Essere felici: perché è così difficile?

 

“La felicità è come il Carbon Coke: qualcosa che si ottiene come sottoprodotto mentre si produce qualcos’altro”

(A.L. Huxley)

“La felicità non dipende dal verificarsi di determinate condizioni. Al contrario, determinate condizioni si verificano come risultato della felicità”

(Walsch)

Sembra quasi una chimera: molti ricercano la felicità incessantemente, senza riuscire mai a raggiungerla. Esistono migliaia di titoli di manuali di auto aiuto e di corsi di formazione che promettono di fornire la ricetta giusta.
Pare proprio che, per alcune persone, la felicità sia qualcosa di irraggiungibile.
Mihaly Csikszentmihalyi, di cui se ricordo bene ho già accennato in qualche post di questo Blog… considera la felicità come una condizione passeggera che è connessa con il raggiungimento dello stato di “Flow”. Questo stato un po’ speciale lo raggiungiamo quando siamo del tutto presi da un’attività che ci impegni al massino e, dopo averlo sperimentato, creiamo le condizioni perché questa situazione si ripresenti. Quindi, secondo Csikszentmihalyi, la felicità non deriva dalla fortuna o dal caso, e non è determinata da eventi esterni al di fuori del nostro controllo.
Cosa ci manca per essere felici?
Spesso le persone affermano che manca loro qualcosa per raggiungere la felicità: la tranquillità economica, un posto di lavoro sicuro, un miglior rapporto di coppia… Tuttavia sappiamo che molte persone, pur realizzando questi desideri e avendo tutte queste cose, non hanno trovato né pace né felicità.
Numerose ricerche dimostrano che, ad esempio, la ricchezza non aumenta il livello di felicità, se non al di sotto di una soglia minima. Se una persona è povera, possedere più denaro la rende più felice, ma se una persona gode di un certo grado di benessere economico, un aumento di ricchezza non gli apporterà un significativo aumento di felicità.
Altri studi rivelano che le vittime di eventi tragici, come, ad esempio, rimanere paralizzati, soffrono molto per un certo periodo, ma recuperano abbastanza presto il loro abituale livello di felicità. Il contrario accade per coloro cui tocca una ricchezza inattesa: lo psicologo Philip Brickman ha condotto uno studio a questo riguardo. Chiese “quanto sei felice?” a ventidue vincitori della lotteria, immediatamente dopo la vincita. Tutti i vincitori si dichiararono felicissimi, ma l’indagine è proseguita.
Sei mesi dopo Philip Brickman tornò dalle stesse persone e pose loro la stessa domanda. Nel frattempo, queste persone avevano fatto viaggi, comprato ville con piscina, avevano appagato molti dei loro desideri. Ma le risposte ottenute lasciano interdetti: i vincitori della lotteria, a distanza di sei mesi, dichiaravano un livello di felicità pari a quello di un campione casuale di cittadini degli Stati Uniti.

La felicità non sembra quindi connessa con eventi esterni a noi ed è quindi una condizione legata alla nostra interiorità. E’ legata al nostro stato emotivo: ci sentiamo felici quando sperimentiamo emozioni piacevoli, ed infelici quando invece sperimentiamo emozioni che non ci piacciono. essere-felici-basta-poco_700x225

A questo proposito, Paul Ekman individuò sette emozioni primarie; le definì in questo modo perché le espressioni non verbali di queste emozioni sono universali e riscontrabili in tutte le popolazioni conosciute, perfino in quelle isolate dal resto del mondo:

rabbia – paura – tristezza
gioia – sorpresa- disprezzo disgusto

Individuò inoltre alcune emozioni secondarie, che sono quelle che nascono dalla combinazione delle emozioni primarie e si sviluppano con la crescita dell’individuo e con l’interazione sociale:

allegria – invidia – vergogna – ansia – rassegnazione – gelosia 
speranza – perdono – offesa – nostalgia – rimorso – delusione

In questo lungo elenco si trovano sia emozioni piacevoli che emozioni spiacevoli, ma spesso siamo portati a pensare che una vita felice sia ricca di sensazioni piacevoli e priva di sensazioni spiacevoli.
Questa idea viene incoraggiata anche da persone, libri, siti che si occupano di crescita personale, e che promettono di poter eliminare qualsiasi elemento negativo dalle nostre vite, creando aspettative irrealistiche e dannose. E sono proprio idee di questo genere a concretizzare quella che Russ Harris chiama “La trappola della felicità”.
Se siamo guidati da idee di questo genere, allora ci sforziamo di evitare le sensazioni spiacevoli, ma è una battaglia persa in partenza. Anche perché qualsiasi avvenimento che ci procura sensazioni piacevoli ce ne procurerà anche di segno opposto.
L’illusione di poter evitare del tutto le emozioni spiacevoli cancellandole dalla nostra vita è il più grosso ostacolo al raggiungimento della felicità.
La trappola della felicità. Come smettere di tormentarsi e iniziare a vivere.
Pensiamo alla nascita di un bambino: si può concepire un avvenimento più felice? Ma state sicuri che la nascita del nuovo venuto porterà con sé, oltre a sensazioni di gioia, anche sensazioni negative: la sua crescita e la sua educazione comporteranno, necessariamente, preoccupazione, paura, dolore variamente miscelate.
E’ naturale provare un certo livello di dolore o di altre sensazioni negative, la vita ne ha per tutti. come-essere-felici-piramide
Queste sensazioni negative vengono definite dall’ACT (Acceptance and Commitment Therapy) “dolore pulito”. I problemi nascono quando, per evitare il dolore pulito, sperimentiamo il “dolore sporco”.
Ad esempio, io posso sentirmi ansioso sul lavoro in vista di una presentazione in pubblico. Questo è dolore pulito che, se viene accettato, non provoca particolari problemi.

Ma io potrei non accettare la mia ansia, e così potrei provare: rabbia per la mia ansia (Perché mi devo sentire così per quei due soldi che mi danno?); ansia per la mia ansia (Cosa mi sta succedendo? Una volta non ero così!); senso di colpa per la mia ansia (Mi sto comportando come un bambino); un miscuglio di tutte queste.
Queste emozioni sulle emozioni (in PNL chiamate meta-emozioni) sono inutili, spiacevoli e rappresentano un dispendio di energie. Inoltre attivano circoli viziosi, perché sperimentarle può farci arrabbiare o andare in ansia ancora di più. In questo consiste la trappola della felicità: più inseguiamo la “felicità”, più ce ne allontaniamo.
Russ Harris parla, a questo proposito, di “interruttore della lotta”.
Se è acceso, lotteremo contro ogni sensazione negativa che ci capiterà di sperimentare.
Se invece l’interruttore della lotta è spento e pratichiamo l’accettazione, l’ansia che compare non è un problema. È spiacevole, non ci piace, ma non è poi così terribile.
Da queste considerazioni consegue un’idea diversa di quella che si può chiamare “una vita felice”.
La potremmo definire “una vita piena, significativa”, cioè una vita vissuta in armonia con ciò che è importante per noi, con i nostri valori, comportandoci in modo coerente con essi e accettando quello che ne consegue. Una vita di questo genere ci darà sia sensazioni piacevoli, da cui giusto trarne il massimo quando si presentano, sia sensazioni spiacevoli, che se cerchiamo di ricacciarle indietro, di evitarle, avremo perso in partenza, perché la vita comprende anche il dolore. E’ una lotta impari!
Quando proviamo sensazioni che non ci piacciono, ci impegniamo nell’evitarle. Ma spesso le nostre strategie per evitare queste sensazioni spiacevoli non fanno altro che peggiorare la situazione.
Infatti è ben noto l’effetto dell’ingiunzione: “Non pensare ad un elefante… elefante rosa …rosa!”: le indicazioni in negativo sembrano non dare l’esito voluto..
Questa strategia funziona molto bene in alcuni campi: se non mi piace che ci siano i piatti sporchi, elimino le tracce di cibo, lavandoli. Se mi dà fastidio l’erbaccia in giardino, la tolgo. Se ho una giornata troppo piena di appuntamenti, ne elimino qualcuno. E’ un modo di fare efficace se riferito al mondo fisico, fuori di noi; ma quando viene applicato alla nostra personale sofferenza interiore non funziona affatto.
In un esperimento hanno chiesto ad alcune persone di prendere un pendolo, di mantenerlo allineato su un punto del pavimento e di non farlo muovere minimamente, specialmente non farlo dondolare avanti e indietro. L’effetto è stato che il pendolo tendeva a muoversi avanti e indietro ma non a destra e a sinistra, semplicemente perché il pensare di non doverlo muovere avanti e indietro attivava proprio i muscoli che servivano a farlo muovere in questo modo. (Wegner, Ansfield e Pillof, 1998).
E ciò che è vero per i pensieri lo è anche per le emozioni.

“Se non lo vuoi, lo avrai”

(Stephen Hayes – fondatore dell’ACT)

Significa che, se non siamo disponibili a provare ansia, e cercheremo attivamente di evitarla, la proveremo più spesso, più a lungo e più intensamente. Se ti capitasse di cadere nelle sabbie mobili, agitarsi è quanto di peggio potresti fare.

be-happy

Dovresti invece sdraiarti, rimanere immobile e lasciarti galleggiare sulla superficie. Per le emozioni spiacevoli vale la stesso principio: più cerchiamo di combatterle, più ci mettiamo nei guai.

 E’ sempre tempo di Coaching!

se hai domande o riflessioni da fare, ti invito a lasciare un commento a questo post: sarò felice di risponderti oppure prendi appuntamento per una sessione di coaching gratuita. 

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