
Campo largo, tra primarie e programmi il rebus resta irrisolto: il dibattito prosegue tra fughe in avanti, frizioni interne e il pressing sulla necessità di definire prima la linea politica e poi le candidature. Il centrosinistra finalmente scopre che rinviare le scelte non evita i conflitti, li consegna alla cronaca
Nel centrosinistra il tempo del rinvio è finito. Per mesi il Partito democratico e i suoi potenziali alleati hanno evitato la domanda essenziale: con quale leadership, con quale programma e con quale patto politico si può costruire un’alternativa credibile alla destra di Giorgia Meloni. Si è preferito aspettare, confidando che fossero la legge elettorale, gli errori del governo o la forza inerziale dell’opposizione a sciogliere i nodi. È accaduto il contrario. Appena la discussione si è aperta, “il dentifricio è uscito dal tubetto”. E rimetterlo dentro, oggi, è impossibile. La crisi non nasce dalle primarie, né dalle ambizioni personali dei leader. Nasce da una rimozione politica. Il cosiddetto campo largo esiste nei convegni, nei comunicati, nelle mappe elettorali e nei calcoli dei sondaggisti; fatica però a esistere come progetto di governo. Il Pd ha atteso troppo, il Movimento 5 Stelle ha occupato lo spazio lasciato libero, Avs ha difeso il proprio perimetro identitario, i centristi hanno continuato a misurare la distanza più che la convergenza. Il risultato è una coalizione evocata ogni giorno ma mai e costruita davvero. Le primarie sono diventate il nome pubblico di un dissenso più profondo. Giuseppe Conte le invoca perché intravede la possibilità di trasformare il proprio consenso in una leadership riconosciuta dall’intero fronte progressista. Elly Schlein non può respingerle senza apparire chiusa nella difesa del fortino democratico, ma sa che una consultazione aperta, in assenza di un patto politico preventivo, rischia di diventare non una festa della partecipazione, ma una lotta, una resa dei conti. La sinistra italiana conosce bene questa illusione: affidare al rito democratico ciò che la politica non ha deciso. Il nodo vero resta il programma. Sui titoli generali l’accordo è facile: salari, sanità, scuola, casa, lavoro, diseguaglianze. Ma i governi non si fanno con le parole d’ordine. Si fanno con scelte che dividono: politica estera, Ucraina, difesa europea, immigrazione, sicurezza, crescita, infrastrutture, rapporto con le imprese, responsabilità di bilancio. È su questo dossier che una coalizione smette di essere un cartello elettorale e diventa un’alternativa di Paese. Oppure mostra di non esserlo. Il Pd dovrebbe essere il perno dell’alleanza. Ma arriva a questo passaggio diviso tra vocazione di governo e tentazione identitaria, tra amministratori pragmatici e correnti militanti, tra l’esigenza di contenere Conte e la consapevolezza che senza i Cinque Stelle una maggioranza difficilmente esiste. Schlein prova a tenere insieme radicalità e responsabilità, alleanza larga e autonomia democratica. È una sintesi possibile solo se diventa linea politica complessiva. Altrimenti è attesa, e l’attesa in politica prima o poi presenta il conto. In questo vuoto la cronaca fa il suo mestiere. Ogni retroscena diventa un titolo, ogni sondaggio una minaccia, ogni dichiarazione un indizio di guerra interna. Schlein contro Conte, primarie sì o no, candidato terzo o leadership di partito, Renzi dentro o fuori, amministratori in allarme, dirigenti dem in attesa. L’opposizione appare non come un’alternativa alla destra, ma come una contesa preventiva per l’egemonia. È il regalo più grande che il centrosinistra potesse fare a Meloni. Per uscirne non serve un espediente. Non basta pronunciare la formula rassicurante del “prima il programma” se il programma resta una somma di intenzioni nobili e incompatibili. Non basta invocare le primarie se servono a trasferire sugli elettori la responsabilità che spetta ai partiti. Non basta cercare un terzo nome se quel nome diventa il paravento dell’indecisione. Serve un patto essenziale e verificabile: poche priorità, finanziate, coerenti, sostenibili. E serve l’impegno di chi lo sottoscrive a rispettarlo anche quando non conviene alla propria parte. Finito è il tempo dei rinvii, È stato Conte ad aprire il vaso. Dopo aver chiesto di aspettare settembre. Bene, la prima condizione è subito una conferenza programmatica vera, non una liturgia tra forze di partito. Temi obbligati, tempi stretti, testi scritti: lavoro, salari, sanità, scuola, fisco, casa, transizione ecologica, sicurezza, immigrazione, politica estera, difesa europea. Su ciascun punto il centrosinistra deve dire non solo che cosa vuole fare, ma anche che cosa non farà. Senza questa linea di confine, la leadership sarà una corona di carta: qualunque vincitore erediterà non una coalizione, ma un armistizio. La seconda condizione riguarda le regole. Se primarie devono essere, lo si dica subito e lo si dica bene: platea definita, eventuale ballottaggio, garanzie sul voto, rapporto tra consultazione popolare e liste, impegno formale di tutti a sostenere il vincitore. Le primarie possono essere uno strumento di legittimazione, ma possono anche diventare una guerra civile preventiva. La differenza la fanno le regole e, più ancora, la lealtà politica di chi le accetta. La terza condizione spetta proprio a Schlein. Tutti attendono che rimetta ordine nello schieramento, ma l’ordine non nasce dal silenzio. E la segretaria del Pd visto l’ordine sparso con cui alcuni dirigenti del partito, hanno rimesso in discussione le primarie, con tutto il rifiorire di ipotesi sul significato di ciò, deve chiarire se vuole candidarsi alla guida del governo, se intende così federare la coalizione attorno a un programma o se a questo punto preferisce favorire una soluzione terza. E chiamare il Pd all’unità e al sostegno di quella che sarà la linea scelta. Ognuna di queste strade è legittima. Non lo è più l’ambiguità. Il Pd può anche scegliere di rischiare le primarie, ma non può arrivarci trascinato dagli eventi. La conclusione è severa, ma inevitabile: il centrosinistra non perde perché discute. Perde quando nasconde i conflitti, li lascia marcire e poi si stupisce se esplodono nel momento peggiore. Una coalizione può nascere anche da differenze profonde, ma solo se quelle differenze sono governate da una visione comune. Senza quella visione restano veti, diffidenze, calcoli di posizione. Il tempo dell’attesa è finito. O il Pd assume la responsabilità politica di ordinare l’alternativa, o il campo largo resterà largo solo nel nome: nella sostanza, un campo minato.
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