
“Senza una visione comune, una gerarchia delle priorità e una limpida assunzione di responsabilità, ogni alleanza rischia di restare una sommatoria di fragilità, non una promessa di governo.”
Se vi è un luogo dal quale conviene prendere le mosse, esso è il tema della leadership, che non appartiene al repertorio minore delle alchimie di partito, ma coincide con il punto in cui una coalizione rivela la propria sostanza più intima. È lì che una comunità politica misura il proprio grado di maturità, chiarisce la propria vocazione, decide se intenda davvero farsi carico del destino di un Paese oppure limitarsi a inseguire, con affanno, la cronaca del consenso. In ogni democrazia adulta, la guida di un’alleanza non nasce da una finzione cerimoniale né da un equilibrio artificiale, ma da un principio di realtà, sobrio e severo: essa spetta alla forza politica che, per peso elettorale, riconoscibilità pubblica e capacità di rappresentanza, si dimostra in grado di sostenerne l’onere. In Italia, invece, questo criterio elementare viene eluso con ostinazione, quasi che la chiarezza fosse un rischio e non, come dovrebbe essere, la prima forma della responsabilità. Così il confronto nel centrosinistra si disperde in una dinamica tattica, personalistica, talvolta persino narcisistica, mentre si allontana la sola prova che conta: quella di dare figura a un’alternativa credibile, capace non soltanto di prevalere nelle urne, ma di reggere il peso del governo. Ma sarebbe un errore fermarsi alla superficie dei nomi, come se la difficoltà potesse essere riassunta nella scelta di un volto o nella combinazione di una formula organizzativa più ingegnosa delle altre. Il dissenso è più profondo e tocca la qualità stessa del progetto politico che si vorrebbe offrire al Paese. Da troppo tempo il centrosinistra sembra affidarsi all’illusione che la mera addizione delle sue componenti possa generare, quasi per automatismo, una proposta di governo. Eppure, la politica non obbedisce solo all’aritmetica. Le alleanze, quando non siano sorrette da una comune cultura istituzionale, da un lessico condiviso della responsabilità pubblica, da un ordine limpido delle priorità, finiscono per assomigliare a costruzioni precarie: esposte a ogni mutamento d’umore, vulnerabili al primo urto della realtà, incapaci di trasmettere ai cittadini un’idea di direzione e di durata. Una coalizione degna di questo nome dovrebbe nascere, invece, da una visione del Paese: dall’idea di quale Italia si intenda ricostruire, dal posto che si vuole restituire al lavoro, alla scuola, alla sanità, alla politica estera, al rapporto con l’Europa, alla qualità della nostra convivenza democratica. Senza questo fondamento, ogni richiamo all’unità rischia di suonare non come una promessa, ma come un espediente lessicale, una formula di supplenza dietro cui si tenta di celare l’assenza di un pensiero ordinatore. È in questa luce che anche il tema delle primarie rivela tutta la propria ambivalenza. Ho sempre pensato che, in una coalizione ancora fragile e politicamente incompiuta, esse non costituiscano un fattore di consolidamento, ma piuttosto il teatro in cui il conflitto si rende visibile, si accentua, si fa persino principio d’identità. La competizione tra Elly Schlein e Giuseppe Conte, osservata da questa angolatura, non appare come l’espressione fisiologica di una dialettica democratica ormai ordinata, bensì come il segno di una questione irrisolta, di una gerarchia politica ancora incerta, di una difficoltà a stabilire quale debba essere il perno reale dell’alternativa. E quando una coalizione si interroga prima di tutto su chi debba guidarla, anziché su quale idea d’Italia intenda consegnare agli italiani, finisce inevitabilmente per trasmettere un’immagine di transitorietà, quasi di un provvisorio accampamento più che di casa comune. Gli elettori, molto più di quanto la politica ami credere, avvertono queste esitazioni. Per questo segnali come quello emerso a Venezia, dove una parte dell’elettorato pentastellato sembra essersi rivolta al centrodestra, non possono essere liquidati come anomalie locali o scarti di stagione. Essi parlano di qualcosa di più generale e più serio: mostrano che, quando l’identità di una coalizione resta opaca e il suo orizzonte non si lascia riconoscere con nettezza, il consenso si assottiglia, si disperde, si offre altrove. Ecco perché il centrosinistra, prima ancora di misurarsi con la scelta del proprio interprete, dovrebbe tornare a interrogarsi sulla sostanza storica e civile della propria proposta. Solo da questa chiarificazione, lenta e necessaria, può forse nascere un’alternativa autentica: non la somma occasionale di forze diverse, ma la forma consapevole di una possibilità di governo…
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