I voucher stanno creando super precari…

Ci sono interi settori dell’economia italiana che ormai si reggono sui voucher, il precariato estremo senza contratto. Lo si vede per la prima volta nell’analisi presentata dall’Inps e da Veneto Lavoro: lo 0,15 per cento dei committenti concentra il 9 per cento dei voucher. Sappiamo anche in quali settori: in quello alberghiero 401 committenti hanno pagato 3,8 milioni di voucher, con una spesa media di 96.400 euro ciascuno.

Segue il settore dei servizi alle imprese, 123 committenti con 1,3 milioni di buoni e una spesa media di 108mila euro.
“Questi numeri rivelano il fenomeno della catena di alberghi o della catena di negozi che paga le persone normalmente in voucher”, spiega Anna Zilli, docente di diritto del Lavoro all’università di Udine e tra le prime a fare ricerca su questo nuovo precariato invisibile.
I VOUCHER sono nati nel 2008: uno strumento per pagare in modo regolare prestazioni di solito relegate nell’economia sommersa, come i lavoretti estivi o la vendemmia.
In sette anni sono stati venduti 277,2 milioni di voucher da 10 euro: 7,5 euro vanno al lavoratore, il resto a previdenza e Inail per assicurazione contro gli infortuni.
Ogni imprenditore non può pagare più di 2000 euro a ciascun lavoratore. Il limite al reddito che si può accumulare tramite voucher era 5000 euro fino a un decreto del governo Renzi del giugno 2015, ora è salito a 7.000. E dal 2013 i voucher si possono pagare praticamente per qualunque tipo di lavoro, non più soltanto per quelli “di natura meramente occasionale”.
Tra 2013 e 2015 il numero di committenti (aziende e singoli individui) è raddoppiato. quello dei lavoratori che hanno ricevuto pagamenti in buoni è salito del 137 per cento, il numero complessivo di voucher ha fatto 142 per cento.
Il boom di questi anni “preoccupa perché può indicare che l’uso del voucher sta diventando alternativo ad altre forme di lavoro, anche al di là delle intenzioni del legislatore”, spiega Bruno Anastasia, uno degli autori della ricerca per Veneto Lavoro. Visto che i voucher non sono tracciati, che non ci sono contratti o dettagli sul loro utilizzo, è difficile ricostruire l’uso e riconoscere l’abuso. Ma lo studio Inps-Veneto Lavoro conferma i peggiori sospetti: i voucher vengono usati per sostituire altri contratti invece che limitarsi a sostituire transazioni informali, in nero. job marchet
IN VENETO, una delle Regioni che in questi anni ha utilizzato di più i voucher, la storia dei 39mila lavoratori che hanno avuto un contratto con un impresa che poi li ha anche pagati in voucher è questa: in metà dei casi i buoni sono stati usati come pagamento per una sorta di periodo di prova (8.000 hanno poi avuto un tempo indeterminato, altri 8.000 un tempo determinato, 3.000 soltanto un lavoro intermittente o un tirocinio).
In 13.000 casi c’è stato il “downgrading”, cioè lo scivolamento nella scala della precarietà: il voucher è arrivato dopo un contratto a termine (per 6.000 persone), dopo il licenziamento da un contratto a tempo indeterminato (2.000), dopo un tempo intermittente (2.500) o dopo un tirocinio (1.000). E su 170.000 persone pagate in voucher in Veneto, soltanto 51.000 stavano svolgendo un’attività davvero accessoria (il pensionato che fa qualche lavoretto per arrotondare).
Non c’è ragione per pensare che nel resto d’Italia le cose funzionino diversamente rispetto al Veneto. Entro giugno il governo, con il ministro del Welfare Giuliano Poletti, ha promesso una riforma contro gli abusi: l’obbligo di comunicare all’Inps in anticipo, via sms, l’utilizzo del voucher. Un limite che può arginare soltanto un tipo di abuso: quello del committente che acquista il voucher come assicurazione contro i controlli (paga il lavoratore in nero ma, in caso di ispezione, ha un buono da esibire, una singola ora regolare ne nasconde molte sommerse).
IL RICORSO al voucher come alternativa economica e flessibile ad altri contratti che prevedono maggiori tutele e compensi, invece, continuerà come prima. lavoro-precario

Nessuna sorpresa visto che il ricorso ai voucher è stato incoraggiato dal governo Renzi (…le bugie hanno le …gambe corte) con il Jobs Act che un anno fa ha alzato il limite per singolo lavoratore, fino all’equivalente di quasi 10.000 euro lordi annui.

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