Il dilettantismo in politica è una caxxta pazzesca!

Il braccio di ferro vinto dalla Lega sul decreto sicurezza e il rinvio della riforma della prescrizione sono l’ultima prova a carico: Salvini sta uccidendo il Movimento approfittando della sua impreparazione politica. Una lezione severa, per chi la vuol capire… I sondaggi sono una pratica sintesi dell’analisi complessiva: da quando è nato il governo la Lega ha raddoppiato il suo consenso, dal 17% al 34%, mentre i Cinque Stelle hanno perso 5 punti percentuali, buona parte dei quali a discapito del loro ingombrante alleato. Il motivo? Semplice. L’agenda la dettano loro, i leghisti. E non solo perché hanno un leader abilissimo e molto esperto come Matteo Salvini, che quando Di Maio iniziava le elementari, nel 1993, era già consigliere comunale a Milano. Oltre a Salvini c’è molto di più. C’è una classe dirigente vera, che si è fatta le ossa sul territorio, che ha una rappresentanza d’interessi reale che la sostiene, che si può giovare – pur con tutte le difficoltà finanziarie della Lega – su un’organizzazione solida e ramificata, che nasce ispirandosi al vecchio Partito Comunista Italiano. La Lega conosce la sua base, sa ascoltarla, sa usare i territori per sperimentare le sue politiche – Lodi è un esempio, per selezionare la sua classe politica e metterla alla prova. E non è un caso, per nulla, che difficilmente un sindaco leghista si fa scalzare, una volta eletto, mentre Raggi e Appendino, le due dilettanti allo sbaraglio del Movimento, hanno ormai Roma e Torino che le si sono letteralmente rivoltate contro. L’azione stessa di governo, peraltro, è figlia di questa clamorosa asimmetria tra il partito dei professionisti e il movimento dei dilettanti, che pure ha quasi il doppio dei parlamentari ed esprime il presidente del Consiglio. Un esempio per tutti: in un tweet a commento dei dati Istat sull’occupazione di settembre Francesco Seghezzi, un giovane e brillate studioso ha scritto: ”Grande calo degli occupati a tempo indeterminato che diminuiscono di 77mila unità, mentre crescono di 27mila quelli a termine e di 16mila gli autonomi. Decreto Dignità non pervenuto”. A tal proposito non va dimenticato che le nuove norme sono entrate in vigore il 1° novembre dell’anno in corso per rinnovi e proroghe stipulati successivamente. Tuttavia, in un anno sono diminuite 184mila unità a tempo indeterminato (-1,2%) mentre sono cresciuti di oltre il 13% i contratti a termine. Ciò, secondo Seghezzi, è il dato che impressiona di più e che dimostra che è avvenuto un cambiamento strutturale nel mercato del lavoro. A quanto pare, tutti i tentativi di rendere più difficile e oneroso il contratto a tempo determinato sono falliti; viceversa, non hanno ottenuto il successo sperato le misure rivolte a favorire le assunzioni a tempo indeterminato. Eppure Di Maio era stato avvertito, che così concepite le misure del “decreto dignità” non avrebbero avuto successo… ma il suo arrogante infantilismo politico e dilettantismo professionale, hanno determinato le scelte non funzionanti del medesimo decreto. Un vero Boomerang. Ma non è finita. È evidente a chiunque, ad esempio, che l’agenda del governo sia stata e sia ancora saldamente in mano a Salvini & C., che nemmeno devono sforzarsi troppo per mantenere l’iniziativa. Caso ultimo, l’approvazione con fiducia del decreto sicurezza caro ai leghisti, che ha provocato una forte lacerazione nel Movimento, assai più profonda dei sei dissidenti che non l’hanno votato e il rinvio della riforma della prescrizione cara ai Cinque Stelle, ma invisa al centrodestra di cui la Lega fa parte, creano ulterioei malumore.  E l’accordo trovato in estremis premia ancora la Lega, si alla prescrizione all’interno di una riforma del processo penale, ancora tutto da pensare… e comunque rinviato al 2020. Come dire, passate le elezioni europee se la Lega vincerà ancora… bisognerà vedere se i 5 stelle saranno ancora al governo e/o Salvini non governerà da solo quale leader indiscusso del centro destra e saldamente al vertice anche di uno schieramento “sovranista” in Europa. Tant’è che il ‘Capitano’ nemmeno deve ricorrere ai ricatti. Salvini, nei casi estremi come per la prescrizione non ha problemi a farlo. Perché, se si andasse ad elezioni anticipate, tutta la prima fila del Movimento, da Di Maio a Fico, da Toninelli alla Grillo, non potrebbe ricandidarsi per via della regola dei due mandati che i Cinque Stelle si sono a suo tempo autoimposti, evidentemente pensando che mai sarebbero andati al governo e mai gli si sarebbe ritorta contro. E invece, sorpresa, si ritrovano la data di scadenza appiccicata in fronte mentre trattano a muso duro con un alleato che non si è dato alcun vincolo, e che potrebbe far saltare il banco in qualsiasi momento. E con fronde interne che non nascono e proliferano proprio a causa della transitorietà della leadership. Tradotto: se il capo politico non può candidarsi domani, non conta nulla già oggi…

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