Elezioni europee: Che Europa sarà? E’ probabile uno shock politico?

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2019

Con le elezioni europee ormai dietro l’angolo,  mancano poco più di 30 giorni, cresce l’esigenza di capire quale Europa emergerà dalle urne. Si prospetta una risicata maggioranza per i partiti moderati e l’ascesa di gruppi più nazionalisti ed euroscettici in quello che sarà il Parlamento UE più frammentato di sempre. Cosa attendersi dunque dall’Europa su euro, migrazioni, lavoro e disuguaglianze, e politica estera? Come si giocherà dopo il voto la partita delle nomine dei vertici Ue? Più in generale, di cosa dovrà occuparsi l’Europa del futuro in un mondo di grandi potenze? E soprattutto a pochi dalle elezioni europee cosa pensano gli italiani delle istituzioni comunitarie? Come è cambiata la loro opinione nel tempo? Quali le possibili maggioranze e le alleanze tra i partiti? In questo ultimi anni i deludenti risultati dell’Eurozona e la crisi dei partiti di centro-sinistra annunciano anticipatamente la possibilità di una svolta politica con le elezioni europee di maggio. E’ quindi probabile che perda peso la Commissione e che il potere si concentri nel Consiglio, organismo formato dai governi che si muoveranno più autonomamente rispetto ai vincoli europei… così non potranno più scaricare le colpe sugli eurocrati, ma da ciò potrebbe derivare finalmente un cambio di direzione nella politica economica europea. Dieci anni dopo la crisi globale del 2008 l’Eurozona continua a vivere in una condizione di sofferenza. Il 2018 si è chiuso con il peggiore risultato economico degli ultimi anni. Il reddito annuo dell’Eurozona è cresciuto nell’ultimo trimestre dell’anno dello 0,8 per cento. La disoccupazione oscilla mediamente intorno al’8 per cento; in Italia è stabilmente al disopra del 10 e in Spagna supera il 14 per cento. Negli stati Uniti, dove la crisi globale ebbe inizio nel 2008, il reddito nazionale è cresciuto nel 2018 intorno al 3 per cento mentre la disoccupazione ha toccato il livello più basso degli ultimi decenni. L’euro era nato all’inizio del secolo per fare dell’Eurozona un’area di alto sviluppo in grado di competere a livello globale con gli Usa e la crescente potenza della Cina. Secondo le previsioni degli uffici della Commissione europea, la disoccupazione nell’Unione Europea si sarebbe ridotta a un livello fisiologico oscillante fra il 2 e il 3 per cento entro il primo decennio. Previsioni che non potevano subire una più clamorosa smentita. Il dato più sorprendente è la recessione che, nel corso del secondo semestre dell’anno ha colpito, oltre all’Italia, la Germania, la maggiore potenza economica in Europa e la quarta a livello globale. La caduta dell’economia si è riflessa sulla scena politica, e la coalizione di centrodestra CDU-CSU ha perduto sistematicamente voti nelle recenti elezioni di alcuni importanti Lander. In altri termini, la crisi dell’Eurozona spinge verso uno spostamento dell’asse politico verso l’estrema destra, come in Spagna, dove oltre ad affermarsi la destra di Ciudadanos, cresce l’estrema destra di Vox. Il ristagno dell’economia, la persistenza di un elevato livello di disoccupazione e l’aumento delle diseguaglianze hanno provocato un generale slittamento a destra della politica europea con il crollo inarrestabile della socialdemocrazia e, in generale, dei partiti di centrosinistra, che all’inizio del secolo furono i principali artefici del passaggio all’euro, diventandone ora, paradossalmente, la vittima sacrificale. I casi della Francia, della Germania e dell’Italia ne sono una chiara conferma. Nell’ultimo ventennio del secolo scorso, la Francia era stata con Mitterrand, Delors e Jospin l’indiscussa protagonista del passaggio all’euro – si potrebbe dire, in effetti, della sua “invenzione”. Con la clamorosa sconfitta di Hollande, nella primavera del 2017, il Partito socialista francese, ridotto a un umiliante 6 per cento dei voti, è sostanzialmente scomparso dalla scena politica. E’ salito all’Eliseo Emmanuel Macron, un leader senza partito alla testa dell’improvvisato movimento “En marche”, proclamato né di destra, né di sinistra. Ma la stella di Macron si è rapidamente eclissata. Non sono ancora passati due anni, quando i sondaggi gli attribuiscono un risultato alle prossime elezioni europee intorno al 20 per cento dei voti in concorrenza con il nuovo “Rassemblement National” di Marine Le Pen che potrebbe risultare il primo partito. In Germania, dove la socialdemocrazia annoverò tra le sue fila cancellieri famosi come Willy Brandt e Helmut Schmidt, e poi il cancellierato di Schroeder a cavallo del secolo, ha subito nelle elezioni del 2017 la più grave sconfitta della storia del dopoguerra, riducendosi al 20 per cento dei voti. Successivamente, ha continuato a perdere voti nei Lander in cui si è votato e i sondaggi gli attribuiscono intorno al 15 per cento dei voti nelle elezioni europee, quando potrebbe essere sopravanzata non solo dai Verdi, ma anche da Alternativa per la Germania, il nuovo partito di estrema destra. In questa scia di sconfitte si colloca il Partito democratico in Italia che, dopo aver superato il 40 per cento dei voti nelle elezioni europee del 2014, ha visto più che dimezzare i voti nelle elezioni politiche di marzo 2018, quando Cinque stelle e Lega hanno sorprendentemente conquistato oltre la metà dei voti, formando la nuova coalizione di governo. Una novità clamorosa in un paese che nell’ultimo quarto di secolo aveva visto alternarsi al governo la destra di Berlusconi e il centrosinistra guidato dal Partito democratico. La nuova coalizione che ne ha preso il posto è formata da partiti eterogenei per origine e programmi. La Lega di Salvini come partito autenticamente di destra che, come tutta la destra europea, si caratterizza per la lotta all’immigrazione, per “legge e ordine” e per la riduzione delle tasse come viatico per ridurre il ruolo dello Stato nel campo economico e sociale. Dall’altra parte, Cinque stelle, il movimento guidato da Di Maio che, pur andando a caccia di voti proclamandosi “né di destra né di sinistra”, si muovelungo le linee di un più ampio intervento pubblico e di politiche sociali, semplificate dal Reddito di cittadinanza, che in passato sarebbero state considerate misure chiaramente di sinistra. Una coalizione di governo per molti versi innaturale, ma senza alternative, se non potenzialmente un’alternativa di destra, capeggiata dalla Lega che, secondo i sondaggi, oscilla ormai intorno a un terzo degli elettori, mentre perdono terreno i Cinque stelle. Mentre continua a battere il passo il PD di Zingaretti… Alle elezioni europee per la prima volta l’Italia, paese fondatore dell’Unione e dell’euro, tradizionalmente fedele alla politica europea, si presenterà con un governo formato da partiti se non formalmente euroscettici nella sostanza ostili alla tradizionale e fallimentare politica dell’Eurozona. La crisi dei partiti di centrosinistra e l’avanzata della destra euro-critica, quando non euroscettica, nei tre principali paesi dell’eurozona è destinata a riflettersi nella composizione del nuovo Parlamento europeo e, di riflesso, nella futura Commissione Europea. Il potere decisionale si trasferirà, in ultima istanza, nel Consiglio dei Ministri europeo, all’interno del quale potrà agire una minoranza di blocco in grado di condizionare la politica dell’Unione. In sostanza, il potere pressoché assoluto finora esercitato dalla Commissione europea assumerà verosimilmente una sostanziale dimensione intergovernativa. Crescerà il peso dei singoli governi e, in particolare, dei tre paesi (Germania, Francia e Italia) che da soli, con oltre 200 milioni di abitanti, rappresentano la maggioranza dei cittadini dell’Eurozona. Questo non significherà un mutamento istantaneo e generale della politica dell’Eurozona. Ma, per molti versi, ne rivoluzionerà il modello di governance. Ciascun governo tornerà a essere responsabile della propria politica economica e sociale, senza poterne scaricare la responsabilità sugli organismi comunitari. L’euro potrà tornare ad avere il ruolo originario fissato a Maastricht di moneta unica senza la sovrapposizione di politiche fiscali, come l’obbligo del pareggio di bilancio. Il ritorno alle norme originarie dell’Eurozona consentirà probabilmente una politica economica flessibile nell’ambito di un disavanzo di bilancio del tre per cento, salvo circostanze eccezionali derivanti dagli squilibri interni, come un insostenibile livello di disoccupazione, o dall’andamento della congiuntura internazionale. Sarà possibile realizzare un cambiamento di rotta in questa direzione? Sarà difficile che possa verificarsi senza strappi, dissensi e scontri con la vecchia leadership dell’Ue anche dopo le novità che seguiranno le prossime elezioni europee. Rimane il fatto che l’Eurozona è un campo minato da venti anni di risultati deludenti che ne hanno fatto l’area con minore crescita e maggiore disoccupazione nel mondo sviluppato. Col superamento del dominio della tecnocrazia di Bruxelles il quadro politico europeo diventerà più trasparente, e i governi degli Stati membri dovranno dar conto agli elettori delle proprie scelte, senza potersi nascondere dietro l’alibi delle misure dettate da Bruxelles… e a riguardo ciò che sta accadendo nel governo italiano, ne da significativa testimonianza e probabilmente: “alle prossime Europee ci saranno sorprese”. Parola della sondaggista e direttrice di Euromedia Research, Alessandra Ghisleri, che in un’intervista al quotidiano La Verità fa il punto in vista delle elezioni del 26 maggio prossimo. Ma le sorprese, spiega Ghisleri, “è ancora presto per dire in quale direzione vadano”. Ghisleri afferma che molti elettori di questo governo stanno perdendo la pazienza… “Più passa il tempo e più chi ha avallato questo governo diventa esigente. Era nelle cose. In qualche modo i protagonisti di questo esecutivo hanno convertito il cittadino: da spettatore ad attore primario, che dal basso si fa valere in prima persona. Questo passaggio da un lato ha generato grande entusiasmo, dall’altro però ha creato moltissime aspettative”. Sugli elettori delusi del Movimento 5 stelle spiega: Qualcuno è già tornato nel PD, qualcun altro ha trovato rappresentanza nella Lega, altri effettivamente scelgono di astenersi, anche se forse non sono tanti. In Sardegna, Abruzzo e Basilicata non c’è stata una fuga dal voto. E sulla fatidica soglia del 20% per M5s su cui si decideranno le sorti del governo, Ghisleri dice: “Sono border line. Al momento sono ancora molto vicini”. E sulla possibilità che Salvini cannibalizzi M5s, commenta: Certamente ha mostrato un’esperienza politica superiore, frutto della crescita sui banchi di scuola della politica milanese. Ma anche lui deve fare attenzione. Salvini cresce perché si rafforza anche al Sud. (…). Il problema è che non deve voltare le spalle al suo voto storico. Conquistando il Sud c’è il rischio di dimenticare il Nord e le sue categorie produttive”. La Confindustria con il suo Presidente dice ormai chiaramente che o questo Governo cambia il passo o è meglio tornare al voto… Insomma per la Ghisleri il quadro politico italiano è tutt’altro che stabile e nonostante la decisa svolta a destra impressa dalla Lega, trascinandosi appresso i 5 stelle, la situazione va riaprendosi e si fa reale la possibilità che questo Governo possa deflagrare in contemporanea con la scadenza delle elezioni europee… che già sono complicate ulteriormente per via di una Brexit  che termini senza una soluzione concordata d’uscita del Regno Unito dall’Europa… E’ probabile che quindi l’euro potrà sopravvivere una volta liberato dalla corda al collo della coppia austerità-riforme strutturali. E forse la sinistra europea (PD compreso) potrà tornare ad avere un ruolo… ma ciò sarà possibile, costituendo un’alternativa al vento di una destra sempre più illiberale, solo riconoscendo i propri errori e rinunciando alla nostalgia di un ritorno al passato dell’eurozona dimostratosi fallimentare, e da cui ha tratto solo una lunga sequenza di sconfitte…

E’ sempre tempo di Coacing! 

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