Elezioni: l’astensionismo e la logica del ‘tanto non cambia nulla…’

Sono anni che all’indomani di ogni appuntamento per il voto, leggiamo i dati sulla declinante partecipazione degli elettori alle consultazioni elettorali. Si astengono gli italiani, ma anche i francesi. Nel panorama internazionale il “partito degli astensionisti” ovunque negl’ultimi 10 anni consolida un risultato del 40%. E’ il primo partito in numerosi paesi europei. La qual cosa dovrebbe rassicurarci quindi: “Non c’è nulla di cui allarmarsi”. L’astensione non è una minaccia che incombe sulla nostra democrazia. È, invece, così sembrerebbe, ormai fisiologica. Anche se, fino agli anni Novanta, in Italia votavano tutti…
A Londra, l’altro anno, è stato eletto sindaco il laburista di origine pachistana Sadiq Khan. Ha votato meno della metà degli aventi diritto. Ma a nessuno è venuto in mente di discutere la legittimità del voto. Né il fondamento della democrazia in Inghilterra”.
La settimana scorsa per l’appunto in oltre 1000 comuni italiani, si è votato per i Sindaci, era il primo turno e hanno votato solo il 60% degli aventi diritto. A fine settimana si voterà per il secondo turno, chissà se ai nostri ballottaggi, il partito degli astenuti incrementerà ulteriormente la sua percentuale? Proprio ieri al ballottaggio per le elezioni politiche francesi, ben il 56% degli aventi diritto al voto, non si è recato alle urne. Persino il ‘fenomeno’ Macron eletto a maggioranza, poche settimane fa, presidente della Repubblica Francese, pur ricevendo l’investitura di ben il 43,3% di coloro che si erano recati alle urne, ha dovuto registrare un’astensione di circa il 36% degli aventi diritto al voto… In questi ultimi anni, ho sentito sempre più spesso dirmi: “Se votare è un diritto lo è anche non votare. Chi non vota accetta – e subisce – la scelta di chi vota”, e su questo siamo d’accordo. Ma nonostante tutto mi è difficile condividere di questi tempi la tesi di chi vede l’astensionismo come un fatto fisiologico della vita politica occidentale e vanta la “neutralità” delle cause dell’astensionismo e sui suoi effetti. Le elezioni sono il meccanismo principe della democrazia. Consentono al popolo non solo di scegliere i propri rappresentanti, ma anche di premiarli o punirli con la riconferma o meno, quindi di sottometterli ai loro interessi, valori, priorità. La somma dell’interesse di tanti fa l’interesse generale. Ma se i tanti diventano pochi, gli interessi rappresentati saranno sempre più ristretti, con grave danno per l’equità e la crescita economica. Negli Usa (al netto dell’elezione di Trump) le classi popolari votano da sempre poco: le tasse sui ricchi sono molto basse e le disuguaglianze marcate… Inoltre il crescere del non voto… in questi anni, può aver indotto qualche politico a pensare di abolire le elezioni dirette dei rappresentanti nelle assemblee legislative, magari per una sola camera… (per iniziare), un po’ come è successo con la riforma istituzionale “abortita” a ‘furore di popolo’, per il nostro Senato, che si voleva non più elettivo. In sostanza bastava ridurre il numero dei Senatori e modificare alcune delle funzioni legislative dello stesso Senato verso un suo maggior controllo e coordinamento con le funzioni legislative delle Regioni, dopo aver effettivamente abolito le Province. Perché non eleggere più i senatori? Perché avere due diverse platee di elettori, in rapporto alla loro età (18 e 25 anni) per votare entrambe le Camere? Non c’è già in tutto ciò una valenza veramente riformatrice? No, si è maldestramente tentata una “grande riforma” (finta riforma) istituzionale con al suo centro le non elezioni dei Senatori e una nuova legge elettorale (italicum) risultata poi anticostituzionale per sentenza della Consulta… dove il centro della riforma era la non elezione diretta da parte degli elettori di una Camera (non la sua abolizione) e le liste bloccate per l’altra camera… rendendo così il voto una sorta di semplice conferma di scelte dell’establishment politico e non più una scelta di popolo. Io penso (per quel poco che conta) che oltre ad essere dannoso di per se per il nostro sistema politico, un basso tasso di affluenza può essere la spia di qualcosa che non va proprio nella democrazia. Certo le cause possibili sono diverse; perciò i trend in atto si prestano a varie legittime interpretazioni. Basta ricordare che in molti regimi non democratici la partecipazione elettorale è alta grazie alla coercizione e alla mobilitazione di regime. Tuttavia, in generale, l’astensione cresce quando gli elettori percepiscono o che la posta in gioco è bassa, oppure che il voto popolare non avrà molta influenza sulle scelte dei politici. Il primo caso è quello che hanno in mente in molti: “Fino agli anni 90… il voto rifletteva ideologie politiche profonde e radicate. Poi è caduto il muro di Berlino… Insomma si è detto e ancora alcuni dicono: che le ideologie sono finite, che oggi le nostre società sono più coese, che non ci sono più scelte drammatiche da fare, che la libertà è al sicuro, perciò in pochi si prendono la briga di votare. Forse, ma non mi pare con gli ultimi eventi, può valere (o meglio valeva fino alla Britix) per la Gran Bretagna e anche per gli USA (fino a Trump), ma qui da noi (e non solo) questa spiegazione rischia di nascondere una strisciante crisi di rappresentanza democratica. Quando il grado di democrazia è basso cresce il grado di autoritarismo, quando la democrazia è solo formale, le istanze popolari vengono ignorate. Mi pare che questo possa essere un po’ il caso dell’Italia. Per esempio: se chiedete agli italiani se ritengono che “i politici”, o “i parlamentari” o “i parlamentari europei” guadagnano troppo, oltre il 90% vi risponderà di sì. C’è da anni (almeno dal 2007, quando uscì il libro ‘La Casta’) su queste cose una forte domanda di cambiamento degli elettori, e ciononostante gli stipendi dei politici a tutti i livelli di governo non scendono. Si può dire che, in un paese dove l’interesse e la volontà dei governanti prevale su quella degli elettori, ci sia un alto tasso di democrazia? Non credo. Ed è solo un piccolo esempio. Ma se la volontà del popolo non orienta le decisioni dei cosiddetti rappresentanti, se ‘tanto nulla cambia’, perché uno dovrebbe votare? Dove la divisione fra i poteri dello Stato è scarsa – i controlli sull’Esecutivo sono scarsi perché l’Esecutivo ‘controlla’ gli altri Poteri -, i politici tendono ad abusare del potere, a fare i propri interessi, la corruzione è endemica in ogni livello di governo, le riforme non sono quelle annunciate in campagna elettorale, le elezioni sono l’unico momento che conta e le cordate locali, i capibastone, e il voto di scambio, oltre al rapporto diretto fra leader e popolo sui mass media, ne determinano l’esito. “In queste situazioni si deteriorano la qualità della governance e il senso civico” (Andreas Schedler – Professore di scienze politiche). Fortunatamente in Italia queste cose non sono (ancora) successe. Si potrebbe sostenere che esiste una sorta di “coscienza popolare” che supera gli schieramenti politici e al di là della conoscenza intrinseca dei meccanismi del potere politico… a partire dal referendum del dicembre scorso e al netto delle poco partecipate scadenze elettive “ordinarie” (amministrative o politiche) salda comunque e con forza gli italiani ai “valori” fondanti della nostra Carta Costituzionale. Comunque a scanso di ulteriori rischi, credo che l’astensionismo sempre più forte, che si registra nelle nostre città, ma in tutto il Paese, dovrebbe consigliare al “Mondo politico” nostrano, di avere attenzione a delle possibili riforme istituzionali che se volte a rafforzare la rappresentanza, la separazione fra assemblee elettive e poteri esecutivi, la democrazia nei partiti, l’informazione sui candidati e altri sempre più necessari controlli di varia natura sui politici da eleggere, troveranno sicuramente un vero consenso che li sosterrà e determineranno altresì un ritorno al voto di alcuni milioni di elettori, che oggi non votano più ostaggi della “logica del ‘tanto non cambia nulla’…

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