
Non c’è parola più consumata, e più mistificata, di sicurezza. Il potere la pronuncia ogni giorno come una formula d’ordine: nei decreti, nei talk show, nelle campagne elettorali, nei comunicati di governo. Ma sotto quella parola non c’è più la promessa di una vita sottratta alla precarietà, alla malattia, alla povertà, all’abbandono. C’è l’ossessione proprietaria dell’ordine. Controllare, vietare, sorvegliare, punire. La sicurezza non viene più pensata come diritto collettivo: viene amministrata come comando. La destra ha costruito qui una parte decisiva della propria egemonia. Non governa soltanto i corpi: governa le immagini, le paure, il lessico. Decide chi deve essere percepito come minaccia, chi va esposto alla pubblica riprovazione, chi può essere trattato come eccedenza sociale. Migranti, giovani delle periferie, poveri, attivisti, movimenti, lavoratori in lotta: figure diverse vengono ricondotte allo stesso dispositivo. Da una parte i cittadini “perbene”, dall’altra i corpi da controllare. È la vecchia lotta di classe rovesciata in questione di ordine pubblico. Il copione è elementare, e proprio per questo efficace. Ogni fatto di cronaca viene strappato alla sua complessità e trasformato in prova generale dell’emergenza. Dopo l’attentato al Christopher Street Day di Berlino, la destra nazionalista ha provato a usare la violenza come propaganda contro migranti e richiedenti asilo, anche quando i fatti non si lasciavano piegare allo slogan. In Italia accade con la microcriminalità, con le periferie, con i cortei, con i centri sociali, con gli ambientalisti, con ogni conflitto che renda visibile ciò che il potere preferisce nascondere. Spariscono le cause. Restano i bersagli. Eppure, sicurezza voleva dire altro. Voleva dire non essere consegnati soli alla malattia, alla disoccupazione, alla vecchiaia, alla povertà. Voleva dire salario, casa, scuola, sanità, pensione, welfare. Voleva dire potere vivere senza il ricatto permanente del bisogno. La sicurezza dello Stato sociale allargava la libertà perché riduceva la paura materiale. La sicurezza dello Stato penale, invece, seleziona, classifica, punisce. Non protegge la società: protegge i rapporti di forza che la attraversano. La tolleranza zero, le “finestre rotte”, il decoro urbano hanno fornito la grammatica di questa restaurazione. Non redistribuire ricchezza, ma sgomberare. Non garantire diritti, ma presidiare. Non affrontare le disuguaglianze, ma rimuoverne i segni dallo spazio pubblico. Loïc Wacquant lo ha scritto con precisione: quando arretra il welfare, avanza il carcere. Quando il conflitto sociale non può più essere mediato con diritti e salari, viene trattato come devianza, degrado, illegalità. La destra porta avanti questo progetto con brutale coerenza. Ma c’è una responsabilità politica anche in quella sinistra che, per paura di apparire debole, ha rincorso il linguaggio dell’avversario. Ha accettato il feticcio del decoro, ha separato la sicurezza dalla questione sociale, ha parlato di ordine quando avrebbe dovuto parlare di salari, casa, lavoro, scuola, sanità. Così ha consegnato alla destra non solo un tema, ma un intero campo simbolico. E quando si consegnano le parole, prima o poi si consegnano anche le politiche. Il paradosso è feroce. In un Paese tra i più sicuri d’Europa si fabbricano emergenze senza fine, mentre la vera insicurezza viene lasciata intatta: il lavoro che uccide, gli affitti che divorano i salari, la sanità pubblica che arretra, la scuola che perde forza, la precarietà trasformata in destino. Questa è la paura concreta, quella che non ha bisogno di titoli urlati perché abita già la vita quotidiana. Ma contro questa paura il potere non schiera piani sociali: schiera capri espiatori. Per questo la parola sicurezza va sottratta al vocabolario del comando. Sicurezza non è militarizzare le piazze, schedare il dissenso, inseguire i poveri, costruire nemici interni. Sicurezza è non morire di lavoro. È non essere sfrattati perché il salario non basta. È avere cure, scuola, trasporti, casa, reddito, diritti. È poter scioperare, manifestare, organizzarsi, disobbedire quando il potere diventa ingiusto. Sicurezza è la vita degna di tutti, non la quiete dei proprietari. Bisogna dirlo senza attenuarlo: la repressione non produce sicurezza, produce obbedienza. Non cura le ferite sociali, le copre con l’uniforme. Non risolve la paura, la organizza contro chi sta più in basso. La democrazia non si difende moltiplicando reati e divieti, ma allargando diritti, redistribuendo potere, restituendo voce a chi ne è stato privato. Il governo della paura serve a una sola cosa: far credere che il problema siano i poveri, i migranti, i giovani, chi protesta. Il problema, invece, è un ordine sociale che ha smesso di proteggere e pretende di farsi obbedire.
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