibile. 

Note:
Ricordiamo che l’indicatore composito ci informa sul trend, ma non sulla distanza che separa l’Italia dai Target fissati dall’Agenda 2030.
L’indicatore composito relativo all’Obiettivo 10 è stato costruito sulla base dei seguenti indicatori:
-Tasso di variazione del reddito familiare pro-capite per il 40% più povero della popolazione;
-Tasso di variazione del reddito familiare pro-capite per il totale della popolazione;
-Indice di disuguaglianza del reddito disponibile;
-Percentuale di persone che vivono in famiglie con un reddito disponibile equivalente, inferiore al 60% del reddito mediano.
I dati dettagliati sugli indicatori relativi a questo Goal si possono ricavare interrogando il database interattivo dell’Alleanza.
Leggi l’Analisi del Goal 10 nel Rapporto ASviS 2017 e le proposte dell’Alleanza su Povertà e disuguaglianze.

Una situazione dalla quale non si esce senza interventi precisi, mirati, sottolinea l’Associazione: per ridurre la disuguaglianza occorre innanzitutto potenziare il Reddito di inclusione, che entra in vigore dall’anno prossimo ma con una dotazione insufficiente a raggiungere chi si trova in gravi difficoltà economiche in Italia. Ma non basta: servono anche servizi di qualità, soprattutto nei settori dell’istruzione, della salute, nonché misure contro la povertà,  la fame e per la parità di genere, che sono di importanza strategica assieme ad altri “goal”,  per mettere tutti in condizione di avere le stesse opportunità. Infatti la riduzione delle disuguaglianze, prima ancora di essere un obiettivo dell’Agenda 2030, o uno dei quattro obiettivi di benessere che sono entrati per primi nella legge di Bilancio, è uno dei principi più importanti della Costituzione Italiana: il secondo comma dell’art. 3 impegna la Repubblica a “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. Le disuguaglianze infatti, come più volte sottolineato in altri post pubblicati qui,  non si limitano al reddito, ma incidono pesantemente su tutti gli aspetti della vita, e tendono a perpetuarsi di generazione in generazione perché i genitori che si trovano in una situazione di svantaggio non riescono a trovare i mezzi per far sì che i propri figli si possano trovare in futuro in una situazione migliore. Un esempio per tutti: i figli di genitori con titoli di studio più elevati hanno probabilità assai minori di abbandonare la scuola o di trovarsi nella condizione di non lavorare e non studiare, e i figli di genitori con al massimo la scuola dell’obbligo hanno un tasso di abbandono scolastico del 27,3% che si riduce al 2,7% per i figli di genitori con almeno la laurea. Le disuguaglianze incidono sulla salute delle persone già prima della nascita: un’indagine presentata alcuni anni fa alla Conferenza Nazionale di Statistica dal titolo “Le disuguaglianze sociali alla nascita” ha dimostrato che la condizione dei genitori, e in particolare della madre, incide direttamente sulla salute del figlio. Per esempio una madre con un titolo di studio basso, non oltre la licenza media inferiore, ha più probabilità di una laureata di partorire un figlio con un peso inferiore ai due chili e mezzo, e non per predisposizione naturale, ma perché conosce meno i percorsi della prevenzione. La differenza è ancora più drammatica fra le madri italiane e le immigrate: il tasso di mortalità dei neonati nelle Marche è del 2,9 per mille per le italiane e del 3,2 per mille per le immigrate; inoltre queste ultime hanno un rischio maggiore di partorire bambini sottopeso e con sofferenza neonatale, circostanze che hanno ricadute negative nella salute anche nell’età adulta… Le diseguaglianze, non riguardano solo l’Italia e l’area Ocse, ma riguardano l’intero Mondo. Infatti, mai così tanti soldi nelle mani di pochi: E il 2016 è stato l’anno d’oro dei super ricchi della Terra… Il rapporto annuale della banca privata Ubs ci dice che: nel mondo ci sono 1542 miliardari e la loro ricchezza vale il doppio dell’intero PIL del Regno Unito… Dalla Gilded Age del primo Novecento, l’ “età dorata” del capitalismo rampante in cui i Rockefeller, i Carnegie e i Vanderbilt costruirono rapidamente le loro spettacolari fortune, non c’era mai stata una tale concentrazione di ricchezza nel mondo. Mai così tanti soldi nelle tasche di così pochi, una diseguaglianza tale che suscita ormai il timore di una reazione avversa, proprio come accadde un secolo fa, con le nazionalizzazioni in America e la rivoluzione bolscevica in Russia… E’ il risultato del “Billionaires Report”, il rapporto annuale della banca privata Ubs che in collaborazione con la società di consulenze finanziarie PCW censisce i super ricchi della terra e le loro fortune economiche… L’indagine afferma che lo scorso anno i miliardari del pianeta hanno aumentato il proprio patrimonio collettivo di ben un quinto, arrivando a un totale di 6 trilioni di dollari (6 mila miliardi di dollari), pari al doppio del PIL per l’appunto di un paese del G7 come la Gran Bretagna. Sul quotidiano Guardian, che riporta per intero la ricerca si legge che oggi ci sono 1542 miliardari, e che le ricchezze di 145 di questi milionari hanno superato il muro del miliardo di dollari… Ma anziché festeggiare, vecchi e nuovi miliardari sono preoccupati: Josef Stadler, autore del rapporto e capo del dipartimento ultra ricchi della Ubs, osserva che molti suoi clienti temono le conseguenze sociali e politiche di una concentrazione di ricchezza senza eguali dal 1905 in poi. “Siamo nel secondo anno del picco di una nuova Gilded Age”, scrive Stadler. “La domanda è come la società mondiale risponderà a un fenomeno del genere”. La reazione alle fortune nei settori del petrolio, dell’acciaio e delle banche nate negli Usa tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del secolo successivo spinsero il presidente americano Theodore Roosevelt a scorporare le grandi società e aumentare le tasse. “La crescita dei miliardari è sostenibile?”, si domanda alla fine il rapporto, “o finirà come è finita la prima Gilded Age?” (il termine deriva dal titolo di un romanzo di Mark Twain). Recentemente il Fondo Monetario Internazionale ha proposto che l’1 per cento più ricco della popolazione paghi più tasse per ridurre livelli “pericolosi” di diseguaglianza. Che sia giunto il momento che a pagare siano i Ricchi? Secondo Ubs e PCW, i miliardari non arricchiscono soltanto se stessi, riversando “il 98 per cento” del proprio patrimonio nella società e impiegando globalmente il lavoro di 27 milioni di persone, come dire l’intera forza lavoro del Regno Unito. L’impressione di una classe arrogante ed egoista, conclude il rapporto, sarebbe dunque “sbagliata”, ma è la ragione per cui i super ricchi di tutto il mondo sono divenuti (intenzionalmente) sempre più attivi nel campo della filantropia (vedasi Bill Gates)… Simili statistiche sono apparse sempre più numerosamente negli ultimi anni, come quelle diffuse dall’associazione umanitaria Oxfam, secondo cui le otto persone più ricche della terra hanno una fortuna pari a quella del 50 per cento più povero della popolazione mondiale. E il numero dei miliardari è raddoppiato dalla grande crisi finanziaria del 2008, duramente pagata dalla classe media e dalla classe lavoratrice occidentale…

*le immagini nel post rappresentano i goal (obiettivi) dell’Agenda 2030 dell’Onu per combattere le diseguaglianze.

 

“E sempre tempo di Coaching!”

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