I dati Istat e la ripresa economica: quello che manca all’Italia per una crescita vera…

L’Istat conferma il buon andamento dell’economia italiana in questo 2017. Mentre Renzi (come nulla fosse successo dal 4 dicembre 2016) vanta il risultato di “…un milione di posti di lavoro in più”, grazie alle riforme, introdotte nel mondo del lavoro, dal suo governo con il Job Act… ma scordandosi di dire che: “crescono i posti ma non per i giovani e soprattutto  crescono  solo quelli dai salari più bassi”.
Il Premier Gentiloni accentua così la sua “discontinuità” da chi lo ha preceduto e fissa le priorità del “suo” governo per gli ultimi mesi della legislatura: giovani, poveri, investimenti. Dicendo nel contempo (viva la sincerità) che: «pur in netto miglioramento l’economia italiana: per una crescita solida e vera ha ancora tanto da fare e che le risorse sono poche».  Cos’è quindi quello che manca al nostro Paese per una crescita vera? La prima stima dell’Istat sul Prodotto interno lordo italiano tra aprile e giugno già confermava che questo 2017 stava andando meglio delle previsioni. Il Pil è cresciuto così per il decimo trimestre consecutivo dai primi tre mesi del 2015. E dall’ultima parte del 2016 sta mantenendo una velocità di espansione dello 0,4% ogni tre mesi. Nel confronto con lo scorso anno la crescita è quindi dell’1,2% e se l’economia saprà proseguire con questo andamento anche per tutta la seconda parte dell’anno il 2017 si chiuderà con un probabile +1,5% che sarebbe il miglior risultato dal 2010, che fu l’anno del piccolo rimbalzo dopo il drammatico -5,5% del 2009. Il dato si lega a una più generale ripresa europea. I numeri diffusi dall’Eurostat lo confermano ampiamente, mostrando che il Pil dell’intera Unione europea e quello della zona euro hanno chiuso i secondi tre mesi dell’anno entrambe con una crescita trimestrale dello 0,6% e con un’espansione annua rispettivamente del 2,3 e del 2,2%. Quella della ripresa che si rafforza è quindi una storia economica che riguarda l’intera Europa, anzi, riguarda più l’Europa che l’Italia. Nel trimestre precedente a quest’ultimo, le principali economie dell’area dell’euro sono tutte andate meglio di noi: +0,6% la Germania, +0,5% la Francia, addirittura +0,9% la Spagna. Mentre dei paesi per cui è già pronto il dato trimestrale soltanto il Belgio, con il suo +1,4%, ha una performance annua più lenta dell’Italia (ma tra gli assenti c’è la Grecia, che molto probabilmente ha chiuso il trimestre con una crescita inferiore alla nostra). Agganciata alla ripresa europea oggi l’Italia può tentare di accelerare. Quest’estate ci ha regalato una stagione turistica eccezionale, le presenze nelle spiagge e le notti negli hotel delle nostre città d’arte sono ai livelli più alti da almeno un decennio e questi numeri dovrebbero dare una buona spinta al Pil dell’ultimo trimestre rimasto alla fine dell’anno. Nello stesso tempo la produzione industriale e cresciuta e l’ottimismo nel settore dei servizi insiste e resiste, le esportazioni continuano la loro espansione, anche se sono minacciate dall’insidia di un euro che si sta rafforzando, e anche i consumi sono in risalita, per quanto con una certa lentezza. Quello che manca alla ripresa italiana sono gli investimenti, ancora sotto del 25% rispetto ai livelli del 2007. Difatti non è un caso che il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, abbia indicato il sostegno agli investimenti sia pubblici che privati, assieme alla lotta alla povertà e alle agevolazioni per le assunzioni di giovani, tra le priorità su cui il governo intende concentrare le «poche risorse» disponibili. Il governo, come già detto, ha comunque evitato di esagerare gli entusiasmi. Sia nell’intervento del ministro dell’Economia che nelle varie dichiarazioni del presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, così come in una nota del Ministro responsabile dello Sviluppo economico, Carlo Calenda. Comunque, lo spazio per un’accelerazione c’è e va riempito, anche per colmare il ritardo rispetto al resto d’Europa. Il Pil “concatenato” ai valori del 2010, cioè quello che escludendo l’inflazione viene utilizzato per vedere la variazione trimestre dopo trimestre, è ancora inferiore del 6,4% rispetto ai massimi toccati all’inizio del 2008. Sono solo cinque gli Stati europei che ancora non hanno recuperato i livelli pre-crisi: Grecia, Cipro, Portogallo, Finlandia e, appunto, Italia. Il problema, come sottolineava alcune settimane fa Francesco Daveri, economista dell’Università Cattolica e direttore di lavoce.info, è che: «dopo dieci trimestri di crescita, il periodo di ripresa più lungo nelle serie trimestrali dell’Istat, il Pil nazionale ha guadagnato solo 2,9 punti complessivi di Pil». Quindi, per dirlo in un altro modo dovremmo procedere a questi ritmi per tutto il 2018 per replicare la ripresa del 2009-2011, che fece crescere il Pil del 3,4% in due anni, o addirittura fino alla metà del 2021 per eguagliare la ripresa del 1999-2001, che portò un’espansione del 7,9% in nove trimestri. Concretamente, aggiunge Andrea Goldstein, capo economista di Nomisma: «per ripianare le devastazioni della Grande Recessione con gli investimenti, oltre che della mano esperta del ministro dell’Economia nel salvaguardare i conti pubblici, l`Italia ha bisogno di riforme di struttura più ambiziose del semplice palliativo degli incentivi». Infatti, dietro questa necessità di accelerare c’è anche il timore che il ciclo economico positivo si esaurisca. La fase di espansione europea è già stata molto lunga e nei movimenti ciclici dell’economia a un certo punto arriverà il naturale rallentamento. Per l’Italia sarebbe importante arrivarci avendo almeno ripristinato la forza economica che aveva prima della crisi…

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